Racconto: La Strana Creatura

Studentessa di Lettere Moderne presso la Scuola di Studi Umanistici e della Formazione dell’Università di Firenze, Chiara Favati, dopo nove anni passati dai suoi viaggi in Norvegia e Danimarca con la famiglia, ha ritrovato “quel qualcosa” che le aveva lasciato il paesaggio del Nord, attraverso la lettura di alcuni testi studiati durante un corso di Letterature Nordiche all’Università di Firenze. Fifì e Pär potrebbero essere due piccoli troll norvegesi, o qualche magica creaturina simile; fra i due potrebbe essere in corso un dialogo, o forse si tratta solo di pensieri. La Creatura potrebbe rappresentare tante cose. A Skagen, Chiara ha incontrato veramente un pescatore con quella dolce smorfia sul viso.

Di Chiara Favati (chiara.r.f@live.it)

Studentessa di Lettere Moderne presso la Scuola di Studi Umanistici e della Formazione dell’Università di Firenze, Chiara Favati, dopo nove anni passati dai suoi viaggi in Norvegia e Danimarca con la famiglia, ha ritrovato “quel qualcosa” che le aveva lasciato il paesaggio del Nord, attraverso la lettura di alcuni testi studiati durante un corso di Letterature Nordiche all’Università di Firenze. Fifì e Pär potrebbero essere due piccoli troll norvegesi, o qualche magica creaturina simile; fra i due potrebbe essere in corso un dialogo, o forse si tratta solo di pensieri. La Creatura potrebbe rappresentare tante cose. A Skagen, Chiara ha incontrato veramente un pescatore con quella dolce smorfia sul viso.

 

Restavano a guardare quella Strana Creatura che si tagliava le unghie.
Zitti, con le teste accovacciate nella brughiera e gli armonici suonati dal vento.
Sotto un misto di megasassi grigio chiari, muschi pelosi, cespuglietti di erica che stufavano profumi  lievi e struffoli di colore.
Sotto di loro le curve della strada. Ancora più sotto gli alberi a punta; più sotto ancora il fiordo e il suo mormorio di acque intoccabili. La Strana Creatura sembrava molto sudicia, probabilmente l’acqua di Geiranger non l’aveva mai neppure immaginata. Grugniva. Chissà se aveva capito di essere un’orribile creatura strana, pensava Pär.
Pär iniziò a giocare con i capelli di Fifì, ad intessere altri nodi nella matassa-materia scura che Partiva dalla piccola testa della sua compagna. Una filiforme violenza fisica.
Avrebbe tanto voluto andare a giocare nei loro prati scarnificati, ma lei non smetteva di fissare la Creatura: era il loro compito controllare la Creatura. Alcuni umani hanno cani ed altre bestiole a cui badare, loro –o meglio: lei– doveva tenere d’occhio quella sottospecie di animale. Cose che capitano. Situazioni in cui ci si impantana, come nel fango quando la pioggia post-estate inizia a scendere a fiumi…quando le gocce sono ormai grigie e non più azzurre.

Nello spazio fra le nuvole, nella saetta di una spinta, nell’immensità che si slancia fra un cespuglio e l’altro potremmo volare. Potremmo disegnare prospettive di sorriso, giochi alari spiegando le braccia al vento durante una corsa, un semplice acchiappino.
Si, potremmo…ma la Bestia?
Potremmo correre notte e giorno senza posa, senza le regole della via lattea sulle spalle…potremmo correre tu per me ed io per te, con traiettorie impercettibili (agli altri). Ci porteremmo via, vocalizzeremo ciò che viene dall’eterno…tutto nella geometria di un canto.
Una volta avevamo carezzato il sogno di giocare con un aquilone sulle lunghe spiagge sabbiose della Danimarca, della patria di Amleto e dei suoi fantasmi di rimorso. Sognavamo crinali di dune sotto il baldacchino di un cielo in velluto.
Fifì carezza la Bestia con lo sguardo, mentre essa starnutisce ignara di aver annusato un polline che le dà allergia, che le cuce starnuti sulle pareti delle narici.
Ancora non svanisce la bava di luce del mattino autunnale. Quasi luce di stella.
Dio ha lasciato la sua palpebra semi socchiusa.

Pär iniziò a giocare con i capelli di Fifì, intessere altri nodi nella matassa-materia scura che partiva dalla sua piccola testa. Una filiforme violenza fisica.
Era un sentimento normale, appena accennato, quello che univa i due piccoli esseri magici. Eppure, nasceva da meccaniche divine.

Avere un poco di pace, ecco cosa ci vorrebbe (almeno per un attimo, almeno per sempre)
Questi venti di aria e insicurezze, queste nostre parole-deltaplano ci hanno fatto frullare le teste oltre il limite della comprensione (così tante vite nei nostri occhi), ed ora solo manipoli di intrecci neuronici pulsano nel cranio. Gomitoli senza più né capo né coda. Grovigli di lana ci intasano le mani (gli artigli: unica difesa) e palle di pelo in gola: ecco la nostra eredità, la nostra immobilità di pietra nel meriggio.
E la Bestia, gli affanni terreni…non avremo mai pace in questo modo, mai pace e…
Non voglio mettermi a volare mai più Pär, mai più…e non sai con che dolore di cane mi strappo la metafisica dal cuore…
Metafisica e affanni terreni sono come zuppa e pan bagnato: la metafisica non ti eleva, o meglio, ti eleva portandoti a vedere sempre più affanni; dall’alto più dettagli e zanzare ti entrano negli occhi di quando cammini a terra con lo sguardo abbassato da lavori minuscoli, nani.
Nel mio volo d’Icaro tutto mi incanta e mi uccide, come la saudade davanti al neon di un tramonto.
Anche il suono di armonica che ti scende dalle labbra sottili è l’unica cosa che mi dà una casa fra le mie quattro pareti di sasso e montagna…
Affogo…

Forse dovremmo affogare Fifì, con un poco d’ossigeno in bocca dovremmo lasciarci affogare nell’acqua del fiordo squassata dai battelli turistici estivi…oppure andare fino l’Oceano ed annegare insieme laggiù…
Potremmo diventare pescatori (annegati) di perle, vivere in quel mondo acquattato, attutito, dove le correnti sono più solide, più avvolgenti, concrete ma non di roccia. Dove l’amore è ancora bianco.
Tu dici che le perle sono l’escrezione dolorosa di quelle conchiglie, ma la bellezza nasce dal dolore…i nostri sorrisi hanno la bellezza della sofferenza dietro ai denti…
Forse non dovremmo più tentare di riempirci lo stomaco ed i polmoni con la nostra Fame…
Una Samarcanda dove ci attende una morte buona.
Ricordo un marinaio di Skagen con gli occhi stretti, brillanti fra le pieghe delle palpebre…il sole che accecante rimbalza sul mare aveva disegnato quelle rughe di sale e fatica. Ritorna alla mia mente ora perché il suo sorriso era come il nostro. Sorrise e prese in giro la mia famiglia che chiedeva un pesce per poche monete (gente di montagna la mia famiglia, non era abituata a pesci poco costosi): si mostrò a noi mentre corrucciato soppesava i pesci più piccoli con le sue mani-bilancia, ed alla fine, con una dolce smorfia del viso, ci consegnò tre enormi figli del Mar del Nord…il sorriso di un bambino affaticato.

È il sorriso di chi sa che il proprio riflesso non si trova in uno specchio vitreo-vacuo, ma nel riflesso impazzito del mare.
Andiamo?
E la Creatura?
Sta costruendo piccoli troll con pietre scure…uscirà di scena con noi…
Fifì, se chiudi gli occhi, la Creatura scompare.