Selma Lagerlöf e Charles Dickens: una comparazione tra Körkarlen e A Christmas Carol

Körkarlen, scritto da Selma Lagerlöf, fu pubblicato per la prima volta nel 1912, ed è anche importante ricordare che ispirò l’omonimo film muto, uscito nel 1920, del grande regista svedese Victor Sjöstrom, capolavoro nordico e vera lezione di cinema per le innovazioni tecniche e la potenza registica. Il film infatti, girato a lastre sovrapposte per comunicare l’idea dell’immaterialità del carretto, fu un grandissimo successo anche in campo internazionale, proprio per il carattere sperimentale con cui era stato girato.

Il cinema muto svedese era comunque famoso all’epoca, ed esportava le sue pellicole anche oltreoceano, proprio per la tecnologia avanzata con cui venivano montati i film; con l’avvento del sonoro, però, il cinema svedese non conobbe più molti successi, fino all’arrivo di Bergman.

Körkarlen, scritto da Selma Lagerlöf, fu pubblicato per la prima volta nel 1912, ed è anche importante ricordare che ispirò l’omonimo film muto, uscito nel 1920, del grande regista svedese Victor Sjöstrom, capolavoro nordico e vera lezione di cinema per le innovazioni tecniche e la potenza registica. Il film infatti, girato a lastre sovrapposte per comunicare l’idea dell’immaterialità del carretto, fu un grandissimo successo anche in campo internazionale, proprio per il carattere sperimentale con cui era stato girato.

   Il cinema muto svedese era comunque famoso all’epoca, ed esportava le sue pellicole anche oltreoceano, proprio per la tecnologia avanzata con cui venivano montati i film; con l’avvento del sonoro, però, il cinema svedese non conobbe più molti successi, fino all’arrivo di Bergman.

   Se osservassimo attentamente il testo dell’autrice svedese e A Christmas Carol, una delle opere più famose di Charles Dickens, sicuramente noteremmo che si tratta più o meno di un’elaborazione della stessa vicenda, anche se ci sono comunque profondissime discrepanze.

   Ciò che li contraddistingue, dal punto di vista strettamente emotivo del lettore, è innanzitutto che, mentre in Dickens chi legge è infastidito dall’avarizia del protagonista, anche e soprattutto perché partecipa al dolore delle persone a cui questo causa indicibili sofferenze, nel testo svedese questa sympatheia è molto meno avvertita, se non addirittura inesistente. La crudeltà di David Holm, anche nei suoi momenti di massima gratuità e acutezza (come ad esempio la scena in cui si strappa di dosso la giacca appena riparata da sorella Edit, che morirà oltretutto di tubercolosi proprio dopo essersi contagiata mentre la stava rammendando), in un certo senso ci affascina; e più che soffrire con le vittime della crudeltà di David, noi osserviamo sempre più avidamente le sue azioni per vedere fino a che punto potrà arrivare, e questo è probabilmente lo stesso meccanismo che scatta nel cuore di Edit quando se ne innamora.

   In Dickens inoltre i tre spiriti dei Natali, altro non sono se non personificazioni di “memoria”, “esempio”, e “paura”, che mostrano al protagonista Ebenezer Scrooge le drammatiche conseguenze delle sue azioni, in ciò che potremmo definire una struttura narrativa al condizionale. David invece è morto, e per quanto finga inizialmente di non capire, è ben evidente che ha compreso di essere stato ucciso fin da quando ha sentito scricchiolare le ruote del carretto fantasma.

   L’atteggiamento con cui i due affrontano la parte disturbata e crudele del loro io, è quindi completamente opposto. In Ebenezer è proprio la paura che fa scattare la redenzione nel suo animo, in David è sì la paura (poiché gli viene mostrato l’omicidio-suicidio della moglie, che avvelena i bambini e se stessa), ma è una paura data da una profonda presa di coscienza, poiché egli, per quanto ne sa, sta morendo, e non chiede di tornare in vita, ma prega affinché l’orrore che sta guardando non succeda, chiede del bene per gli altri, non per sé.

   In un’ottica esegetica complessiva, inoltre, Ebenezer Scrooge è un vecchio, si trova in un’età quindi in cui si fa un bilancio delle azioni compiute durante la propria esistenza, e quindi gli spiriti dei Natali potrebbero rappresentare anche la sua stessa coscienza. David Holm è invece un uomo nel fiore degli anni che sente di dover completare un percorso di vita iniziato non da molto, che ha ancora una lunga prospettiva davanti a sé, e il guidatore del carretto Georges lo spinge a interrogarsi su quale influenza il suo comportamento possa avere sulle vite degli esseri umani a lui vicini. Georges non rappresenta quindi tanto una presa di coscienza del protagonista, quanto piuttosto uno stimolo a riflettere, quasi una rivelazione, così come dimostra ad esempio lo slancio affettivo che pervade David Holm nel momento in cui scopre di essere stato amato da sorella Edit.

   Quindi se per certi versi l’opera della Lagerlöf appare più acerba e spigolosa, al contrario della favola di Dickens, ben costruita ed estremamente commovente, il messaggio del testo svedese è forse in realtà più profondo e strutturato, e sebbene Körkarlen non sia sicuramente l’opera più celebre del Premio Nobel scandinavo, ha saputo senza dubbio conciliare aspetti di tradizione e religione, critica e presa di coscienza, che rendono questo libro un piccolo capolavoro.

Irene Lami, Università degli Studi di Pisa

 irene_lami@hotmail.it