Tarjei Vesaas: Kimen (1940, Il germe)

Il romanzo inizia con una tenera scena di vita al suo principio. Siamo in un podere: la numerosa figliata di maialini succhia avidamente il latte dalla madre coricata. Siamo su un’isola senza nome (“l’isola”). Riconosciamo il tessuto rurale scandinavo, quello che l’autore norvegese Vesaas, contadino egli stesso, conosceva bene. Tuttavia l’isola assume anche tratti simbolici e mitici; la sua rappresentazione si iscrive in una millenaria storia occidentale che raffigura l’Eden come un giardino chiuso e delimitato, a volte anche come isola appunto, a partire dalle Isole dei Beati della mitologia classica. In particolare questa verde e rigogliosa isola con molti poderi trova il suo centro nella grande fattoria di Li, ora suddivisa in due proprietà: i padroni Karl e Mari Li hanno tenuto il fertilissimo giardino con il frutteto, cedendo ai vicini Jens e Bergit le attività dei campi e l’allevamento. A Li ha inizio l’azione del romanzo: i maialini.

di: Massimo Ciaravolo

massimo.ciaravolo@unifi.it

Il romanzo inizia con una tenera scena di vita al suo principio. Siamo in un podere: la numerosa figliata di maialini succhia avidamente il latte dalla madre coricata. Siamo su un’isola senza nome (“l’isola”). Riconosciamo il tessuto rurale scandinavo, quello che l’autore norvegese Vesaas, contadino egli stesso, conosceva bene. Tuttavia l’isola assume anche tratti simbolici e mitici; la sua rappresentazione si iscrive in una millenaria storia occidentale che raffigura l’Eden come un giardino chiuso e delimitato, a volte anche come isola appunto, a partire dalle Isole dei Beati della mitologia classica. In particolare questa verde e rigogliosa isola con molti poderi trova il suo centro nella grande fattoria di Li, ora suddivisa in due proprietà: i padroni Karl e Mari Li hanno tenuto il fertilissimo giardino con il frutteto, cedendo ai vicini Jens e Bergit le attività dei campi e l’allevamento. A Li ha inizio l’azione del romanzo: i maialini.

Su quest’isola arriva Andreas Vest, un uomo in fuga e alla ricerca di qualcosa. Fugge da un trauma – l’esplosione di una fabbrica – che lo ha scosso tanto da mettere in pericolo il suo equilibrio psichico. Ed egli è consapevole del rischio; questa è per lui l’ultima spiaggia. Il romanzo è diviso in due parti, di rispettivamente 19 e 20 brevi capitoli, e la prima parte si chiama appunto “Stupet” – l’orlo del precipizio. Andreas segue, nel suo monologo interiore, una voce che lo invita a venire all’isola: qui egli anela a trovare la pace e la cura al suo male di vivere. Gli echi della narrativa hamsuniana sono forti in questa parte del racconto (il viandante misterioso e straniero che attraversa il contado, la ricerca di pace, la fuga dalla civiltà impazzita).

Andreas Vest sale a Li, dove per sua sfortuna assiste a qualcosa di orribile e sconvolgente, un incidente che può capitare in un podere. Le scrofe che hanno appena figliato impazziscono quando gli uomini portano via alcuni dei piccoli; gli uomini perdono il controllo della situazione, e in un frangente di confusione una delle scrofe divora i suoi piccoli. Nella psiche di Andreas Vest qualcosa si spezza in modo definitivo e fatale. Fugge da lì, ma è un viandante bello e distinto che non lascia trapelare nulla del suo crollo interiore. Sull’isola uccide Inga, l’adolescente figlia dei Li, che aveva incontrato mentre raccoglieva piante nel bosco. Qualcosa di impensabile è accaduto sull’isola verde, pacifica e apparentemente beata, come se il mondo si stesse capovolgendo: prima la violenza sui maialini e la follia delle scrofe; poi Andreas Vest che uccide Inga senza motivo.

La seconda parte, “Il germe nella polvere” (“Kimen i dustet”), inizia con la successiva caccia all’uomo che esplode istintiva e irrazionale tra gli isolani, guidati da Rolv, il fratello maggiore della vittima. Andreas Vest fugge terrorizzato, ma la folla imbestialita lo raggiunge e lo ammazza di botte proprio nel frutteto dei Li, il centro dell’Eden. È stato uno scoppio di violenza cieca e collettiva che sorprende e turba, con il senno di poi, gli stessi isolani. Sentono la vergogna e il pentimento; hanno commesso qualcosa che li rende irriconoscibili a loro stessi. Coloro che non si sono fatti trascinare dall’istinto omicida, i genitori di Inga, Karl e Mari Li, segnalano il bisogno di un ripensamento collettivo su quanto è accaduto. Così facendo, chiamano tutti a raccolta al loro podere. C’è bisogno di stare uniti nel momento di grande smarrimento, incertezza e confusione. Karl Li esprime pubblicamente la sua contrarietà all’atto: il lutto per Inga era una cosa; ma si era anche capito che quell’uomo era uno squilibrato… La gente comincia ad affluire al podere, silenziosa e a testa china, tranne alcuni che trovano in Rolf, effettivo trascinatore della folla e primo omicida dello straniero, il capro espiatorio: se non fosse stato per lui… Rolf stesso è in fuga sull’isola; si sta nascondendo. Non vuole sottomettersi al giudizio. Inizialmente ha cercato la comprensione dei genitori; in fondo ha voluto vendicare la sorella. Ma si è sentito rifiutato e bandito nel momento in cui la madre e il padre gli hanno detto a chiare lettere che non possono comprendere e giustificare un simile atto.

In questa situazione difficile e penosa assume un ruolo importante la ‘pazza’ dell’isola, Kari Nes, colei che nella prima parte del romanzo compariva, improvvisa e inquietante, a disturbare con le sue parole dure ogni isolano che incontrava durante il suo eterno vagare. Kari Nes, senza avere ricevuto nessun incarico dai Li, dice a tutti di andare al podere, e nessuno può disubbidirle. Un importante capitolo (11 nella seconda parte) è il confronto tra lei e Rolv; è lei che convince Rolv a tornare indietro per affrontare la sua responsabilità; lei per prima sa che cosa vuol dire perdere i propri cari, il dissolversi della famiglia: ha perso il marito e i figli in mare, e ora non può fare altro che vagare… La sua voce, ora dolorosamente lucida, ha un’autorevolezza irresistibile, e anche Rolv si deve sottomettere:

[…] si avvicinò con i suoi tratti duri. Aveva un bel viso. Rolv si ricordò del tempo in cui era bello e sorridente. Prima che il marito e i figli annegassero.

Al podere, Karl Li sta intanto assumendo la funzione di guida e punto di riferimento morale, senza veramente volerlo: non sa bene che cosa dire ai convenuti; non sa quale messaggio positivo dare loro; non può liberarli dalla resa dei conti che ognuno deve fare con se stesso. Ma proprio in questa debolezza sta la sua forza. In modo gentile è riuscito a portare gli abitanti dell’isola a un silenzioso momento di comunione, raccoglimento e pentimento – un momento che non rimuove l’imbarazzo, anzi dà a questo il tempo e il modo di esprimersi.

Jens, che pure ha partecipato alla caccia, riesce ad avere un breve colloquio con Rolv, tornato a Li. Accanto alla presenza silenziosa e calda del bel cavallo Blakka, Rolv riesce a rispondere alla domanda “come stai?” e a dire “Sto male”, a prendere coscienza del fatto che dovrà costituirsi in quanto primo responsabile:

In quel momento niente sembrava avere tanto valore quanto certe cose semplici dell’infanzia, come la vicinanza di un grande cavallo silenzioso e chino al buio.

Con l’arrivo del nuovo giorno, Rolv può attendere la barca del commissario con maggiore serenità, e l’isola verde continuare, nonostante tutto, a sperare nel futuro. Forse un germe si nasconde in quella polvere.

Kimen combina una prima parte che si presta a letture simboliche e allegoriche (l’Eden che diventa inferno; la malattia mortale di Vest, che significa anche Occidente, legata allo scoppio della fabbrica; la Seconda guerra mondiale durante cui il romanzo è pubblicato) ad una seconda parte che propone il dilemma morale ed esistenziale degli isolani in tutta la sua concretezza: che cos’è la violenza? Che farne quando ci capita di subirla? Di perpetrarla? Come rielaborarla?

Lo stile di Vesaas, che scrive in neonorvegese (nynorsk), è essenziale, semplice e potentemente evocativo al tempo stesso; il racconto alterna la narrazione in terza persona – spesso focalizzata in un personaggio, con il suo flusso di pensieri, dilemmi e sentimenti – alle scene drammatiche, dialogate, secche e teatrali. Tra i maestri Knut Hamsun e Pär Lagerkvist, Tarjei Vesaas trova il suo originale percorso e propone la sua voce pacata, lirica e lucida – inimitabile già in questo suo primo grande romanzo del 1940, mai tradotto in italiano. Il suo umanesimo è radicato nella vita contadina locale e paesana, ma è capace di toccare temi universali e drammaticamente attuali.