Vibeke (Ida Jessen)

Da Ida Jessen, En mand kom til byen (Un uomo venne in città). København: Gyldendal, 2007.

Traduzione di Sara Culeddu

sara.culeddu@email.it

Dedicato a L.V.

Vibeke aveva il vizio di annoiarsi e ogni volta, invece di trovarsi qualcosa da fare, diventava apatica. Eppure aveva una larga cerchia di amici e un lavoro stimolante, in cui aveva speso tutta la sua giovinezza per affermarsi. Abitava in un appartamento di tre stanze nel cuore di Copenaghen e non ce n’era uno tra i suoi amici che non le invidiasse le finestre sul soffitto e la terrazza sul tetto. “E’ pazzesco”, dicevano. “Vibeke può starsene seduta e guardare direttamente la Torre Rotonda”. La terrazza sul tetto era grande come una pista da ballo e le feste estive di Vibeke erano l’evento dell’anno.

In altre parole c’erano molte cose positive nella vita di Vibeke e tuttavia il problema della noia andò sempre peggiorando, a mano a mano che invecchiava. La maggior parte dei suoi amici si era sposata e aveva avuto bambini e non la divertiva affatto andare nei fine settimana ai loro brunch, in cui era quasi impossibile portare avanti una conversazione ed in cui non si poteva sfuggire dal dover fingere per ore ammirazione per i piccoli birbanti. Così se ne stava più volentieri per conto suo.

Quel venerdì, a cui avrebbe in seguito pensato come l’ultimo, fece la spesa come al solito e tornò a casa con le buste piene di cose buone ed un sacco di programmi su cosa cucinare, ma giunti al punto andò come sempre: non riuscì ad aspettare e si saziò di formaggio, salumi e cioccolata direttamente dalle confezioni, dopodiché andò in salotto, si mise sul divano e rimase sdraiata tutta la sera senza accendere né il televisore né lo stereo.

Pensò alle passeggiate che avrebbe potuto fare. Aveva una piccola auto. Con quella poteva andare fino alla scogliera di Stevn, se il tempo era buono. Poteva prepararsi un panino e portare un termos con qualcosa di caldo. Oppure poteva guidare fino a Jægerspris e andare alle querce millenarie, l’aveva sognato per tanti anni. E se invece avesse preso per la penisola di Reer per vedere i gatti senza coda? O per Villa Galina nel Bosco di Hesede? Poteva anche accontentarsi del giardino di Dyrehaven, oppure fare un giro nel Parco del Re e finire la passeggiata al museo di David, se il tempo era brutto.

Il sabato mattina si sbrigò ad alzarsi perché non si facesse troppo tardi, ma poi restò ugualmente seduta davanti al caffè con il giornale.

Era veramente strano quanto le risultasse impossibile uscire dall’appartamento. Si fecero le due, e poi le tre. Fece un bagno caldo, si sdraiò nel letto, lesse e sonnecchiò. Verso le cinque si alzò, mangiò un uovo al tegamino, andò alla finestra e guardò fuori. Pensò di telefonare a qualcuno, ma non riusciva a decidere a chi. Le venne l’idea di andare al cinema e prese il giornale per dargli una sfogliata. Ma davanti alla finestra si fermò di nuovo. Si era alzato il vento. Scuoteva l’albero davanti alla chiesa e alcune foglie gialle volavano nell’aria. Sarebbe presto arrivato l’autunno.

Pensò a quale fosse la cosa più vera nella sua esistenza. Non lo sapeva. Prese un bicchiere di succo d’arancia dal frigorifero e si mise a sedere su una sedia. Non mi alzo, pensò, finché non l’ho scoperto.

La cosa più vera, quella che più mi fa vacillare nella vita.

*

Passò tutta la mattinata successiva davanti al computer. A mezzogiorno telefonò ad un uomo con il quale non aveva mai parlato prima. Aveva una voce cordiale e concordarono di incontrarsi già il pomeriggio stesso. Vibeke fece una doccia e si vestì. Cadeva una pioggia leggera quando aprì con la chiave la porta dell’appartamento, uscì e mise in moto l’auto. Guidò sempre dritto attraverso lo Sjælland e la Fionia, solo a Bogense deviò per la prima volta. I tergicristalli andavano. Si trovava in una fitta rete di stradine, a guidare per salite e discese su una stretta striscia di asfalto e all’improvviso apparve il mare, grigio nella pioggia. Vibeke si sentiva molto leggera. Nessun altro oltre a loro due sapeva che era partita, e se non era la cosa giusta, non l’avrebbe mai detto a nessuno. Girò in una stradina di ghiaia in cui le case erano piuttosto distanti tra loro. Le rose canine fiorivano nonostante fosse pieno settembre. Infine arrivò. Lui stava accanto al cancello e l’aspettava.

Le mostrò la casa e il giardino, dove le foglie dei cespugli venivano investite dal vento. “Si sente il mare”, disse lui e lei annuì, l’aveva già notato. “E’ una bella casetta”, disse lui e lei annuì di nuovo. In realtà aveva già preso la sua decisione mentre era seduta in salotto con il bicchiere di succo in mano.

       “Va bene”, disse lei. “La compro”.

       “E’ una decisione importante”, disse l’agente immobiliare.

       “Si, ma io ho deciso”, rispose.

“Tu sei matta”, dissero i suoi amici.

       “Perché non dovrei comprare una casa?”, chiese Vibeke. “La gente va in banca e prende in prestito milioni di corone”.

       “Si, ma è così lontana”, dissero. “Perché vuoi vivere là?”

       “Perché ne ho voglia”, rispose.

       “Si, ma riflettici un po’ su comunque. Hai pensato alle lunghe serate? E a tutte le domeniche pomeriggio? Morirai di noia!”

Ciononostante Vibeke diede la disdetta per il suo appartamento, le dimissioni dal lavoro e cominciò a cercare un impiego in Fionia. A novembre trovò qualcosa in una piccola azienda di Bogense e a metà dicembre si trasferì.

Il primo inverno usò il tempo libero per dipingere le pareti e fare conoscenza con i vicini. Appese un piattino con il mangime in modo da poter vedere gli uccelli dalla finestra della cucina e imparò i nomi di quelli che vedeva. Di sera, quando era a letto e non c’erano altri rumori in casa, ascoltava il mormorio del mare finché non si addormentava. Era come un essere vivente che non parlava solamente a lei, pensava, ma a tutti quelli che lo ascoltavano.

Gli amici le scrissero delle e-mail: “Verremo d’estate, quando darai la tua festa estiva”.

Quando arrivò la primavera, cominciò col giardino. Piantò delle siepi che avrebbero riparato dal vento. Piantò alberi. Imparò i nomi dei fiori che trovava sui bordi della strada e imparò i nomi delle rane, dei rospi e delle farfalle, delle lumache e degli insetti. Imparò che divideva la sua casa con gli agenti atmosferici e con gli animali. Appena tornava dal lavoro andava in giardino, e l’ultima cosa che faceva prima di andare a letto la sera era fermarsi sugli scalini in pigiama e sentire l’aria. Era felice.

Quando venne l’estate, imparò a rimuovere i nidi di vespe e a tirare giù le lumache dalle pareti del casotto per gli attrezzi. Un giorno trovò una rana disidratata sotto la libreria e la mise fuori sull’erba, in una vaschetta d’acqua. A lungo sembrò senza vita, finché all’improvviso saltò oltre il bordo della vaschetta e sparì. Tenne la sua festa estiva sotto un tendone bianco in giardino, ma per la prima volta gli amici non comparvero tutti.

E gli anni passavano. Lentamente tutto cresceva sempre più. La siepe frangivento si ampliava, le aiuole di fiori si arricchivano e gli alberi da frutta iniziavano a dare frutti. Gli amici venivano sempre alle feste estive, anche se erano un po’ meno ogni volta, ma era come se Vibeke non ci facesse caso. Era ingrassata. I suoi vestiti non erano eleganti come quando viveva in città. Nessuno vide più Vibeke con i tacchi alti. A lei dicevano che aveva preso una decisione geniale. Tra di loro, invece, che iniziava a sembrare una signora di mezz’età. “Compirà quarant’anni la prossima volta”, dicevano. “Non troverà mai un uomo in questo modo”.

Ciò che non sapevano era che Vibeke, per la prima volta da quando si era trasferita, aveva ricominciato con i suoi momenti di noia, in cui lasciava che l’esitazione avesse la meglio. Le erbacce si diffusero tra le aiuole. Nell’aria davanti a lei c’era un vuoto così tangibile, che aveva voglia di abbracciarlo e di stringerlo a sé. Per un intero fine settimana rimase seduta con lo sguardo assente e una tazza di tè in mano. Qual è la cosa più vera dell’esistenza? pensò. Quella che più fa vacillare?

Alla festa estiva di quell’anno non vennero molti dei vecchi amici e fu più una cena che una festa. Durante la serata e fino a tarda notte Vibeke rimase a parlare con un uomo che non conosceva molto bene. Era sempre stato ai margini del gruppo di amici, ma ora si trovava qui, sugli scalini del casotto per gli attrezzi; qui sedettero insieme ed entrarono in confidenza, mentre gli amici ed i loro bambini dormivano nella soffitta di Vibeke. La loro conversazione scorreva tranquilla da un argomento all’altro, questioni piccole e grandi si intrecciavano, ed il quasi-sconosciuto non fu sorpreso quando Vibeke gli confidò che desiderava tanto avere un bambino. E voleva chiedergli, disse, se lui se la sentiva di aiutarla.

Si, disse lui. Se la sentiva.

E la aiutò.

E Vibeke aspettò per tutta l’estate, finché si rese conto che non era rimasta incinta.

Quell’anno tenne anche una festa invernale.

Sfortunatamente quel fine settimana nevicò così forte che treni e auto furono bloccati ed il ponte sullo Storebælt fu chiuso per la bufera. Sulla stretta strada di ghiaia di Vibeke non si poteva circolare nemmeno a piedi, e gli ospiti declinarono l’invito, uno dopo l’altro. Vibeke era bloccata dentro per la neve, con un’oca arrosto e un grande prosciutto di Natale, del cavolo rosso e quattro bottiglie di acquavite. Andò via la luce.

A sera inoltrata bussarono alla porta.

*

Adesso nessuno degli amici aveva notizie di Vibeke da molto tempo. Non è che non pensassero a lei, lo facevano, ma le giornate volavano e quando arrivavano a pensare a Vibeke era già così tardi che non era il caso di telefonare ed erano troppo stanchi per scrivere. “Nemmeno lei ci contatta d’altronde”, si dicevano a vicenda. “Ha sicuramente molto da fare laggiù in Fionia”. Ma finirono per sentirne la mancanza, perché era passato davvero tanto tempo, e quando infine, dopo quasi un anno e mezzo di silenzio, ricevettero un invito per la festa estiva, partirono tutti quanti; non vedevano l’ora di vedere come stavano la lavanda, i cespugli di uva spina e l’albero di ciliegie, le prugne Regina Claudia e Vibeke, la loro vecchia amica.

Attraversarono lo Sjælland e la Fionia in un lungo corteo. C’erano tutti, quelli del nucleo del gruppo e quelli dei margini. Fermarono le macchine sulla polverosa stradina di ghiaia fuori casa di Vibeke e aprirono il cancello del suo giardino. Per primo venne loro incontro un Labrador giallo. Vibeke non aveva mai avuto un cane prima. “Ecco, ha preso un cane,” esclamarono. “Forse è questo che l’ha impegnata così tanto”.

Un attimo dopo Vibeke uscì sulla scala. Un po’ più rotonda, un po’ più vecchia, ma raggiante. Aveva in braccio una bambina.

Nel giardino era montato il tendone bianco. Le rose erano fiorite, il caprifoglio si allungava sulla staccionata, era come se non fosse mai stato incantevole come ora. Ma nessuno lo percepì, una grande inquietudine aveva preso quasi tutto il gruppo. La bimba di Vibeke passava da un braccio a un altro. Chi è il padre? Si chiedevano tra sé e sé e a vicenda. Da dove viene questa bambina? Vibeke non disse niente.

E il tempo passò ancora.

Un paio d’anni dopo Vibeke ebbe un maschietto. Con la sorella si somigliavano come due gocce d’acqua. Avevano entrambi le guance rosse, le orecchie a sventola ed erano molto vivaci. Adesso erano i bambini di Vibeke quelli da ammirare, quelli che facevano impazzire gli altri, ma a questo Vibeke non faceva caso. Insegnò loro tutto ciò che aveva imparato e nel frattempo la sua siepe frangivento divenne talmente grande che si dovette potarla fino alla base. Sfoltiva il giardino ed ogni sera, tutto l’anno, si fermava sugli scalini e sentiva l’aria insieme ai bambini, che intanto diventavano grandi, giovani e a poco a poco quasi adulti.

Ma poteva sempre succedere che il vuoto ripiombasse nell’aria davanti a lei, e che la sua stessa compagnia e quella degli amici la annoiasse, gli animali e i fiori, tutto poteva diventarle così estraneo e alieno.

Per un breve momento.