Svezia chiama Europa

“Vill ha fisk!” tuona il Traduttore con tutta la sua voce, così da far sembrare carta le pareti in legno bianco della grande aula, vecchia stalla di un podere. John Swedenmark, affascinante e bizzarro personaggio – critico, scrittore e traduttore stoccolmese – scuote  i suoi ascoltatori dal pianoforte della stalla, dove posa il gomito e in silenzio riflette qualche minuto, prima di gridare un’altra volta: “Vill ha fisk!”. “Voglio pesce!”, potremmo dire in italiano, ma sarebbe certo bene chiedere prima consiglio all’animato Traduttore. E’ questo infatti il titolo dell’ultima fatica di Swedenmark, che ha tradotto Ég vil fisk (2007), libro illustrato della scrittrice islandese per l’infanzia Áslaug Jónsdóttir. Ed è di questo che argomenta a lungo durante la sua lezione nel corso di traduzione letteraria dello Svenska Institutet (Istituto svedese di cultura) a Biskops-Arnö, piccola e semideserta isola galleggiante nelle acque del lago Mälar. 

Il corso, che si è tenuto a giugno del 2007, ha ospitato diversi seminari tenuti da altri traduttori professionisti, linguisti, professori di letteratura, bibliotecari e scrittori; oltre alle lezioni frontali ha incluso la visita a due delle maggiori case editrici svedesi. Infine uno spazio è stato riservato a laboratori pratici di traduzione, dove si è cercato un confronto che procedesse sopra le lingue dei partecipanti e che permettesse un dibattito tra parlanti con lingue madri diverse, siano essi russi, olandesi, polacchi, serbi, spagnoli, tedeschi, cechi o italiani. E sorprendentemente, sebbene sembrerebbe impossibile tradurre in italiano chiedendo consiglio a un traduttore polacco, la cosa è riuscita molto bene. Ciò che è utile infatti, scoprono a poco a poco i neotraduttori, non è solo un confronto del risultato, bensì anche delle problematiche che si riscontrano durante il processo traduttivo.
Tornando a Swedenmark, il Traduttore fa notare al suo pubblico di scandinavisti che la versione svedese del titolo sopracitato manca del soggetto, che invece andrebbe sempre espresso (così come è presente nell’originale). Spiega dunque che proprio questo è stato il suo espediente per dare un sapore d’infanzia alle uniche parole che poi si leggeranno in tutto il libro, strillate da una bimba che quasi ancora non sa parlare.
Questo ed altri esempi pizzicano la mente di neotraduttori e studenti che siedono nel microcosmo di un vecchio podere, su di un’isola i cui unici abitanti oggi sono un giovane insegnante di storia e due cuoche. Inoltre, nell’idilliaco ambiente naturale in cui ci si trova immersi, si ha quasi l’impressione che non passi attimo senza che il pensiero vada alla letteratura. Difficile stabilire se davvero sia così, o se si tratti di un effetto del verde squillante dell’erba e di quello delle betulle ondeggianti che, mescolandosi, inducono a pensieri elevati. Decisamente fruttuosa però è la vicinanza di altri studenti che in disparati angoli del continente si trovano, come chi scrive, a fare i conti con la stessa passione tra le mani. Nella luce rosa della sera si siede assieme sull’erba umida, finendo con lo sperimentare le proprie abilità in tutte le lingue, anche quelle ignote e impronunciabili; o ancora, passeggiando sull’isola deserta si scopre con sorpresa che il catalano è quasi identico al dialetto dei nonni lombardi, il serbo e il ceco si capiscono senza saperlo, e così il ceco e il polacco, ma non il serbo e il polacco… ritrovandosi infine in un intruglio di voci incomprensibili in cui si sta per affogare e da cui se ne esce solo, tra le risa, con lo svedese. E’ entusiasmante anche arrivare a scoprire d’aver fatto le stesse letture, di aver sospirato davanti agli stessi bei paesaggi di Svezia e di aver persino conoscenze in comune, nel piccolo mondo degli studi nordici.

Ciò che un corso del genere può lasciare a chi vi prende parte è grande gratitudine per la saggezza dello Svenska Institutet, per l’alta considerazione e l’apprezzamento che così raramente viene data a chi studia letteratura, per l’opportunità di passare una settimana sopra le righe in un luogo irraggiungibile ed ignoto, pregno di bellezza.  Inoltre, sapendo che non è facile in Italia trovare momenti dedicati a chi vuole tradurre o imparare a farlo, anche come principiante, ci si rende conto che questa è una preziosa opportunità.
Concludendo dunque con qualche parola di John Swedenmark sulla traduzione, dopo un corso a Biskops-Arnö ciò che si è imparato potrebbe essere condensato così:
“tradurre significa, vagamente, utilizzare le risorse della propria lingua madre per creare frasi che  lascino la stessa impressione di quelle in lingua originale”.

Margherita Bodini
margherita.b@alice.it