Per Olov Enquist: Ett annat liv (Un’altra vita)

Enquist, nato nel 1934, tra i maggiori scrittori e intellettuali svedesi viventi, autore di un’opera letteraria che copre quasi un cinquantennio dall’inizio degli anni Sessanta a oggi, ha pubblicato nel 2008 la sua autobiografia. Date l’importanza dello scrittore e le qualità intrinseche del testo, Ett annat liv è diventato presto un evento letterario, ha vinto il Premio August, il più importante per la letteratura svedese, ed è stato già tradotto in diverse lingue, tra le quali l’italiano nella recente edizione Iperborea.

Stockholm, Norstedts, 2008 / Milano, Iperborea, 2010

Enquist, nato nel 1934, tra i maggiori scrittori e intellettuali svedesi viventi, autore di un’opera letteraria che copre quasi un cinquantennio dall’inizio degli anni Sessanta a oggi, ha pubblicato nel 2008 la sua autobiografia. Date l’importanza dello scrittore e le qualità intrinseche del testo, Ett annat liv è diventato presto un evento letterario, ha vinto il Premio August, il più importante per la letteratura svedese, ed è stato già tradotto in diverse lingue, tra le quali l’italiano nella recente edizione Iperborea.

Per essere più esatti, Un’altra vita è una autobiografia di Enquist, un grande racconto apparentemente omnicomprensivo sulla sua vita, che della grande vita seleziona però i momenti ritenuti più importanti – e questi sono senza dubbio la propria scrittura, l’evoluzione artistica e intellettuale e le opere prodotte. Contemporaneamente il racconto è costruito, in quanto romanzo, lungo un’avvincente parabola di promessa, caduta e redenzione, il cui doloroso leitmotiv è dato dalla domanda: perché una storia cominciata così bene deve finire così male? Si tratta di un intimo nodo psicologico ed esistenziale senza risposte, il dramma del grande scrittore di origini umili e periferiche (il Norrland, il lontano Västerbotten), che compie una grande ascesa sociale, è baciato dal successo e dalla stima, che a un certo punto si blocca e scivola nella dipendenza dall’alcol con effetti distruttivi e quasi letali. Il dramma è naturalmente solo in parte ‘privato’, sia perché l’alcolismo, da un certo punto in avanti, impedisce al personaggio di realizzarsi nel lavoro di scrittore, sia perché, attraverso l’opera autobiografica, i fatti da privati diventano pubblici, sono finalmente trasformati in letteratura.

Enquist è stato un attento lettore dell’opera di August Strindberg. Uno dei primi titoli pubblicati da Iperborea, nel 1988, è August Strindberg: una vita di Enquist (Strindberg: ett liv, 1984), racconto biografico sul più grande scrittore svedese nato come sceneggiatura per un film televisivo. Il successo internazionale di Enquist come drammaturgo (ed è anche uno dei racconti salienti nell’autobiografia) arriva nel 1975 con Tribadernas natt (La notte delle tribadi), teatro nel teatro, rappresentazione del rapporto tra arte e vita in Strindberg durante l’allestimento del suo atto unico Den starkare (La più forte). Ebbene, Un’altra vita ricorda anche alcuni aspetti dell’autobiografia di Strindberg Tjänstekvinnans son (Il figlio della serva) del 1886-87: il sé è oggettivato in terza persona nel racconto autoanalitico; la narrazione si concentra sull’evoluzione artistica e intellettuale del personaggio e, punto più importante, il racconto della vita sa anche intrecciarsi con un affresco culturale, sociale e politico nazionale e internazionale, almeno in quei periodi, gli anni Sessanta e Settanta, in cui l’attività dello scrittore Enquist è anche esplicitamente politica, più curiosa di capire e scoprire il mondo.

Molti capitoli rimangono fortemente impressi nella mente del lettore. La lunga parte iniziale sull’infanzia, il rapporto con la madre e l’ambiente cristiano del Västerbotten formano quel racconto delle origini che costituirà il ‘serbatoio’ di grandi romanzi come Musikanternas uttåg del 1978 (La partenza dei musicanti, Iperborea 1992) e Kapten Nemos bibliotek del 1991 (La biblioteca del Capitano Nemo, Giano 2004). Le pagine su genesi, composizione e ricezione del romanzo documentario Legionärerna del 1968 (I legionari, non tradotto), rievocano la definitiva affermazione dello scrittore in Svezia, dove Enquist costringe il proprio paese a tornare su un episodio storico recente, controverso e scomodo: l’estradizione all’Unione Sovietica dopo la Seconda guerra mondiale di rifugiati baltici, a vario titolo implicati nel collaborazionismo con il nazismo e l’antisemitismo. La Svezia, proiettata in avanti nel suo sogno di modernità, si guarda poco volentieri indietro, specialmente se si tratta di fare luce sulla sua posizione ambiguamente ‘neutrale’ durante il secondo conflitto mondiale. È questa, tra l’altro, una delle parti in cui l’autore definisce la propria posizione politica, la sua identità di intellettuale socialdemocratico, per quanto libero e indipendente da ogni disciplina di partito: è a suo modo una professione di fede. E ancora, l’esperienza dell’Europa nella Berlino e Monaco degli anni Settanta, dove il giovane scrittore è testimone di importanti e traumatiche svolte della nostra storia recente: il radicalismo studentesco e la formazione della Rote Armee Fraktion, il terrorismo e il conflitto arabo-israeliano durante le olimpiadi. Il giovane intellettuale è rappresentato con una candida e quasi istintiva capacità di trovarsi al centro, osservatore dei momenti dove prende forma la Storia.

La notte delle Tribadi porta il drammaturgo fino a Broadway, e diventa una parabola anticipatrice del successo intossicante, in tutti i sensi, e dell’inspiegabile caduta. Nella seconda metà degli anni Settanta e negli anni Ottanta lo scrittore scivola progressivamente nell’abuso di alcol, prima negato e nascosto, poi sempre più evidente al personaggio e a chi gli vive vicino. In questi anni, vissuti a Copenaghen e Parigi, lo scrittore è come in una bolla di apatia e indifferenza. Il suo alcolismo è solitario, deprimente e soporifero. Nel febbraio del 1986 muore assassinato Olof Palme, primo ministro socialdemocratico svedese, e con lui finisce simbolicamente un’epoca. È significativo che questo fatto, questa svolta, non sia neanche menzionata dal testo. Enquist è evidentemente altrove. Invece la voce narrante lamenta che il suo personaggio, a Praga sul finire del 1989 durante gli eventi decisivi della “caduta del muro”, assiste senza capire, senza intuire, addirittura senza provare grande interesse, lui che era stato così coinvolto dalla politica.

La lucida autoanalisi del proprio male è senza sconti, una prestazione di grande, sobria scrittura e di onestà intellettuale. Molto forti e di grande acume analitico sono le descrizioni dei tentativi, inizialmente falliti, di disintossicazione e ospedalizzazione secondo il “metodo del Minnesota” (ovvero gli Alcolisti Anonimi). Non solo lo scrittore parla di sé, ma descrive dal di dentro quel mondo, per lo più ignorato, di esclusi e perdenti che cercano in qualche modo di tornare a vivere “un’altra vita” forse possibile (bellissimi gli squarci sulla solidarietà tra gli AA). La voce narrante smaschera anche, dolorosamente, la capacità stessa del personaggio di svolgere, per quanto etilista, una raffinata analisi della propria situazione e del tipo di terapia che gli si vuole imporre: tale analisi è sì un’ultima forma di difesa della propria dignità individuale ma anche un enorme alibi, cui il grande intellettuale può sempre ricorrere per rifiutarsi di cambiare.

Un’altra vita assume infine in sé la formula con cui tutti gli AA si devono presentare: “mi chiamo Per Olov Enquist e sono un alcolista”, quando va bene, un alcolista sobrio e risorto a un’altra vita. Qualcosa, tuttavia, lascia sgomenti di questa storia che in fondo ‘finisce bene’. Si diceva prima che le vicende private non sono solo private. Questo, sul piano umano e relazionale, vale soprattutto per le persone affettivamente più vicine al personaggio: le mogli e i figli, gli amici: sono loro le persone più colpite dal male, loro che pagano, con la vittima, il prezzo più alto. Gli squarci su queste esistenze non mancano, e bisogna cogliere quei segnali come molto significativi. Eppure sembra a volte che il mondo della persona Per Olov Enquist finisca con i suoi libri, i suoi viaggi di scoperta e il suo dannato alcolismo, da cui finalmente si salva. E degli altri che ne è? Forse i grandi autobiografi come Strindberg e, ora, Enquist devono necessariamente essere grandi individualisti ed egocentrici?

Massimo Ciaravolo

massimo.ciaravolo@unifi.it