Letture: L'arte del dialogo di Ulf Peter Hallberg

Ulf Peter Hallberg & Erland Josephson, Livets mening och andra bekymmer (Il senso della vita e altre preoccupazioni), Stockholm, Atlantis, 2010, 191 pp. //

Ulf Peter Hallberg & Carl Henning Wijkmark, Städernas svall (La risacca delle città), Stockholm, Norstedts, 2011, 234pp. //

Lo scrittore svedese Ulf Peter Hallberg ci ha abituati al suo genere originale e ibrido di narrazione, tra racconto di viaggio, reportage, autobiografia, finzione, rêverie, incontro e dialogo con altre voci. In Italia sono già stati pubblicati Lo sguardo del flâneur e Il calcio rubato da Iperborea. Nei suoi ultimi due libri Hallberg allarga lo spettro dei suoi incontri e delle sue esperienze.

Ulf Peter

Hallberg & Erland Josephson, Livets

mening och andra bekymmer (Il senso della vita e altre preoccupazioni),

Stockholm, Atlantis, 2010, 191 pp.

 

Ulf Peter

Hallberg & Carl Henning Wijkmark, Städernas

svall (La risacca delle città), Stockholm, Norstedts, 2011, 234pp.

 

Lo scrittore svedese Ulf Peter Hallberg ci ha abituati

al suo genere originale e ibrido di narrazione, tra racconto di viaggio, reportage,

autobiografia, finzione, rêverie,

incontro e dialogo con altre voci. In Italia sono già stati pubblicati Lo sguardo del flâneur e Il calcio rubato da Iperborea. Nei suoi

ultimi due libri Hallberg allarga lo spettro dei suoi incontri e delle sue

esperienze.

Livets

mening och andra bekymmer raffigura l’incontro

e il dialogo tra lo scrittore – Mister Test nella proiezione narrativa, rappresentato

in prima persona – e il grande attore di cinema e di teatro svedese (nonché

scrittore) Erland Josephson (il Signor Josephson), ormai anziano e malato di

Parkinson ma con un’intelligenza e una memoria più vive che mai.

Il libro porta il sottotitolo di ”Konstroman”, romanzo

sull’arte. Come sempre, il termine romanzo assume un’accezione particolare per

Hallberg, e tuttavia classica: come ci insegna Bachtin, il romanzo è il genere

composito e incompiuto per eccellenza. Si può dire che il libro è l’elaborazione

sul modello platonico dei dialoghi tra maestro e allievo, dell’incontro e

dell’amicizia tra l’attore e il più giovane scrittore e del loro proposito di

interrogarsi sulla vita e sulla morte, e su ciò che l’arte e la letteratura

possono darci se ci poniamo in questa prospettiva di indagine. La definizione

di intervista non sarebbe corretta per diversi motivi. Innanzitutto perché,

sebbene l’intervista possa avere costituito un momento tecnico della

documentazione, si tratta più propriamente di un dialogo in cui entrambi gli interlocutori sono narratori: entrambi

si raccontano, entrambi ascoltano l’altro. In secondo luogo – e qui capiamo

meglio il senso del romanzo – i dati

di fatto reali, riconoscibili, sono il punto di partenza per una costruzione

fantastica che permette ogni cosa, ad esempio di incontrare i morti e di

parlare con loro come avviene nella Divina

Commedia.

La cornice narrativa può essere così riassunta: ci

troviamo in un luogo magico, privilegiato e protetto, il Castello-Teatro (teaterslott: nella ‘realtà dei fatti’ il

Dramaten di Stoccolma). Mister Test,

che circola in questo tempio dell’arte teatrale svedese e lo frequenta in

qualità di traduttore (dunque in una posizione defilata), è legato al Signor

Josephson da un particolare rapporto di amicizia. Inizia così il loro dialogo.

Inizialmente il teatro è ancora popolato da attori ‘vivi’, che girano per i

corridoi e chiacchierano nei camerini e alla mensa. Poco per volta il Castello

si svuota. Gli altri escono, ma i nostri due rimangono in quella condizione

sospesa e di sogno, per parlare del senso della vita. Fa loro compagnia un

tecnico, un operaio, addetto alla proiezione cinematografica che, apparso come

per magia, interviene in alcuni momenti per proiettare film che hanno visto

Josephson come protagonista, e che i due interlocutori commentano in occasione

della proiezione. I dialoghi ruotano attorno alla vita di Josephson, poco per

la verità attorno alla sua vita privata, se si eccettuano i vissuti

dell’infanzia, ma soprattutto attorno alla sua vocazione e professione di

attore, agli incontri, le esperienze, le riflessioni che ha maturato e ai

ricordi che si sono impressi nella sua mente. I dialoghi – di per sé una

modalità scenica e teatrale di narrazione in prosa – danno così forma a un

teatro nel teatro (si parla naturalmente anche delle esperienze teatrali di

Josephson e dei ruoli che ha interpretato) e a un cinema nel teatro. Molte sono

le personalità terze – ora scomparse – che vengono evocate e raccontate:

colleghi attori, registi e persone vicine. Alcune di queste personalità sono

note a livello internazionale e risultano anche, almeno agli occhi di un

lettore straniero, le parti più belle e forti del libro: Josephson nella parte

di Nietzsche che impazzisce in Al di là

del bene e del male di Liliana Cavani; Josephson nel film Il sacrificio di Tarkovskij, girato in

Svezia, e in altre pellicole del regista russo; infine, ovviamente, il

sodalizio artistico e personale di tutta una vita, sul palcoscenico teatrale e

sul set cinematografico, con il maestro Ingmar Bergman, alla cui opera e

personalità sono dedicate molte, memorabili pagine del libro (Fanny e Alexander su tutte, ma anche un

film più ostico e crudo come Sussurri e

grida). Più difficile può risultare, per un lettore ‘non addentro’, la

comprensione dei racconti e dialoghi dedicati ad attori e registi svedesi, noti

in patria ma meno all’estero. Qui la tecnica del non-detto di Hallberg può

risultare a volte enigmatica; più spesso però ‘passa’ l’elemento universale di

queste storie di attori e registi, nonostante quello privato e personale non

sia noto.

Hallberg alterna momenti di confessione e ricordo ad

analisi del testo teatrale e cinematografico e a situazioni fantastiche, a

volte bizzarre, ma sorrette dall’intelligenza critica e passione morale che

caratterizza questo scrittore.

Un elemento di forte critica sociale contemporanea si

inserisce nell’intreccio e ne determina la conclusione. Mister Test, il Signor

Josephson e il macchinista sono, come detto, chiusi nel teatro, indugiano; da un certo punto di vista

essi perdono tempo, oziano e filosofeggiano ignorando apparentemente il mondo

di fuori. Vivono nella condizione privilegiata dall’attività artistica e

intellettuale, che ha sempre, inevitabilmente, a che fare con il mondo, la

realtà e la storia, ma che si prende anche tutta la libertà di astrarsi e di

osservarlo a distanza o con l’occhio del sogno.

Succede un po’ quello che succede anche nel dramma (e teatro

nel teatro) di Strindberg sulla regina Cristina, dove una folla inferocita

comincia a circondare il teatro e ad assalirlo. Diversamente però da

Strindberg, dove la folla seicentesca reclama diritti e libertà di espressione

a un mondo chiuso nel proprio privilegio, ora la folla è espressione del

populismo e della demagogia dominanti nella realtà contemporanea, anche in

Svezia. Gli artisti e gli intellettuali sono trattati con sospetto, e

considerati con accenti non lontani dalle accuse hitleriane alla Entartete Kunst. La rêverie, qui, poggia

su dati di fatto fin troppo veri: sono rielaborati nella finzione tanto i

discorsi dell’attuale ministro della cultura svedese e la sua pratica di tagli

alla cultura (poiché la cultura, come è noto, si deve sostenere da sola sul mercato) quanto l’anti-intellettualismo

diffuso che ha ad esempio permesso al partito xenofobo Sverigedemokraterna di allargare il suo consenso ed entrare nel

parlamento nazionale alle ultime elezioni. La folla è inferocita e riversa il

proprio astio contro chi percepisce come lontano, elitario, sofisticato,

sprezzante nei confronti dei ‘piccoli’ e della gente ‘alla buona’. Coadiuvata

dalla polizia, alla fine la folla fa irruzione nel Castello-Teatro e comincia a

murarlo, perché proprio non può tollerare quella voce diversa, per quanto

appartata. La realtà ci riacciuffa sempre, insomma, ma la magia del sogno

permette comunque ai tre eroi di trovare buchi e scappatoie. Il romanzo si

conclude con il commovente incontro di Mister Test con il padre e la madre, con

note che si riallacciano ai precedenti libri a loro dedicati, rispettivamente Europeiskt skräp (Trash europeo, che

sarà pubblicato da Iperborea) e Grand

Tour.

Il romanzo ha una struttura simmetrica e classica: 24

capitoli suddivisi per 4 in 6 parti; al centro di ogni parte, tra il suo

secondo e terzo capitolo, un Intermezzo dialogato e scenico tra i due

protagonisti. Introduce ogni capitolo un breve riassunto anticipatore, sul

modello della narrativa tradizionale, dalla novella medievale al romanzo

borghese.

Un momento sempre più centrale della poetica

esistenziale di Hallberg è la riflessione sulla malattia e sulla morte – e

dunque sulla dolorosa bellezza della vita, dei suoi legami che la morte spezza,

fortunatamente non del tutto, grazie alla nostra memoria, e alla possibilità

che sempre abbiamo di porci dal punto di vista della morte, o sulla sua soglia,

per così dire, per potere meglio capire quanto ci dà la vita e che cosa

significa. Hallberg sta approfondendo sempre più questa sua vena di scrittore

moralista (nel senso autentico del termine), ma il gioco e l’energia vitale non

vengono meno. Nel dolore e nella difficoltà di essere vecchio e malato,

Josephson partecipa al gioco. Parla apertamente della sua malattia come di una

nuova condizione esistenziale che certo avrebbe voluto evitare, e che comunque

ha ancora da insegnargli.

Livets mening och andra bekymmer non è e non vuole essere un libro facile e può, come

detto, presentare qualche problema in più al lettore italiano che non conosce i

contesti. Tuttavia è un libro di valore che ha molto da dare a chi è disposto

ad assumere la stessa attitudine di interrogazione. Soprattutto è un bel libro

su un grande attore e sull’arte – finta e vera al tempo stesso – della

recitazione.

*

Il titolo Städernas svall rievoca, con l’eliminazione

di un paio di lettere, quello del noto romanzo del 1946 di Eyvind Johnson Strändernas svall (circa: la risacca

delle spiagge). Il romanzo di Johnson è una rivisitazione alla luce del

presente (il secondo dopoguerra) del racconto su Odisseo, che nella versione

moderna appare stanco della guerra, un moto umano distruttivo che sembra

inarrestabile nella storia, come il respiro del mare.

            Il

libro di Hallberg e Wijkmark non riprende Johnson se non nel titolo e, forse,

per invertire il pessimismo della visione del romanziere svedese e premio Nobel.

Per Hallberg e Wijkmark, infatti, dalle città – le “loro” città, quelle che

hanno rappresentato qualcosa di importante nei loro viaggi europei e nei loro

percorsi di formazione – ha origine un moto ondoso stimolante e propulsivo,

un’energia necessaria alla creazione letteraria e alla riflessione

intellettuale, e questo nonostante si tratti spesso di una riflessione critica improntata,

anch’essa, al pessimismo sullo stato e lo ‘sviluppo’ della nostra civiltà

europea.

            Il

libro contiene i dialoghi dei due colleghi e amici scrittori, le cui voci sono

graficamente distinte dal corsivo (UPH) e dal tondo (CHW). I loro dialoghi si

sviluppano nel corso di 18 capitoli dedicati a 5 città: i capitoli su Parigi

(6) si intrecciano a quelli su Vienna (2); seguono in ordine quelli su Monaco

di Baviera (3), Barcellona (3) e Helsinki (4). Queste città sono al tempo

stesso luoghi fisici e presenti, gli ambienti in cui i due scrittori si

trovano, e luoghi letterari, fonte di ispirazione e punto di partenza per le riflessioni

su scrittori, artisti, filosofi e architetti che hanno abitato quelle stesse

città e che UPH e CHW hanno studiato, seguito e amato.

La riflessione critica – culturale, etica, sociale e

politica – sul tempo presente, stimolata dai segnali della città quale luogo

contemporaneo e fisico e quale luogo in cui si scorgono le tracce della Storia,

sono un importante filo conduttore dei dialoghi. Ma la riflessione letteraria,

artistica, estetica e intellettuale è indubbiamente al centro del libro. Ogni

città è infatti il punto di partenza per analisi saggistiche e divagazioni

sulle opere di importanti protagonisti della cultura europea dell’Otto- e

Novecento. Il testo dei dialoghi è così regolarmente e frequentemente

inframmezzato da brani citati in corpo minore, anche piuttosto lunghi. Questa

pratica riguarda sia passi di precedenti opere di UPH e CHW, nei quali essi

descrivono le città o gli scrittori legati alle esperienze urbane, sia brani

tratti dalle opere degli altri scrittori, scandinavi e non. Ne risulta un

testo-collage, fondato sulla pratica intertestuale e il gioco delle voci.

            Entrambi

gli scrittori raccontano di sé. È indubbiamente però UPH a porsi nella

posizione di chi fa le domande. Lo spazio del libro è così ampiamente dedicato

a una lettura e a un commento (dialogato) dell’opera complessiva di CHW,

sebbene non si può dire che UPH si ponga nella posizione – falsamente

oggettiva, nella quale non crede – dell’intervistatore. Il dialogo mette in

gioco anche la vita di scrittore e le opere dello stesso UPH.

I dialoghi ‘urbani’, aperti agli stimoli metropolitani

presenti, passano così in rassegna Proust e Baudelaire, Schnitzler, Herzl e Musil,

Benjamin, Adorno e Horkheimer, i Surrealisti e il movimento Dada, Foucault e Hans

Magnus Enzensberger, gli scrittori svedesi Ekelund, Strindberg, Ola Hansson e

Bertil Malmberg (a questo poeta studiato da CWH e residente a Monaco sono

dedicate belle pagine), Thomas Mann e Orwell, Gaudí e il funzionalismo, e gli

scrittori svedesi di Finlandia Edith Södergran, Johannes Salminen, Arvid Mörne

e Henry Parland. Questi sono solo i nomi maggiori evocati dalle due voci.

Il libro è scritto da una prospettiva volutamente

intellettuale e letteraria, forse troppo densamente intellettuale e letteraria

(dove il lettore si confronta con una, anzi con due “enciclopedie” vaste,

cariche di nomi, riferimenti, citazioni, vissuti), ma comunque lontana

dall’idea della ‘torre d’avorio’. Le due voci sono profondamente partecipi dei

destini dell’Europa, dei suoi conflitti irrisolti, delle inquietudini del

presente (la devastazione neoliberista, l’appiattimento sul puro consumo, la

xenofobia, il disprezzo populista per l’intellettualità, l’arte e l’umanesimo).

C’è di buono che la vitalità elettrizzante delle città, verso cui questo libro

è un atto d’amore, salva sempre i due dal catastrofismo. Lo splendido ritratto

dell’anziano scrittore e critico tedesco Hans Magnus Enzensberger dà il senso più

pieno dell’idea di apertura, curiosità e fiducia nei confronti del mondo, che

le due voci, nonostante tutto e con qualche distinguo (CHW più pessimista)

nutrono.

            Con Städernas svall UPH e CHW si confermano

tra i più cosmopoliti ed europei tra gli scrittori svedesi, in questo senso sì,

veri eredi di Eyvind Johnson. Il loro dialogo è ricco di spunti interessanti e

stimolanti, ma forse più per lo studioso e lo scrittore che per il lettore

comune. Qualche volte pecca forse di ripetitività: da una parte si tratta di

una scelta oggettiva: riprendere e riproporre i propri testi, la propria voce

ora ricontestualizzata. D’altra parte l’omaggio alla grande città, alla folla e

al marciapiede come stimoli intellettuali principali per UPH e CHW sono temi

noti, qui rivisitati con amore.

 massimo.ciaravolo@unifi.it