Satana, il maggiore e il predicatore di corte (Hjalmar Söderberg)

Sei racconti brevi di Hjalmar Söderberg ruotano attorno alla figura di un console generale e quattro di questi trovano ambientazione durante le cene che lo stesso offre ad amici e parenti, a cui il narratore-autore partecipa come invitato e che portano il nome di Generalkonsulns middagar (Le cene del console generale). Questi includono i racconti Efter middagen (1903), Vid gröna lampan (1903), Det sjätte sinnet (1900) e Satan, majoren och hovpredikanten (1901). I due restanti sono Generalkonsulns på slottsbal (1904) e Generalkonsulns F-båtsmiddag (1912). Squisiti pezzi di letteratura che offrono un’istantanea della società borghese, che si rende manifesta in immagini appena accennate, ritratti di persone e soprattutto nei dialoghi tra gli ospiti, lasciano molto spesso intravedere il complesso sistema di potere che regna tra gli individui in società. Si svelano cosí le tensioni tra uomini divenuti personalità di spicco e altri con poche medaglie al valore sul petto, la concezione di morale e moralismo nel comportamento di uomini e donne e su temi come il divorzio, lo scandalo e il suicidio, e l’incolmabile divario che sembra debba ad ogni costo regnare tra borghesi e la loro servitù.

Un racconto di Hjalmar Söderberg (Satan, majoren och hovprediakanten)

A cura di Margherita Bodini, Università degli Studi di Milano

Sei racconti brevi di Hjalmar Söderberg ruotano attorno alla figura di un console generale e quattro di questi trovano ambientazione durante le cene che lo stesso offre ad amici e parenti, a cui il narratore-autore partecipa come invitato e che portano il nome di Generalkonsulns middagar (Le cene del console generale). Questi includono i racconti Efter middagen (1903), Vid gröna lampan (1903), Det sjätte sinnet (1900) e Satan, majoren och hovpredikanten (1901). I due restanti sono Generalkonsulns på slottsbal (1904) e Generalkonsulns F-båtsmiddag (1912). Squisiti pezzi di letteratura che offrono un’istantanea della società borghese, che si rende manifesta in immagini appena accennate, ritratti di persone e soprattutto nei dialoghi tra gli ospiti, lasciano molto spesso intravedere il complesso sistema di potere che regna tra gli individui in società. Si svelano cosí le tensioni tra uomini divenuti personalità di spicco e altri con poche medaglie al valore sul petto, la concezione di morale e moralismo nel comportamento di uomini e donne e su temi come il divorzio, lo scandalo e il suicidio, e l’incolmabile divario che sembra debba ad ogni costo regnare tra borghesi e la loro servitù.

Ho scelto di tradurre Satan, majoren och hovpredikanten (1901, dalla raccolta Främlingarna) perché mai apparso in italiano, perché divertente, piacevole ed esemplare dell’ironia e della forza narrativa di Söderberg.

*

Il nostro ospite, lo squisito console generale, aveva appena picchiettato sul bicchiere, pregandoci di sentirci i benvenuti, e la sua preghiera non incontrò alcuna protesta. Sono preghiere di questo tipo che dovremmo invocare, se vogliamo sperare nel loro ascolto. Il primo tiepido flusso di bordeaux scivolava già come una leggera carezza nelle nostre gole, unendosi a due sardine sottolio e a un piccolo bicchiere di genever in un singolare accordo, un preludio mistico prima che la sinfonia vera e propria si espandesse grandiosamente in fuga. All’estremità del tavolo, dove sedevo io, le signore non erano bastate. Da un lato avevo un predicatore di corte, dall’altro un maggiore. Ma non so se fosse un vero maggiore, poiché quando noialtri alzammo i bicchieri di vino rosso e gli sguardi verso il centro – il console generale – lui alzò un bicchier d’acqua, e gli occhi sotto il ciglio severo vagarono lontano, verso la periferia.

Il predicatore di corte era invece un vero predicatore di corte e, poiché sapeva che ero un non credente, non mi parlò delle verità eterne, bensì del vino rosso.

– È qualcosa di davvero eccezionale, disse. L’ho notato subito. È per me di estrema importanza che il vino rosso sia buono, poiché non oso bere nient’altro.

E aggiunse sussurrando:

– Lo stomaco è malandato.

Annuii consenziente e un po’ distratto. Dall’altro lato del tavolo, tra fiori e caraffe di cristallo, vedevo il volto di una donna. La sua pelle era pallida e le labbra rosse. Mi osservava mentre sorseggiava il vino, o almeno, a me parve così. E così facendo tirò fuori la piccola punta di una lingua rosso vivo, muovendola piano avanti e indietro tra le labbra. Fu quella vista a rendermi pensieroso e distratto.

Improvvisamente udii la voce da comando del maggiore, che mi risvegliò.

– Il signore è redento? chiese.

– Sì, risposi io senza esitazione, poiché ritenevo fosse l’unico modo sicuro per alzarsi da tavola non redento.

Il maggiore si fece un po’ perplesso. Non se l’era aspettato, non ho l’aspetto di un redento. Prese un sorso d’acqua e tacque.

Un’orchestra d’archi nascosta dietro una tenda suonava, attutita, una danza spagnola. La testa del predicatore di corte, che sembrava attaccata per poco al suo picciolo come un frutto maturo, si muoveva lentamente al ritmo della musica.

– Vive un dio nella musica, disse.

Il maggiore fissava il suo bicchiere d’acqua come se avesse delle visioni. Improvvisamente impallidì e spinse il bicchiere lontano da sé. L’attimo seguente lo aveva già riavvicinato e ci fissava dentro con labbra serrate; poi lo spinse verso di me.

– Siate gentile, ditemi se vedete qualcosa, disse.

Io guardai a mia volta nel bicchiere, ma vidi soltanto le bollicine di anidride carbonica salire verso l’alto come anime redente.

Gli dissi che non vedevo nulla.

– È la musica, borbottò. Satana vive in questa musica.

– Che cosa vede il maggiore nel bicchiere? chiesi.

– Vedete la signora laggiù, quella che sta tirando fuori la lingua? È lei che vedo nel bicchiere. E la vedo completamente nuda!

– Posso guardare un altro po’? dissi io.

E fissai molto a lungo e seriamente nel bicchiere d’acqua.

– No, dissi alla fine, non vedo proprio niente. Il maggiore dovrebbe forse bere un bicchiere di vino.

Si versò un paio di gocce di vino nell’acqua, ma senza poi berne, bensì continuando a fissare il liquido così debolmente colorato di rosso.

– Ora se n’è andata, disse alla fine.

Inspirò profondamente e si asciugò il sudore freddo dalla fronte con il tovagliolo.

– Se solo la smettesse di tirare fuori la lingua!

Osservai di nuovo la signora laggiù tra i fiori. La piccola punta della lingua rossa si faceva avanti ininterrottamente tra le labbra, mentre lei guardava spesso nella nostra direzione. Ebbi davvero l’impressione che volesse indurci in tentazione, o almeno uno di noi.

– Ma sì, forse avete ragione voi, disse il maggiore, posso benissimo bere vino, in quanto vedo Satana ovunque, anche nell’acqua. E ne riempì un bicchiere pieno, brindò con me e lo vuotò in un sorso.

– Sì, continuò, Satana è dappertutto. È impossibile evitarlo, bisogna prenderlo per le corna e cercare di tenergli testa come si può. L’altro giorno rientravo a casa da una visita ufficiale al re, in alta uniforme e con le piume nella feluca, e posso ben dire che incontrai Satana a ogni mio passo, anzi, che mi tenne compagnia tutta la strada. Mentre scendevo per Lejonbacken mi sussurrò: “Feiff”, disse “ecco il ministro della guerra che cammina dritto avanti a te. È decisamente troppo grasso perché passi attraverso quella cruna d’ago, sai. Puoi anche andare da lui a parlargli della sua anima. Chissà, potrebbe sempre essere un seme di benedizione.” Ma capii subito che era Satana e stetti attento a non ubbidirgli.

– Mi perdoni, ma come faceva il maggiore a sapere che era Satana a parlare così?

– Vi dirò, ero consapevole di essere irritato col ministro della guerra, perché era stato in piedi davanti a me e mi aveva coperto durante tutta l’udienza, così che il re mi aveva a malapena visto. Quando poi lo spirito che mi suggeriva di parlare con lui prendeva spunto dal fatto che fosse così grasso, capii naturalmente che si trattava del diavolo, che mi tentava tramite la mia invidia.

Non avevo nulla da obiettare. Il maggiore continuò:

– E così giunsi al ponte di Norrbro. Là incontrai due ragazze, di quel genere che sapete… Mi lanciavano sguardi di sfuggita e mi mostravano la lingua, proprio come quella signora laggiù. Allora sentii per la seconda volta Satana apostrofarmi: “Feiff,” disse, “non dovresti perdere l’occasione di parlare a quelle ragazze e cercare di redimerle.” E questa volta Satana parlava davvero in modo così simile a Dio che mi fermai in mezzo al ponte di Norrbro e mi voltai verso le ragazze, in gran parata com’ero, e le ragazze si voltarono anche loro, e tirarono fuori la lingua. Solo un pezzetto, mi capite; non come quando un monello di strada tira fuori la lingua, ma solo una piccola punta rossa tra le labbra, proprio come la signora laggiù. “Allora Feiff”, mi disse Satana, “non vai da loro? Hai forse paura che si possa pensare male? Sei codardo, vecchio Feiff?” Titubai ancora e stetti in ascolto, alla ricerca di qualcosa che potesse dirmi come dovevo agire. E pensate, Satana si fece ancora più astuto di prima e mi disse: “Feiff, puoi tranquillamente andare a parlare con le ragazze; non devi avere paura che si possa male interpretare. Sei da tutti noto come persona religiosa e seria; se ne avessi voglia, potresti persino andare da quelle ragazze e scherzare un po’ con loro, tutti crederebbero comunque che tu stia tentando di redimerle.” Quella volta fu chiaro che era Satana, io credo, no?

– Sì, risposi, quella volta fu davvero chiaro. Credo che persino io avrei potuto riconoscerlo, se mi fosse successo.

Il maggiore continuò:

– Attraversai la piazza Gustav Adolf. Il sole splendeva e la gente mi guardava. E Satana mi sussurrava che ero ancora un uomo di bella presenza, con la mia piuma bianca e i miei sessant’anni. Bah, quelle sciocchezze le dice sempre, non mi ci attacco. E così arrivai in via Arsenalsgatan. Là incontrai una vecchia, una vera vecchia cenciosa. Si inchinò il più profondamente che poteva e disse: Buondì signor generale, dia a una povera vecchia ubriaca una moneta per una bevuta! Senza pensare granché a ciò che facessi, e senza ascoltare quello che Satana poteva avere da dirmi, tirai fuori una moneta da venticinque centesimi e gliela diedi. Ma gliela avevo appena data, quando capii che quella era una delle azioni di Satana. Che cosa avevo fatto? Giudicate voi stesso: incontro una vecchia che mi chiede una moneta. Siccome il tempo è bello e il sole splende sulla mia uniforme e sui miei ordini cavallereschi e la vecchia mi chiama generale, sebbene io sia solo un maggiore in riserva, le do la moneta. Ora, ho fatto una buona azione? Lungi da questo; la vecchia si berrà la moneta – l’aveva detto pure lei, anche se io ci ho fatto caso solo più tardi. Non diventerà né migliore, né più felice con quella moneta, diventerà peggiore e più infelice di quello che era prima. “Ah, idiozie”, sentii allora Satana sussurrarmi all’orecchio “la vecchia non può in ogni caso cadere più in basso di così e i tuoi venticinque centesimi non faranno differenza”. Ma non lo ascoltai. Attraversai e andai sull’altro marciapiede per vedere dove sarebbe andata la vecchia. Stava ancora in piedi all’ingresso della Handelsbanken e chiedeva l’elemosina. Andai avanti e indietro e riflettei su cosa avrei dovuto fare. Non potevo certo andare da lei e chiederle indietro i venticinque centesimi. Nemmeno potevo giustificare me stesso se l’avessi lasciata andare a berseli. Che dovevo fare? Credo di essere andato avanti e indietro per più di un’ora, tenendo d’occhio la vecchia. Finalmente iniziò a spostarsi, prese la strada per piazza Jakobstorg, là girò l’angolo per via Trädgårdsgatan e io mi misi a seguirla. La raggiunsi presto e iniziai a parlarle della sua anima. Ma la sua parola era instabile quanto la sua camminata, e aspettava soltanto di poter entrare in un’osteria. Cercai di parlarle in modo che mi capisse, non esitai perfino a paragonare il regno dei cieli ad una stupenda osteria, straordinariamente grande e luminosa. Ma temo comunque che non mi capisse; credo che le piacessero di più le osterie piccole e buie. Iniziavo a stancarmi di questa storia, quando Satana mi sussurrò: “Feiff”, disse, “allontanati dalla vecchia! Arrivano due ufficiali laggiù e già ridono di te!” Ma io continuai la mia strada con la vecchia; gli ufficiali mi incrociarono e salutarono, io risposi al saluto e loro non risero. “Feiff”, disse Satana, “non puoi almeno entrare nell’antro di un portone con la vecchia? Sembra quasi che tu voglia vantarti della tua misericordia e della tua indifferenza per quello che la gente dirà.” Ma io non lo ascoltai. Mi portai la vecchia a casa e le offrii il caffé e col caffé diventò più sobria, così che le si poteva parlare. E ora è nell’Esercito della Salvezza e non beve più, bensì loda Dio.

Ascoltavo serio mentre sorseggiavo il mio vino. Ma dall’altro lato sentii il predicatore di corte tirarmi piano per il braccio e quando mi girai, portò la mano alla bocca e sussurrò:

– Non è a posto!

– Dipende da cosa si intende per a posto, risposi io. Ad ogni modo sono convinto che il signor predicatore di corte sia più a posto.

Il predicatore di corte mi guardò con calore negli occhi, con uno sguardo che era già un po’ inumidito dal vino, e disse:

– So che abbiamo diverse opinioni su molte cose. Ma sulla questione del cosiddetto movimento di risveglio religioso credo la pensiamo allo stesso modo, non è vero?

– Sì, sono convinto che la pensiamo alla stessa maniera in questo caso. Anche a me non piacciono quegli adepti. Ma d’altro canto non si può naturalmente negare che siano l’unica corrispondenza del nostro tempo ai primi cristiani. Non è vero, signor predicatore di corte?

– Sì, rispose con cortesia, sì, naturalmente… natural… Si interruppe d’improvviso e fissò lo sguardo dritto in aria. Era un vero predicatore di corte ed era solito dirsi d’accordo un po’ su tutto. Quando parlava con il suo Dio, di certo si adoperava per rendersi il più piacevole possibile ai suoi occhi, e se avesse incontrato Satana nell’antro di un portone, non avrebbe perso l’occasione di fare un’impressione simpatica anche a lui.

Ma è possibile che la conclusione quella volta gli risultasse un poco dubbiosa. Sicura certo non lo era. È anche possibile che a sua volta avesse visto la signora che tirava fuori la lingua, e che fosse per quello che si era interrotto e si era messo a fissare in aria.

*

 Trad. dallo svedese di Margherita Bodini

maggio-giugno 2009