Nikolaj Frobenius: Teori og praksis (Teoria e pratica)

Si tratta di un romanzo autobiografico, che comincia definendosi Roman nel sottotitolo e nel discutere, in una lunga nota introduttiva, l’inautenticità di molte narrazioni autobiografiche. È così subito posto il problema dell’autobiografia quale impossibile ricostruzione “fedele” del passato (tanto più inautentica quanto più pretende di esserlo); al tempo stesso questa mossa offre al lettore il “patto autobiografico” che presuppone la fiducia nell’identità tra autore, narratore e personaggio.

La voce narrante è esterna al racconto e il protagonista Nikolaj agisce in terza persona. La narrazione è comunque focalizzata internamente: è sempre la persona di Nikolaj a vivere gli eventi. Il romanzo consta di tre parti, più un prologo e un epilogo. Le tre parti coprono gli anni 1972-1981 (Frobenius è nato nel 1965), mentre prologo ed epilogo si svolgono nel tempo presente, nello stesso giorno di dicembre del 2004, e riguardano prima la visita del protagonista alla scuola di Rykkinn – la città satellite a ovest di Oslo dove egli ha trascorso parte dell’infanzia e la prima giovinezza (gli anni raccontati nel romanzo) – e successivamente la visita al padre anziano, ricoverato in ospedale per alcuni controlli, e il caldo abbraccio con lui.

Prologo ed epilogo incorniciano un romanzo che non è solo autobiografico ma anche familiare, di formazione e di critica sociale. Nei complessivi 44 capitoli (compresi prologo ed epilogo) il luogo Rykkinn e il padre Magnus risultano i fattori più importanti, e intimamente legati, della formazione di Nikolaj. Magnus è infatti un entusiasta architetto progressista, il quale – come l’Arne Gunnar Larsen di Tentativo di descrivere l’impenetrabile di Dag Solstad, recentemente pubblicato da Iperborea – decide di trasferirsi nella città satellite che egli stesso ha contribuito a progettare. Diversamente dal personaggio di Solstad, però, Magnus si trasferisce lì con la famiglia, la moglie Lone, danese e bibliotecaria, e i figli Nikolaj e il più piccolo Peter. Questo è il secondo matrimonio di Magnus, papà cinquantenne per i due piccoli e padre anche del ventenne Ivan, nato dal primo matrimonio, l’amato fratellastro di Nikolaj e Peter.

Magnus si trasferisce nella città satellite per convinzione ideale, convinto che in questa città-giardino di nuova concezione potranno svilupparsi forme abitative e sociali più aperte, gioiose e democratiche. Egli stesso è un personaggio carismatico e singolare, considerato da subito con una certa freddezza e un certo sospetto dai vicini, quale hippie anni Settanta, con capelli e barba lunghi e biondi, che pianta ortaggi e alberi da frutto nel giardino (dove tutti gli altri si attengono al non appariscente e uniforme prato inglese); e che progetta e realizza un particolare camper per le vacanze della famiglia, partendo da un furgone Volkswagen (le foto che corredano il racconto sono un ulteriore fattore di convalidazione autobiografica).

Magnus si accorge presto, però, che le sue speranze sono mal riposte. Rykkinn si rivela un luogo anonimo, dove non si sviluppano vere relazioni di vicinato, dove non si radica nelle persone alcun senso di appartenenza. Oslo appare lontanissima dall’orizzonte ed è a malapena menzionata nel racconto. La rievocazione autobiografica tradisce, da subito, la sua urgenza soggettiva nella protesta e nella rabbia della voce narrante, e del protagonista, nei confronti di questa realtà urbanistica sorta negli anni del benessere e della pianificazione socialdemocratica in Norvegia.

Il rimando al romanzo di Solstad è esplicito a partire dal prologo. Trovandosi nella classe di studenti a raccontare della propria infanzia nella città satellite, il protagonista si esprime infatti in termini molto critici: la vita nella città satellite produce una particolare variante di “uomo infantile”, dai comportamenti standardizzati e prevedibili, collocato in un contesto asettico, in un pezzo di natura deputato, con penna e riga, a diventare città (non viene detto, ma il protagonista è evidentemente lo scrittore famoso, invitato alla scuola perché “proviene da qui”). A quel punto il protagonista deve subire la critica aspra degli studenti che lo stanno ascoltando, i quali difendono Rykkinn e la stessa idea democratica alla base della città satellite. La ragazza che con maggiore vigore attacca il protagonista ha nello zaino un romanzo di Solstad, che potrebbe essere proprio Tentativo… La voce narrante riflette così sul fatto che quel romanzo – insuperata critica all’idea e al risultato concreto della città satellite – debba rendere “perplesso” ogni autore di una nuova analisi in tal senso. La risposta che il romanzo dà a questa esitazione è proprio la sostanza autobiografica: l’incubo fictional solstadiano si è dimostrato realtà per Nikolaj Frobenius.

Sul finire del romanzo, dopo molti eventi familiari dolorosi, Magnus dice a Nikolaj di avere capito il proprio errore. Guardando bene la piantina di Rykkinn egli nota una cosa che l’idealismo degli inizi non gli permise di vedere: tutte le strade della città conducono senza alternative al grande centro commerciale e dei servizi. L’uomo della città satellite è ridotto a ingranaggio del consumo, a sua volta fattore di “crescita” del comune; l’ideale democratico di uguaglianza negli standard abitativi, lungi dal produrre un tessuto sociale più aperto e comunicativo, ha in realtà prodotto solo un appiattimento basato sul consumo: in quello siamo veramente tutti uguali. Nel 1981 Magnus e i figli si trasferiscono per sempre da Rykkinn. E il dicembre del 2004 (prologo-epilogo) è la prima occasione in cui il protagonista rivede il luogo, profondamente odiato, della propria infanzia.

Il doloroso trauma con cui Nikolaj deve fare i conti, e che colora “Rykkinn” di una luce particolare, è la morte della madre Lone nel 1977, investita da un automobilista mentre andava in bicicletta nella stessa città satellite. Il colpevole si è oltretutto dileguato. È per Nikolaj il momento non solo del lutto profondo e indicibile, ma della dissoluzione dell’universo infantile e del nido protettivo della famiglia. Il padre Magnus è vittima di una profonda depressione che lo costringe per lungo tempo a letto, inabile al lavoro e al proprio ruolo di padre, nella più totale apatia. I ruoli si invertono, e Nikolaj trascura la scuola per cercare di accudire il padre. Senza che su questo il romanzo spenda una parola, risulta qui, implicitamente, assai chiara l’assenza di relazioni di vicinato, di mutuo soccorso o, anche, di basilare intervento dei servizi sociali. Come se tutto questo non bastasse, la zia Vera, sorella di Magnus, e suo marito – che non hanno potuto avere figli – chiedono a Magnus di potere avere il piccolo Peter in affido, travestendo questo atto egoistico da gesto di generosità. Nikolaj si ritrova così totalmente solo, privato anche del suo unico alleato. Ivan vive ormai a Parigi.

E allora subentra l’altro fattore importante nella formazione di Nikolaj, la musica punk, che in quegli anni esplodeva in Gran Bretagna, soprattutto con i Sex Pistols, e si diffondeva nel mondo. Si veda anche qui la doppia copertina fotografica, fronte e retro, del romanzo: Nikolaj “bel bambino” e Nikolaj inquieto adolescente punk. Sarebbe troppo facile imputare al punk i successivi problemi di Nikolaj, l’abuso di droghe e anfetamine e la reclusione temporanea in un ospedale psichiatrico. Il punk vuol dire sì questa deviazione per Nikolaj, ma è anche la strada della sua formazione: volere diventare musicista e rockstar prima che scrittore, e riflettere sui testi partendo dalla cultura pop delle canzoni (in primo luogo: God save the Queen, and her fascist regime… Good save the Queen, she ain’t a human being… urlato da Johnny Rotten dei Sex Pistols). Se Frobenius viene due generazioni dopo Solstad, la generazione precedente è quella di Lars Saabye Christensen di Beatles, dove appare evidente, così come in Teori og praksis, l’importanza della musica pop nella formazione dell’artista e scrittore. L’urlo punk no future è per Nikolaj autentica espressione del proprio esplosivo malessere.

Magnus, come detto, si riprende. E infine con Nikolaj, e con Peter tornato in famiglia, decide di trasferirsi. Il campo di macerie che l’esistenza a Rykkinn ha prodotto non riguarda solo Nikolaj, che in fondo si è salvato, ma molti suoi coetanei, finiti nella droga e morti.

La rabbia, anche contro Magnus, si ricompone alla fine. Il romanzo si chiude nell’epilogo con una nota di riconciliazione con il padre, ora quasi novantenne.

Teori og praksis è un romanzo bello e interessante da molti punti di vista, capace di coniugare la dimensione intima, familiare e infantile con una componente saggistica, di critica della società, e con una rievocazione della cultura giovanile tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta. Non è, dunque, un libro esclusivamente privato – sebbene la soggettiva urgenza autobiografica sia il motore del racconto.

Massimo Ciaravolo
massimo.ciaravolo@unifi.it