L’uomo sul tetto di Bo Widerberg

In Svezia, fin dall’epoca d’oro del cinema muto, i grandi registi hanno attinto a piene mani dai capolavori della letteratura (basti pensare alle numerose riduzioni dei romanzi di Selma Lagerlöf da parte di autori come Sjöström e Stiller); si può dire che il solo Ingmar Bergman abbia costituito l’eccezione che conferma la regola[1]. Più raro il caso che un regista importante si sia confrontato con un testo ritenuto di “serie B”. La vastissima diffusione che il noir svedese sta avendo di questi tempi in Italia e in Europa e l’uscita (invero non recentissima) di un ottimo dvd svedese, mi pare costituiscano un’interessante occasione per analizzare il caso di Bo Widerberg (1930-1997). Il regista scanese nel 1976 decise infatti di realizzare una pellicola tratta da un romanzo di Maj Sjöwall e Per Wahlöö: Den vedervärdige mannen från Säffle (“L’abominevole uomo di Säffle”, 1971), per ora inedito in Italia, ma la cui pubblicazione è prevista per il 2009. Widerberg, il massimo rappresentante della nouvelle vague svedese, aveva esordito nel 1963 con Barnvagnen e fino al 1976 aveva sempre lavorato su sceneggiature proprie – fa in parte eccezione Elvira Madigan, del 1967, basato sulla celebre ballata di J. Lindström Saxon – quando non aveva portato sullo schermo propri romanzi (Heja Roland!, 1966). Forse tenendo presente la lezione di Truffaut, la cui filmografia è cosparsa di titoli tratti da romanzi polizieschi di autori ritenuti “minori” come Charles Williams e David Goodis, anche Widerberg decide di cimentarsi col genere. Il film viene prodotto dalla gloriosa Svensk Fimindustri, la quale, reputando il titolo del romanzo un po’ bizzarro e di poco richiamo, scelse di mutarlo in Mannen på taket (“L’uomo sul tetto”). Di fatto, cambiando il titolo, l’attenzione viene spostata dalla vittima (l’abominevole uomo di Säffle) all’assassino (l’uomo sul tetto). Questo, a mio giudizio, “tradisce” la volontà degli autori del romanzo, che nel titolo avevano giustamente messo in rilievo la figura della vittima (il sadico commissario di polizia Stig Nyman) lasciando in secondo piano l’assassino, che, come spesso accade nei romanzi della coppia, è egli stesso vittima delle storture di una società ingiusta che porta i cittadini all’esasperazione e, in taluni casi, all’omicidio. L’uomo sul tetto uscì anche in Italia. Purtroppo non si conoscono edizioni nostrane in vhs o dvd né tanto meno passaggi televisivi; fortunatamente in Svezia si è pensato che valesse la pena riscoprire questo gioiellino ed è disponibile un’ottima edizione a doppio disco contenente del notevole materiale extra.

In Svezia i romanzi polizieschi (deckare) hanno sempre avuto molto successo di pubblico, basti pensare a Maria Lang (pseudonimo di Dagmar Länge), sorta di Agatha Christie nordica, che negli anni ’50 e ’60 ha dominato le classifiche di vendita. Nel 1976 gli autori che stanno spopolando in questi anni (Mankell, Persson, Marklund, Nesser, Larsson, per citarne alcuni) non sono ancora comparsi sulla scena; difficile che Widerberg potesse scegliere uno dei tanti classici romanzi ad intreccio (pusseldeckare), di scrittori come appunto la Lang, Stieg Trienter, Jan Mårtenson, ecc.; non desta troppa sorpresa che la scelta sia caduta sui veri innovatori del noir in Scandinavia: Maj Sjöwall e Per Wahlöö. La produzione della coppia non solo è indiscutibilmente superiore alla media del genere dal punto di vista letterario; anche per quanto concerne le tematiche (l’interesse per gli strati più deboli della società) e la posizione politica (dichiaratamente di sinistra e, almeno per quanto riguarda Sjöwall e Wahlöö, fortemente anti-socialdemocratica) gli scrittori ed il regista si trovano in simbiosi.

Per Wahlöö è scomparso nel 1975, la pianificata serie di dieci romanzi con protagonista Martin Beck si è conclusa; Widerberg, quindi, ha un ampio spettro di scelta. Due romanzi sono già stati ridotti per il grande schermo (Roseanna, 1967, regia di Hans Abramson e Il poliziotto che ride, in Italia uscito come L’ispettore Martin ha teso la trappola, 1973, diretto da Stuart Rosenberg e interpretato da Walter Matthau). Il regista opta per Den vedervärdige mannen från Säffle, opera nella quale il plot poliziesco passa quasi in secondo piano a scapito di una feroce denuncia dei metodi fascistoidi utilizzati dalla polizia svedese nei confronti degli arrestati. Un tema che può apparire un po’ “sessantottino” (il romanzo è del 1971), ma che purtroppo risulta di scottante attualità (basti pensare a quanto accaduto al G8 di Genova pochi anni or sono).

È Widerberg stesso, come sua abitudine, a stendere la sceneggiatura (dopo aver incontrato Maj Sjöwall) e, nel complesso, il film risulta molto fedele al romanzo. Grande curiosità desta la scelta, rivelatasi poi azzeccata, di far interpretare Martin Beck ad un attore di commedie, Carl-Gustaf Lindstedt.

Il film si apre con la scena dell’assassinio del commissario Nyman, scena di una violenza grafica decisamente superiore alla media per il cinema mainstream svedese dell’epoca. Va detto che anche nel romanzo tale scena è descritta con dovizia di particolari efferati, non si può dunque imputare a Widerberg di aver ecceduto. La pellicola procede poi sottoritmo, come spesso accade ai polizieschi svedesi, e lo spettatore segue il meticoloso lavoro d’investigazione della squadra omicidi di Stoccolma. Essendo l’assassinato un collega, alcuni degli investigatori lo conoscono e sono pronti a giurare che dietro l’omicidio ci sia una vendetta. I modi spietati di Nyman erano infatti noti ai più, anche se erano coperti da una sorta di omertà. Un’accurata ricerca d’archivio inerente alle denunce sporte contro Nyman riporta alla luce la figura di Åke Eriksson, un agente che a causa di Nyman ha perso la moglie (era stata rinchiusa in guardina per ubriachezza, quando invece era in preda a una crisi diabetica, ed era deceduta). Nel frattempo Eriksson, l’assassino, ha deciso di estendere la sua rabbia a tutti i poliziotti: si piazza in cima a un palazzo di Dalagatan e comincia a sparare su chiunque indossi una divisa. Da questo momento il film riprende ritmo e si fa più avvincente, complici anche le ottime musiche di Björn J:son Lind e il montaggio di Sylvia Ingemarsson (futura collaboratrice di Ingmar Bergman, qui al suo esordio). Ora l’uomo sul tetto dev’essere eliminato; i vertici della polizia (non Martin Beck) decidono di far intervenire le forze speciali e un elicottero; ma Eriksson è ben attrezzato e riesce ad abbatterlo (l’elicottero precipita in mezzo a un’affollatissima Odenplan, mentre nel romanzo cadeva nel Parco Vasa). Questa è sicuramente la scena più spettacolare del film, ma non la si deve vedere soltanto come un concessione dell’auteur allo spettatore. Il fallimento dell’azione dell’elicottero svolge infatti un ruolo importante anche nel romanzo, e non solo in Den vedervärdige mannen från Säffle. Uno degli attacchi più frequenti portati da Sjöwall-Wahlöö alle forze di polizia è infatti quello relativo al grande e inutile spiegamento di mezzi nei confronti di un criminale isolato. Sono in particolare i superiori di Martin Beck ad optare sempre per la soluzione spettacolare al posto di quella più semplice ed efficace. Visto il totale fallimento di quella linea, sarà lo stesso Martin Beck – che in parte si sente moralmente colpevole di quanto accaduto a Eriksson – a tentare la sortita personale: si arrampicherà grazie ad una scaletta in cima all’edificio, mentre i colleghi cercano di distrarre l’omicida con dei diversivi. Il commissario Beck rimarrà gravemente ferito, ma l’intervento tempestivo del granitico Gunvald Larsson, uno dei membri della omicidi, e di un volontario metteranno fuori causa Eriksson.

L’uomo sul tetto è la prova lampante di come si possa coniugare il cinema d’autore con la letteratura di genere. Il noir, si sa, è un genere che permette agli scrittori sorprendenti incursioni nella vita sociale di un Paese o di una città. Maj Sjöwall e Per Wahlöö sono dei maestri in questo, anche se il filtro di una posizione ideologica estrema a volte distorce le loro analisi sociologiche. Bo Widerberg ha saputo sfruttare in pieno il testo di partenza e, grazie anche ai cospicui mezzi fornitigli dalla casa di produzione, ha realizzato un prodotto allo stesso tempo graffiante e altamente spettacolare. Altri registi, soprattutto televisivi, si sono cimentati in anni successivi con i romanzi di Sjöwall e Wahlöö, ma nessuno ha mai più ripreso Den vedervärdige mannen från Säffle, nessuno ha osato confrontarsi con questo piccolo capolavoro, che è giustamente considerato da molti critici il miglior film poliziesco mai realizzato in Svezia.

In attesa di un’adeguata edizione italiana…

Renato Zatti

rzeta@inwind.it


[1] Ci riferiamo al Bergman della maturità, è noto infatti che le sceneggiature dei primi film del Maestro sono spesso tratte da opere di autori svedesi, comunque di non grande rilievo. Per quanto riguarda altri registi di fama, ricordiamo le riduzioni di Jan Troell da Vilhelm Moberg, di Vilgot Sjöman da Lars Görling, di Arne Mattsson da P.O. Ekström.