Trentotto anni dopo – recensione a Eldfjall di Rúnar Rúnarsson

Heimaey (isole Vestmann), gennaio 1973: la popolazione viene evacuata a causa dell’eruzione del vulcano Eldfell.

Sono passati trentotto anni da quel giorno e Hannes (Theodór Júlíusson) vive adesso nella capitale, Reykjavík, dove conduce una vita da pensionato vuota, povera di rapporti umani con i familiari, senza scopo. Dopo un mancato suicidio sembra che i rapporti con la moglie Anna (Margrét Helga Jóhannsdóttir) stiano migliorando finché non sopraggiunge l’ictus di quest’ultima. Il protagonista, schivo, riservato e burbero, si trova così a dover fare i conti con il presente. Lo stravolgimento della sua vita, seppur in chiave tragica, lo porterà ad un miglioramento sostanziale dei suoi rapporti umani, specialmente con il nipote. Ma Eldfjall è anche e soprattutto una struggente storia d’amore dipinta con maestria dal regista Rúnar Rúnarsson (n. 1977). È una storia autunnale e tagliente che punta dritto a grandi questioni bioetiche: qualità della vita ed eutanasia. Chi conosce il cinema islandese non può non pensare al grande capolavoro che portò il nome di Fríðrik Þór Fríðriksson alla ribalta del cinema mondiale con Börn Náttúrunnar all’inizio degli anni novanta anche se questo affronta tematiche diverse ancora legate alla tradizione contadina in Islanda ed al contrasto con la vita in città. Sulle sue orme, Rúnarsson si cimenta con il suo primo lungometraggio in tematiche non solo difficili ma anche con un target primario di pubblico non di certo commerciale. Lo fa usando in sottofondo la tecnica degli opposti sia con la pellicola che con la musica: giochi di luci ed ombre, musiche cupe e allegre. Un ruolo particolarmente significativo lo gioca inoltre il silenzio, nel prima e nel dopo la perdita sostanziale della moglie. Il ritorno finale a Heimaey chiude il cerchio di una vita, un ritorno alla terra madre ma Hannes è ancora un viandante sul mare di nebbia.

di Matteo Tarsi, Università d’Islanda, Reykjavík.