L'irruzione del moderno

In un suo famoso libro del 1883 il critico danese Georg Brandes usava per la prima volta l’espressione Det moderne gennembrud per definire quella corrente letteraria che da pochissimi anni si era fatta conoscere in tutta l’Europa, cioè quella letteratura sbrigativamente definita “realista” o perfino “naturalista”, che era rappresentata essenzialmente dal norvegese Ibsen, dal danese Jacobsen e dallo svedese Strindberg. Ma questi “magnifici” tre erano o venivano presto accompagnati da una serie di altri scrittori e scrittrici del Nord, provenienti da quella vasta area che va dalla Finlandia all’Islanda. Alcuni di loro, cioè di questi “moderni”, venivano anche essi  presentati nel libro di Brandes intitolato appunto Det moderne Gennembruds Mænd. Una traduzione italiana potrebbe essere Gli uomini (o forse meglio Gli autori) che fecero irrompere il moderno. In altre parole, un titolo difficile da tradurre ma il cui concetto centrale – gennembrud: “irruzione”, “irrompere” (cfr. breakthrough in inglese e Durchbruch in tedesco) – ebbe un grande successo come immagine o metafora di quello che apparentemente stava succedendo in quegli anni, cioè  l’impressione che le nuove idee e tematiche stessero invadendo la cultura nordica come le acque di un fiume che rompono le dighe, o come un plotone di soldati che supera le difese nemiche e penetra nel territorio retrostante, provocando un rinnovamento inaspettato e ben presente soprattutto nella letteratura. 

    Una carica di energia rinnovabile, pronta per esplodere con il primo contatto con la più avanzata cultura europea. Un’energia chi sa perché e come accumulatasi durante i secoli; forse grazie a un felice connubio fra la cultura norrena, il classicismo di Holberg, il formalismo dei romantici, e un tocco di misticismo swedenborghiano. E rinnovabile nei decenni, come risulta ancora oggi dalla quantità e la qualità delle opere letterarie nordiche.   
    Tutti e due i termini, moderne e gennembrud, erano stati scelti con cura da Brandes, e formano, messi insieme, un modo curioso e particolare di definire un movimento letterario in un modo moderno.
    L’attenzione verso forme e linguaggi nuovi per una nuova letteratura, e  verso definizioni adeguate e non stereotipate per lanciare questo nuovo prodotto, era molto forte fra i protagonisti dell’epoca (circa 1870-1900), quasi si trattasse, per ciò che riguarda appunto la definizione del movimento, della scelta di un logo, che però in questo caso aveva effettivamente una sua ragione d’essere. Sarebbe infatti stato sbagliato chiamare semplicemente “realismo” o “naturalismo” la scrittura di un Ibsen, di un Jacobsen o di uno Strindberg, intrise invece come erano già dall’inizio di una specie di simbolismo ante litteram.
    Brandes non era nuovo a inventare titoli e definizioni particolari e anche originali, per es. il titolo generale dato ai suoi sei volume di storia della letteratura della prima metà del 1800: Hovedstrømninger i det 19de Aarhundredes Litteratur (1872-1890), ossia  Le correnti principali della letteratura del diciannovesimo secolo (Main Currents in inglese e Hauptströmungen in tedesco). Ma siccome queste “correnti principali” riguardano soltanto le letterature francese, tedesca e inglese, Brandes dà a ognuno di questi volumi un sottotitolo molto indicativo, e spesso anche innovativo: I: La letterature degli emigrati (1872), II: La scuola romantica in Germania (1873), III: La reazione in Francia (1874), IV : Il naturalismo in Inghilterra (1875), V: La scuola romantica in Francia (1882), VI: La giovane Germania (1890).
    Ma torniamo all’espressione gennembrud usata da Brandes. Forse ancora più importante dell’etimologia del sostantivo  è il significato dell’aggettivo moderne. M. Bradbury e J. McFarlane scrivono nella loro guida al modernismo: “ [. . .] And then Scandinavia, with Ibsen, the age’s most European figure of all, and Strindberg, whose influence was growing fast, made its own striking and peculiar contribution, had its own distinctive of Nietzschean passions of desperation and joy” – e inoltre – “In trying to pin Modernism down [. . .] attention is first drawn to Scandinavia” (Modernism 1890-1930, p. 37).       
    E’ certamente interessante in questa citazione il riferimento a Nietzsche. Ed è vero che dopo la pubblicazione in danese e in tedesco del saggio di Brandes F. Nietzsche e il radicalismo aristocratico (1889) l’influenza del filosofo tedesco diventò molto forte e molto importante per gli autori nordici; ma è altrettanto vero che un’influenza, e ancora più importante di quella nietzscheana, fu esercitata dagli scritti di Kierkegaard, in particolare a partire dagli anni ’70.  E così, il pensiero di queste due grandi personalità influenzò gli intellettuali del Nord molto prima che nel resto d’Europa.  
    L’aut-aut di Kierkegaard fu preso sul serio sia da Brandes sia da scrittori come Ibsen, Jacobsen e Strindberg, che dopo una crisi religiosa fecero la scelta di diventare atei, cioè scegliendo l’etica al posto della fede. E una volta messa in soffitta l’idea di una fede cristiana, la letteratura dovette quasi per forza occuparsi di cose molto più concrete: il rapporto fra fede e scienza, oppure fra uomo e donna toccando magari le contraddizioni del matrimonio nel suo contesto non più religioso; il rapporto fra il singolo e il potere, fra datore di lavoro e lavoratore, fra stati e fra razze, ecc.
    E per questo nascono opere come Niels Lyhne di Jacobsen, Casa di bambola di Ibsen e La stanza rossa o La signorina Giulia di Strindberg, opere che descrivono questi rapporti in un modo “moderno” e scoperto, senza peli sulla lingua, sconvolgendo la coscienza dei lettori e degli spettatori europei.
    Tutto questo, e molto altro ancora, era contenuto nell’ambito dell’espressione Det moderne gennembrud. Un involucro un po’ esotico, che si sarebbe anche potuto definire, per es., il Fin de siècle nordico, ma che avrebbe perso così quel particolare richiamo che le cose un po’ incomprensibili spesso esercitano.

Jørgen Stender Clausen
stenderclausen@ling.unipi.it