Selma Lagerlöf: Gösta Berlings saga, la pagina e l'immagine

Gösta Berlings Saga, pubblicato nel 1891, fu il primo libro edito da Selma Lagerlöf, e quello che le aprì le porte verso un grande successo di pubblico. Il romanzo è un insieme di vicende e personaggi al limite tra mito e realtà, che costruiscono insieme al protagonista, il cavaliere Gösta Berling, la sua lunga e complessa saga formata da episodi concatenati ma al tempo stesso staccati come singoli racconti. L’opera riprende la tradizione scandinava delle saghe, basate su personaggi eroici ma umani anche nelle loro debolezze. I drammi morali sono narrati in forme epiche e fantastiche, e si innestano nel paesaggio scandinavo del Värmland, anch’esso sospeso tra la dimensione del sogno e quella della realtà.

 Gösta Berlings Saga, pubblicato nel 1891, fu il primo libro edito da Selma Lagerlöf, e quello che le aprì le porte verso un grande successo di pubblico. Il romanzo è un insieme di vicende e personaggi al limite tra mito e realtà, che costruiscono insieme al protagonista, il cavaliere Gösta Berling, la sua lunga e complessa saga formata da episodi concatenati ma al tempo stesso staccati come singoli racconti. L’opera riprende la tradizione scandinava delle saghe, basate su personaggi eroici ma umani anche nelle loro debolezze. I drammi morali sono narrati in forme epiche e fantastiche, e si innestano nel paesaggio scandinavo del Värmland, anch’esso sospeso tra la dimensione del sogno e quella della realtà.

    Sebbene il motto della cinematografia scandinava dell’epoca fosse “la letteratura attraverso le immagini”, in questo caso notiamo immediatamente come il film si scosti molto dal libro, conservando pochissimi tratti della storia originale. In effetti la storia del film fu già dall’inizio molto travagliata: nel 1913 la Lagerlöf vendette i diritti della sceneggiatura ad una casa di produzione danese, che però non poté mai realizzare il progetto a causa del suo fallimento. I diritti andarono allora alla Svensk Filmindustri, con grande paura dell’autrice che senza successo fece di tutto per evitare di assegnare la regia a Mauritz Stiller, dal momento che questi aveva diretto (e secondo l’autrice stravolto) un suo precedente lavoro. Ad ogni modo, Stiller riscrisse la storia, e la Lagerlöf lesse e approvò la riscrittura.

   Durante le riprese, però, ulteriori modifiche vennero apportate al film e la Lagerlöf, impossibilitata a trovarsi a Stoccolma per vedere il risultato finale, acconsentì ad autorizzarne l’uscita poiché le era stato garantito dalla casa produttrice che la riscrittura da lei approvata non era stata cambiata. Una volta visto il film la Lagerlöf si sentì tradita, e non perdonò mai Stiller di aver confuso completamente la sua opera. Il film non riscosse il successo sperato da Stiller, ma fu comunque esportato in ben 28 paesi.

   Una delle modifiche più evidenti del film rispetto al libro è senza dubbio la cronologia. Sicuramente in quasi tutte le riscritture cinematografiche la successione degli avvenimenti è uno dei cambiamenti più frequenti, per ovvie esigenze sceniche, ma nel caso di Gösta Berlings Saga, se a volte si aumenta la tensione, a volte si perde, oppure ci si limita a stravolgere gli eventi senza aggiungere né togliere niente alla vicenda del libro.

   L’abbandono di Gösta del suo ruolo di pastore è molto più drammatico nel film che nel libro, poiché, se in quest’ultimo era il risultato di una deliberazione di autorità superiori, nel film Gösta affronta la folla inferocita, gridando ciò che pensa degli abitanti del paese, in un tumultuoso lancio di bibbie.

   Uno dei casi in cui la tensione si perde notevolmente è l’umiliazione di Elizabeth provocata dal marito Henrik: se nel film la contessa viene rimproverata di essersi occupata di faccende che non la riguardavano, nel libro viene addirittura obbligata a chiedere perdono a Gösta dopo essere stata rapita. Inoltre il cavaliere, sentendosi in colpa mentre assiste a questa umiliazione, per non farsi baciare le mani, protende le braccia verso la stufa, bruciandosele, in uno slancio carico di fervore.

   Quando i genitori di Marianne la abbandonano alla festa dove questa ha baciato Gösta, nel libro la tensione è decisamente maggiore: lei infatti non sa che hanno lasciato la casa, e intraprende il lungo viaggio nella neve senza capire perché se ne siano andati senza di lei, anche se in realtà lo immagina. Nel film la scena è invece più sbrigativa: il padre inveisce contro di lei ed esce dalla casa.

   Ci sono però casi in cui gli stravolgimenti strutturali della storia sono completamente inutili, e uno di questi è ad esempio la scelta della collocazione del tentato suicidio di Gösta, che nel libro avviene immediatamente all’inizio, nel film invece dopo la morte di Ebba (che oltretutto nel film compare come personaggio, mentre nel libro è solo menzionata).

   Non si riscontra l’empatia, che si prova necessariamente nel libro, verso la maggioressa di Ekeby: né il racconto del suo adulterio risulta penoso e drammatico, né sono avvertite le sofferenze da lei patite dopo essere stata cacciata dal marito.

   Interessante invece la scelta scenografica dell’incontro con la madre: nel libro questo è soltanto raccontato, ma il fatto che sia narrato praticamente alla fine del romanzo, suggerisce lunghe peregrinazioni anche senza il bisogno che queste siano esplicitate.

   Nel film invece vediamo l’incontro e ciò che è più rilevante è che lo vediamo poco dopo che la maggioressa è stata cacciata (prima, quindi, dell’incendio di Ekeby, che nel film è reso in modo molto più drammatico). Nonostante si perda il carattere del lungo viaggio della maggioressa, la scena nel film è carica di tensione, e l’aiuto che la maggioressa dà alla madre nello svolgere il suo lavoro, che poi simboleggia il suo perdono, non è l’aiuto nello scremare il latte, come è invece nel libro, le due donne infatti fanno girare insieme una pesante mola, facendo sì che il lavoro svolto dalle due abbia un ruolo visivamente di maggior impatto.

   La scena della corsa in carrozza sul lago ghiacciato per sfuggire ai lupi poi, momento del film molto famoso anche per la difficoltà nel girarlo, nel libro è completamente diversa: non è infatti la contessa Elizabeth che Gösta rapisce, ma Anna Stjärnhök, oltretutto per farle mantenere la sua promessa di fidanzamento con Ferdinand.

   Se nel libro comunque abbiamo un narratore che presenta gli avvenimenti, nel film, per sopperire alla mancanza di questo artificio tecnico, abbiamo o scene simboliche che comunicano ciò che il narratore spiega in lunghe dilatazioni (ad esempio, per riassumere la devozione del padre Melchior verso la figlia Marianne, nel film vediamo che il padre, che vorrebbe bere ancora vino, viene dissuaso a farlo non dalla moglie, che viene deliberatamente ignorata, ma dalla figlia, a cui basta un semplice sguardo e un cenno della mano) oppure si utilizzano varie volte i servi che si raccontano tra loro le vicende dei padroni, stratagemma prettamente strindberghiano.

   Il finale è indubbiamente scialbo. Non è menzionata la gravidanza della contessa Elizabeth né i dubbi di Gösta: il loro appare un matrimonio felice e per amore, e, fatto ancora più importante, Gösta non rinuncia ad Ekeby per vivere una vita di povertà e lavoro, ma accetta di buon grado il governo del paese, affidatogli dalla maggioressa.

   Nel complesso il libro risulta sicuramente più avvincente, e conserva quel carattere di favola mitologica che il film purtroppo non mantiene.

Irene Lami, Università degli Studi di Pisa

irene_lami@hotmail.it