Un seminario di traduzione ai tempi del coronavirus: lavorare sulle parole distanti ma vicini

Alice, Chiara e Marco
Giugno 2020, Venezia: il soggiorno di un appartamento moderno, una scrivania, tre computer, Zoom. Questo il setting della nostra esperienza alla Summer School di traduzione letteraria “Tradurre la narrativa”, offerta e organizzata dall’Università degli studi di Trento. Ma a esser sinceri non sarebbe dovuta andare proprio così. Perlomeno, non era esattamente questo quello che ci era stato inizialmente proposto. Ci aspettava una settimana ad Andalo, ci aspettavano escursioni tra le montagne trentine, aperitivi e cene in compagnia. La possibilità di vedersi di persona, di trascorrere del tempo assieme, di discutere, condividere, arricchirsi. La pandemia, purtroppo, ha impedito tutto questo. Synd.
Ciò non significa che l’esperienza sia andata male, anzi. Per noi che scriviamo, Alice, Chiara e Marco, cafoscarini, “Tradurre la narrativa”, peraltro alla sua primissima edizione, è stata un’occasione unica di crescita, nonché una sfida. Ma non solo questo: al di là dell’aspetto didattico, ci siamo davvero divertiti.
Si diceva, non è andata così come l’avevamo immaginata. Ma grazie al contributo dello staff dell’Università di Trento, del professor Fulvio Ferrari che ha tenuto il seminario e di tutti i partecipanti interessati ai complessi ma affascinanti meccanismi del mondo della traduzione, il seminario è stato nonostante tutto un piacevolissimo luogo di incontro, scambio e insegnamento virtuale.
La Summer School, distribuita su cinque giorni, ha saputo combinare una parte più strettamente seminariale, a impronta teorica, con una parte di laboratorio, dove noi, in qualità di studenti di lingue e letterature nordiche e aspiranti traduttori alle prime armi, abbiamo avuto l’occasione di metterci alla prova e toccare con mano problemi e sfide della pratica traduttiva. I testi proposti, che spaziano secoli, autori, generi e stili diversi, erano, nell’ordine in cui li abbiamo affrontati: Nybyggnad di Strindberg; Ormens väg på hälleberget di Lindgren; Leka med Liam di Fager e Ormen di Dagerman.
Uno degli elementi principali emersi da questa esperienza è stato un nuovo sguardo sul lavoro del traduttore e sulla traduzione come processo nel suo complesso: quello che troppo spesso viene pensato come un semplice calco da una lingua a un’altra è invece un lavoro tanto di minuzia quanto di sguardo d’insieme. Più che un calco lo si potrebbe dunque definire un mosaico, tessere dei colori più svariati da assemblare, abbinare, disporre e rifinire per creare quell’immagine d’insieme, fluida e uniforme, ma semplice solo in apparenza e se guardata da lontano, che è la traduzione. Alle competenze linguistiche per il lavoro sull’originale, il traduttore deve saper dimostrare un’attenzione da artigiano al dettaglio, ottime conoscenze di italiano, rispetto della voce e dello stile dell’autore, senza trascurare componenti essenziali quali creatività e spirito artistico per risolvere le inevitabili difficoltà senza che ne risulti compromesso il risultato finale.
L’esperienza ci ha arricchiti di una nuova consapevolezza: il mestiere del traduttore non è di sicuro semplice, e nemmeno lo è la strada per diventarlo, che si presenta come lunga, tortuosa e in salita. Nonostante le numerose difficoltà, quello della traduzione è un viaggio che vogliamo intraprendere, con la voglia di metterci alla prova e non smettere mai di imparare.
Non possiamo che augurarci una futura edizione di questo seminario, magari questa volta con vista sulle Dolomiti. Siamo pronti a partire.

Edoardo
Non appena ho saputo della possibilità di partecipare a una Summer School di traduzione dalle lingue scandinave, in questo caso dallo svedese, ho deciso che avrei fatto domanda, e non me ne sono affatto pentito, nonostante si sia resa necessaria una modifica nelle modalità di svolgimento del corso a causa della pandemia. Dunque, al posto di andare ad Andalo sono rimasto a casa e ho seguito le lezioni online su Zoom, e grazie all’ottima organizzazione e all’impegno di ciascuno è andato tutto nel migliore dei modi, anche se devo ammettere che mi è dispiaciuto molto non poter conoscere meglio e scambiare due chiacchiere con i miei compagni di classe e Fulvio Ferrari, il docente.
La Summer School era indirizzata prevalentemente a chi studia svedese, ma aperta anche a studenti di norvegese e danese, con la possibilità di scegliere insieme a Fulvio testi alternativi dell’una o dell’altra lingua. La mia lingua di studio è il norvegese, però mi piace confrontarmi pure con il danese e lo svedese, interesse che sicuramente deriva dall’approccio insegnatomi alle università di Firenze e Milano, per cui dalla padronanza di una lingua scandinava è possibile fare uno sforzo in più per acquisire la conoscenza, perlomeno passiva, delle altre due.
Alla Summer School ero l’unico partecipante a non studiare svedese come lingua scandinava principale, infatti all’inizio mi chiedevo se sarei stato in grado di stare al passo con gli altri e temevo di poter essere d’intralcio al gruppo, paure che per fortuna si sono rivelate infondate, tanto più che Fulvio si è dimostrato sempre molto paziente e disponibile a chiarire ogni dubbio. Per quanto riguarda i testi, dopo averci pensato su ho scelto di lavorare sugli estratti in svedese come il resto dei partecipanti, con l’intenzione di mettermi alla prova. Nel complesso mi sono trovato piuttosto bene a tradurre dallo svedese, sebbene abbia dovuto prestare una maggiore attenzione rispetto al norvegese. Abbiamo lavorato su quattro testi molto diversi tra loro, ragion per cui, di volta in volta, era necessario riflettere su come rendere in italiano la lingua e lo stile utilizzati dai vari autori. Gli estratti abbiamo dovuto tradurli prima dell’inizio del corso, in modo da poter lavorare meglio in classe e confrontare le varie soluzioni.
Ho apprezzato molto come Fulvio ci abbia messi tutti a proprio agio, lasciandoci liberi di esprimere qualsiasi perplessità e, anche, di tirare qualche sfondone senza farci sentire giudicati o inadeguati. L’atmosfera familiare che si respirava in classe è stato un ingrediente di base fondamentale affinché si potesse lavorare al meglio e, in generale, per il successo del corso. Infine, mi sento davvero di consigliare questa Summer School a tutti coloro che si interessano di traduzione e lingue nordiche, e vorrei soprattutto incoraggiare gli studenti di norvegese e danese a cui interessa espandere la propria conoscenza alle altre lingue scandinave a partecipare, perché è veramente un’occasione unica in Italia da cui imparare tanto sul mondo della traduzione.

Anna
Per chi, come tanti fra noi studenti di lingue nordiche, sente che l’attrazione per una lingua è inscindibile dall’amore per la letteratura, la traduzione diventa porto naturale dove coniugare queste due passioni. E allora, ben venga un Virgilio a guidarci nella selva del lavoro – dell’arte – della  traduzione letteraria come il professor Fulvio Ferrari, che di fatto per tanti di noi “scandinavisti” in formazione è stato un Virgilio già agli albori dei nostri studi proprio con le sue traduzioni, spesso salvifiche in una fase in cui approcciare un testo in lingua originale ancora era impensabile.
Da laureata magistrale che, fra corsi e tesi, ha potuto immergersi nella traduzione in una prospettiva teorica, posso dire che uno dei tanti insegnamenti che questa Summer School mi ha lasciato è invece come approcciare un testo che attende di essere tradotto da un punto di vista più pratico. In questo è stata illuminante la raccomandazione a non dimenticare come il traduttore, in primo luogo, sia sempre un lettore: un lettore che deve avvicinare il testo con sospetto, pronto non solo a ragionare su questioni linguistiche ma anche a ricercare e riconoscere riferimenti intertestuali, indizi più o meno impliciti lasciati dall’autore, le multiple voci che si intrecciano nel testo, tutto questo tenendo a mente, nel passaggio da lettura a scrittura, anche l’esistenza di un committente e di un futuro lettore. Diventa, così, chiaro come la competenza linguistica e letteraria altro non siano che una base, a cui è necessario aggiungere una certa maturità nel saper bilanciare tutti questi elementi concorrenti, e nel saper scegliere, quando non è possibile soddisfare tutto e tutti, a cosa dare precedenza.
Questa Summer School, per me, è anche stato un ritorno alle radici, grazie a un grande nome della letteratura svedese del 1900: Stig Dagerman, primo autore incontrato agli inizi dei miei studi letterari scandinavi, che ha concluso le nostre sessioni di discussione e traduzione l’ultimo giorno del seminario con un brano tratto da “Ormen”; brano che, con il suo lessico specifico militare, il suo ondeggiare fra descrizioni cariche di metafore e dialoghi informali e sboccati, ci ha lasciato con la debita quantità di sudore, ma anche di speranza.
E non solo: noi scandinavisti, forti del privilegio dei nostri numeri contenuti, abbiamo addirittura osato forzare i limiti imposti dal nome della Summer School “Tradurre la narrativa” – un ulteriore ringraziamento al prof. Ferrari per aver accolto questo ammutinamento con entusiasmo – e ci siamo salutati sui versi di alcune poesie. Da Stagnelius ad Hauge a, ancora, il poliedrico Stig, quest’ultimo assaggio di un altro genere letterario e del continuo volteggiare fra disciplina, creatività e la molto svedese arte del kompromissa che è fare il traduttore ci ha sicuramente lasciati con un rinnovato rispetto ed entusiasmo per questo mondo che tanto ci affascina.

Annalisa
Non capita spesso che vengano organizzati corsi di traduzione dedicati alla scandinavistica al di fuori dei corsi di studio delle università. Quello che la Summer School “Tradurre la narrativa” ha fatto (e sperabilmente, continuerà a fare) è stato dare l’opportunità a noi studenti di scandinavistica di confrontarci con colleghi provenienti da diverse università, mettendo in gioco ciascuno il proprio bagaglio di competenze e esperienze, focalizzandoci per quattro giorni attorno al tema della traduzione letteraria sotto la guida di uno dei maggiori esperti dell’ambito, il Professore Fulvio Ferrari.
Chi per un futuro professionale, chi per passione, chi per interesse accademico: si è trattata di un’esperienza di apprendimento, scambio e confronto che posso solo augurarmi ci sia modo di ripetere. È stato un peccato non potersi attenere alle premesse che ci vedevano immersi nel paesaggio alpino di Asolo, ma è stata senz’altro una fortuna aver avuto l’opportunità di svolgere comunque l’esperienza in modalità telematica,
sebbene minorata del contesto montano.
Il corso si è articolato in una parte teorica e una pratica, seppure sempre comunicanti. È stato questo uno degli aspetti che più ho apprezzato: il naturale dialogo tra le due parti, a sostegno dell’approccio condiviso di partecipanti e docente secondo il quale pratica e teoria devono coesistere nel lavoro e nella formazione del traduttore letterario. È tanto importante essere consapevoli delle scelte e del processo traduttivo, quanto lo è conoscere e comprendere il contesto effettivo il cui la traduzione viene commissionata e si inserisce.
Nella parte di traduzione abbiamo lavorato con testi di narrativa che spaziavano da Strindberg all’horror contemporaneo, ogni volta collegando le riflessioni teoriche di inizio giornata alle particolari problematiche pratiche dei brani affrontati di volta in volta.
L’approccio del professore è stato quello di lasciar spazio al confronto, agli interventi e alla discussione, creando fin da subito un’atmosfera informale di libero scambio di opinioni e osservazioni. Nella teoria ha prevalso un criterio non normativo, quanto piuttosto un invito a delle riflessioni di natura teorica che mettessero in relazione le responsabilità legate al ruolo di mediatore culturale che il traduttore si trova a ricoprire con quegli aspetti più pragmatici richiesti dal contesto lavorativo, da attori per nulla secondari al processo quali editore e pubblico.
I lavori si sono chiusi con l’augurio di ritrovarsi l’anno seguente, magari con un gruppo ancora più numeroso, così che il confronto e la discussione nell’ambito della traduzione scandinava si possa arricchire di voci e proposte.

Renata
Uno studente di scandinavistica interessato alla traduzione avrà forse l’impressione, all’inizio del suo percorso, di avere meno opportunità di studenti di altri ambiti linguistici. Cercando infatti tra numerosi seminari, corsi intensivi o scuole estive può essere frustrante trovare sempre l’inglese, il francese, lo spagnolo, e mai la propria lingua di studio.
Di conseguenza, trovare quasi per caso l’annuncio della prima edizione della Summer School “Tradurre la narrativa” e scoprire una lingua nordica, lo svedese, nell’elenco delle lingue offerte, è stata una vera e piacevole sorpresa. Inutile dire che non ho esitato a iscrivermi e non ho dubitato dell’utilità di questa esperienza nemmeno per un attimo.
Uno dei vantaggi di un ambito di studi così relativamente ristretto nel contesto italiano è, a mio avviso, proprio la possibilità di entrare più facilmente in contatto con i propri colleghi di altre Università e di confrontarsi più agevolmente. Questo aspetto è sicuramente emerso anche nel corso della Summer School, durante la quale noi studenti di scandinavistica abbiamo senza dubbio tratto beneficio dall’essere in numero esiguo: ciò ha infatti influito positivamente sulla nostra partecipazione attiva non soltanto ai seminari pratici, ma anche alle sessioni di lezioni teoriche, concepite per essere più frontali. Nell’approfondire oneri e onori del mestiere del traduttore letterario, il professor Fulvio Ferrari ci ha accompagnato con passione e una giusta dose di ironia tra consigli professionali di ordine pratico, nozioni fondamentali della traduzione e problemi concreti da risolvere su vari generi testuali.
Al momento di trarre le somme della nostra esperienza, abbiamo all’unanimità promosso l’organizzazione della Summer School, dimostratasi proficua grazie anche al grande equilibrio delle sue parti, senza che qualche aspetto venisse sacrificato; in seguito alle prime timidezze e difficoltà tecnologiche, si è creato un ambiente (solo virtuale, purtroppo) sereno e rilassato, ma molto produttivo, in cui il contributo di ciascuno era non solo ben accetto, ma indispensabile.
Nella speranza di veder realizzata una nuova edizione della Summer School trentina, consiglio a tutti gli studenti di lingue nordiche di approfittare di tale occasione unica per accostarsi a ben più che a una realtà professionale, un’autentica arte.

Gli autori di questo racconto sono:
Alice Traverso, Chiara Stanziani, Marco Baruzzo, Edoardo Checcucci, Anna Scaramellini, Annalisa Trevisan, Renata Maria Gallina.