Storia comune del Nord

 I vichinghi

Europa e Nord entrano in contatto grazie al dinamismo dei vichinghi (circa 800-1050 d.C.). Se “vichinghi” suggerisce un’identità comune, sul finire di questo periodo i dialetti scandinavi cominciano a  differenziarsi e i primi nuclei nazionali a formarsi in Danimarca, Norvegia e Svezia. Il confine tra “Svezia” e “Danimarca” non è però quello attuale: il mare collega due sponde danesi dello Stretto (Sund), e il confine è dato dalle regioni montuose dell’odierna Svezia meridionale.
I norvegesi occupano le Føroyar e l’Islanda (ca. 870-930), e da qui la Groenlandia; mentre danesi e norvegesi si stanziano per un periodo, con sorti alterne, nelle Isole Britanniche (Danelaw). Gli uomini del Nord (normanni) che occupano la regione settentrionale della Francia sono assimilati alla lingua e cultura francese in poche generazioni, e destinati a nuove conquiste in Inghilterra e nell’Europa meridionale. I vichinghi svedesi, variaghi, si dirigono verso le coste finlandesi e baltiche, e scendono lungo le pianure russe e ucraine fino a Bisanzio, avendo contatti con il mondo arabo.

Il medioevo

L’organizzazione dei regni di Danimarca, Norvegia e Svezia ha luogo durante il medioevo (nel Nord ca. 1050-1520) con la diffusione del cristianesimo. Danesi e svedesi conquistano rispettivamente l’Estonia e la Finlandia nel XIII secolo e si contendono il dominio nel Baltico. La Norvegia è un regno fiorente, mentre l’Islanda, fondata sul suo autonomo “parlamento” (Thing), esprime una grande civiltà. Già verso il 1270 l’Islanda perde l’indipendenza a favore del regno norvegese e decade, anche a causa di cataclismi (eruzioni, clima più freddo, peste). Nella prima metà del 1300 ha inizio anche il declino del regno norvegese, prostrato dalla peste.
Sotto l’egida della Danimarca (Margherita I), e per contrastare il potere economico dei commercianti tedeschi, i tre regni nordici si uniscono sotto un’unica corona dalla fine del 1300. L’”Unione di Kalmar” sarà l’unica fase di unità politica di tutto il Nord. Durerà poco più di un secolo: la Svezia trae infatti vantaggi economici dai rapporti con i tedeschi e mal sopporta la corona danese, da cui si svincola poco prima dell’introduzione della riforma luterana nel Nord, attorno al 1520. La Norvegia è invece ridotta a provincia danese, e tale dipendenza durerà per oltre quattro secoli, fino al 1814.

La riforma e l’egemonia di Svezia e Danimarca

La diffusione rapida del luteranesimo è un ulteriore fattore che rafforza la comune identità e le somiglianze nella civiltà spirituale e materiale in tutto il Nord. Comunque, dalla seconda metà del 1500 fino ai primi decenni del 1700 Svezia e Danimarca, i due regni egemoni e stati moderni, si fanno la guerra. All’apice della sua espansione, a metà del 1600, la “grande potenza” svedese possiede la Finlandia, gli odierni paesi baltici e altri territori lungo le coste baltiche meridionali; ha anche strappato alla Danimarca le regioni più meridionali della penisola scandinava prospicienti Copenaghen. Alla Danimarca rimangono “solo” la Norvegia, l’Islanda, le Føroyar e la Groenlandia. L’epopea del re guerriero svedese Carlo XII, che a inizio Settecento vuole conquistare la Russia, segna il ridimensionamento della potenza. Dopo il 1720 inizia una lunga fase di pace e progresso. Svezia e Danimarca partecipano alle esplorazioni e ai commerci marittimi mondiali. Già nel Settecento però, dopo la fondazione di San Pietroburgo (1703), la Russia cerca di espandersi verso la Finlandia.

L’ottocento: nuovi assetti geo-politici e progressi

Nel 1808/09 la Russia strappa infine la Finlandia al regno svedese, facendone un granducato autonomo. La Danimarca, colpita dagli inglesi e alleata della Francia di Napoleone, perde la Norvegia nel 1814. I norvegesi lavorano per l’indipendenza; ma il paese è legato al “gemello” regno svedese nella figura del re di Svezia, pur mantenendo la sua nuova costituzione liberale e il parlamento, che le garantiscono autonomia. Lo scioglimento dell’unione con la Svezia e la nascita del moderno regno di Norvegia avvengono nel 1905.
Nel corso dell’Ottocento progrediscono l’economia, la società e le leggi. Senza moti o rivoluzioni, ma non senza tensioni e lotte, si affermano gradualmente costituzioni e pratiche democratiche, fino al parlamentarismo e, a inizio Novecento, il suffragio universale. Una nuova unione tra i paesi scandinavi è sostenuta degli studenti universitari di metà Ottocento; ma lo Scandinavismo subisce uno smacco quando prussiani e austriaci attaccano la Danimarca nel 1864 (questione dello Schleswig-Holstein), senza che il regno di Svezia-Norvegia intervenga in suo aiuto.

La modernità e il passaggio al novecento

Lo spirito scandinavista rivivrà nella fitta rete di relazioni culturali tra i maggiori scrittori danesi, norvegesi e svedesi di fine Ottocento, con il critico danese Georg Brandes quale fulcro. La rivoluzione industriale cambia il volto del Nord dal 1870 al 1920. Sono anni di prodigiosi progressi, ma anche di miseria e sofferenza per le classi meno abbienti. L’espulsione dalle campagne e l’emigrazione verso le fabbriche, le città e l’America assumono vaste proporzioni. Dagli anni Ottanta dell’Ottocento si organizzano i partiti socialdemocratici e i movimenti sindacali.
Dove in Scandinavia il conflitto tra classi resta nell’ambito dalla dialettica – dura ma civile – tra le parti sociali, la Finlandia conosce uno sviluppo più cruento. Con l’intensificarsi della “russificazione” i finlandesi si oppongono alla sudditanza allo zar. Intanto i forti conflitti sociali ed economici esplodono sulla scia della Rivoluzione d’Ottobre, in una guerra civile tra “bianchi” e “rossi” nel 1917/18. La vittoria dei bianchi sancisce la nascita della repubblica di Finlandia, per la prima volta indipendente.

I conflitti mondiali e il “modello scandinavo”

Durante la prima guerra mondiale i regni scandinavi si mantengono neutrali. La decisione comune dei tre re è forse il loro ultimo atto politico: parlamentarismo, suffragio universale e ulteriori riforme costituzionali in senso democratico portano a un ruolo sempre più formale e simbolico dei tre monarchi nel corso del Novecento.
Tra le due guerre i socialdemocratici, in rapida ascesa dalla fine del 1800, assumono la guida del governo in Danimarca, Svezia e Norvegia; manterranno l’egemonia fino agli anni Settanta, passando attraverso le prove della seconda guerra mondiale. Prende forma in questi decenni un modello sociale di successo, una democrazia aperta e solidale fondata sui principi del welfare state e su una grande fede nella spinta modernizzatrice. Ancora una volta, i rispettivi modelli nazionali si fondono, nella percezione esterna, in un “modello scandinavo” che li sintetizza.
Durante la seconda guerra mondiale Danimarca e Norvegia sono occupate dalle truppe naziste, mentre la Finlandia è attaccata dall’URSS, cui dovrà cedere la Carelia. L’Islanda, occupata dagli americani, dichiara l’indipendenza dalla Danimarca nel 1944, diventando repubblica e quinto stato sovrano del Nord. La Svezia, l’unico paese non toccato dal conflitto, si mantiene neutrale, sebbene scenda per questo a compromessi con la potenza bellica tedesca.

Dal secondo dopoguerra alle sfide odierne

Tutti i paesi nordici aderiscono all’ONU nel secondo dopoguerra, distinguendosi per il ruolo attivo nella promozione della pace e dei diritti nel mondo. Trovano anche, attraverso il Consiglio Nordico, un organo attraverso cui promuovere dialogo e collaborazione tra le reciproche istituzioni in campo legislativo, economico e culturale. Danimarca, Islanda e Norvegia aderiscono alla NATO; la Svezia mantiene invece la sua neutralità rispetto ai blocchi della Guerra Fredda; e lo stesso fa la Finlandia, dovendo però mantenere una politica di riguardo nei confronti del potente vicino, l’URSS. Complessa è anche l’adesione al processo di unione europea, questione che ha suscitato e suscita passioni e contrasti all’interno dei singoli stati. Oggi, Danimarca, Svezia e Finlandia fanno parte dell’UE, ma solo la Finlandia ha adottato l’euro. Dei territori a statuto speciale – Føroyar e Groenlandia (della Danimarca) e isole Åland (della Finlandia) – solo le Føroyar sembrano intenzionate a procedere sulla strada dell’indipendenza.
Un certo scetticismo verso l’Europa è anche connesso al timore di perdere, a causa dei processi di globalizzazione, caratteristiche specifiche che hanno segnato il modello sociale nordico nel Novecento. Anche la massiccia immigrazione dai paesi poveri, in guerra o sottoposti a dittature rappresenta una nuova sfida. Per i nuovi partiti xenofobi, forti in Danimarca e Norvegia ma presenti ovunque, si tratta di difendere il buon vecchio welfare, ma escludendo gli immigrati. Per le forze più aperte e tolleranti si tratta invece di accettare la molteplicità etnica e culturale, salvaguardando il principio inclusivo e democratico della “società aperta”. L’egemonia mondiale dell’ideologia neoliberista negli ultimi decenni non rende comunque più ovvia nessuna delle conquiste sociali del XX secolo, e rappresenta una sfida al welfare state del XXI secolo.

Bibliografia

Paolo Borioni, Welfare scandinavo, Roma, Carocci, 2003, 157 pp.

Thomas Kingston Derry, A History of Scandinavia: Norway, Sweden, Denmark, Finland and Iceland, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1979, 447 pp.

Byron J. Nordstrom, Scandinavia since 1500, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2000, 393 pp.

Massimo Ciaravolo