Lingua norvegese

Il norvegese appartiene al ramo delle lingue germaniche nordiche continentali (insieme al danese e allo svedese), mentre le lingue nordiche insulari sono l’islandese ed il feroese. 

Il norvegese conta attualmente circa 4,7 milioni di parlanti in Norvegia, più circa 250.000 parlanti fuori dai confini (negli Stati Uniti ed in Canada).

Norreno o Antico norvegese
Il norvegese si sviluppa dal protonordico o nordico comune, usato tra il 200 e il 500 e di cui si ha testimonianza nelle iscrizioni runiche.
Tra il 500 ed il 700 si ebbe un periodo di forte differenziazione (synkopetiden) di cui testimoniano le iscrizioni runiche successive (ad esempio quella di Eggja, 700 ca., e la stele di Dynna, 1050 ca.).
Fino al 1000 ca., tuttavia, la lingua all’interno dell’area nordica era ancora piuttosto uniforme, ed iniziarono allora a differenziarsi al suo interno i dialetti occidentali (da cui il norvegese, l’islandese ed il feroese) ed i dialetti orientali (danese e svedese). A partire dalla metà del sec. XI la lingua usata è detta norreno, denominazione che si riferisce alla letteratura islandese e norvegese.
Tra le molteplici testimonianze che offrono informazioni sulla lingua norrena troviamo i carmi dell’Edda, fissati per iscritto non prima del 1100-1200. L’alfabeto latino giunse in Norvegia con il cristianesimo (intorno all’anno 1000), ma si continuarono ad usare le rune ancora a lungo.

Differenziazioni dialettali
La letteratura medievale dell’Islanda è molto più ricca e voluminosa di quella norvegese, ma i manoscritti che abbiamo bastano a darci un’immagine nell’insieme chiara della lingua in Norvegia: diverse saghe storiche ci sono infatti pervenute attraverso manoscritti norvegesi (saga di Olav Tryggvason, di Olav il Santo, ed appartiene allo stesso gruppo anche la saga di Teodorico da Verona).
Già dai primi manoscritti appaiono tratti dialettali interni: un norvegese “orientale” nell’Østlandet e nel Trøndelag, e uno “occidentale” nel Vestlandet. La prima area rivela affinità con le altre lingue nordiche orientali (danese e svedese), ad esempio nella monottongazione degli antichi dittonghi davanti a gruppi consonantici – Haust > høst – , davanti a “r” –  høyra > høre – , ecc.
Quella del XIII sec. era una lingua scritta ancora arcaica: a giudicare dai documenti, essa si basava soprattutto sulla varietà di Trondheim e sul norvegese occidentale, mentre di quello orientale reca lievissime tracce. Intorno al 1300 il centro politico del paese fu però trasferito da Bergen a Oslo, cosicché l’idioma “occidentale” diventò la lingua della burocrazia e nell’area orientale del paese si venne a creare una divisione a livello di lingua scritta: da un lato una varietà tradizionale e burocratica, dall’altro una più colloquiale. La storia del norvegese durante tutto il 1300 fu dunque caratterizzata  dalla discrasia tra una lingua della cancelleria e un’altra che, anche scritta, era piuttosto simile a quella parlata nell’area orientale.
La periodizzazione linguistica denomina Antico norvegese l’insieme dei dialetti norreni in Norvegia fino al 1350.

Medio norvegese e crisi della lingua
Dopo questa data il norvegese orale subì una serie di mutamenti, pressappoco gli stessi che già o contemporaneamente avevano colpito lo svedese e il danese. I rapporti con i paesi limitrofi erano più vivi nell’Østland, dove pertanto la fisionomia linguistica mutò più velocemente e profondamente che altrove. La fenditura tra la lingua scritta tradizionale e il norvegese “orientale” parlato, trasformatosi radicalmente, si allargò troppo e la prima finì per essere abbandonata. La crisi attraversata dalla lingua norvegese da questo momento può essere compresa alla luce delle dominazioni straniere (dal 1319 ci fu la dominazione svedese e dal 1380 quella danese) e della peste che decimò la popolazione del paese. Nel periodo tra la peste e la Riforma la lingua è denominata “Medio norvegese”.

Dalla riforma al 1814
A partire dalla Riforma e fino al terzo decennio circa del 1800, il danese fu la lingua scritta in Norvegia. Fino al 1600 si ebbe testimonianza della lingua norvegese soprattutto attraverso lettere e testi giuridici di ambito contadino ma, mentre con l’affermarsi della Riforma e della stampa diverse lingue vennero ad assumere una forma scritta standardizzata, specialmente tramite le traduzioni della Bibbia,  ciò non avvenne con il norvegese per via della sua subordinazione alla lingua danese. Si continuava a parlare norvegese, ma nelle città esso era pieno di influssi lessicali e grammaticali danesi. Scrittori e poeti scrivevano soprattutto in danese, con sfumature più o meno autoctone. Alcuni si sforzavano di usare espressioni norvegesi specialmente su argomenti nazionali, ad esempio Peder Claussøn (+1614), autore di una Descrizione della Norvegia (Norges beskrivelse, 1632) e traduttore della raccolta di vite dei re norvegesi Heimskringla (1663), e Peder Dass (+1707), che nella Tromba del Nordland (Nordlands Trompet) ha descritto la vita dei contadini e dei pescatori del Nordland.
Dalla fine del sec. XVII sempre più norvegesi usavano completare i loro studi accademici a Copenaghen, dove appresero a scrivere un danese più corretto. Il celebre commediografo Holberg, nato a Bergen ma vissuto a lungo in Danimarca, in gioventù non disdegnò i norvegismi, che poi eliminò a mano a mano. Accanto ai dialetti si affermò gradualmente in Norvegia una lingua orale con forti influenze dal danese scritto: si può definire come una varietà “alta”, un danese colorito di norvegese nella pronuncia (accento e sistema fonetico) e nel lessico. Fu la lingua delle città (bymål), ben distinta dalle parlate delle campagne. In complesso lo sviluppo linguistico dopo la pace di Kiel (1814) ha dato autonomia linguistica alla Norvegia, ma seguendo due direttive. Di qui la situazione odierna con due varietà standard.

La prima metà del 1800: la nascita di riksmål e landsmål

Dopo lo scioglimento dell’unione con la Danimarca e il passaggio sotto la Svezia, la Norvegia non disponeva di una lingua scritta nazionale, in quanto la lingua scritta ufficiale degli ultimi quattrocento anni era stata il danese. L’unico “norvegese” sopravvissuto era quello dei dialetti, che venivano parlati in tutto il paese ma presentavano grandi differenze tra di loro.
Il problema della creazione di una lingua “norvegese” fu affrontato già dai letterati del primo Ottocento, ma è negli anni Quaranta che la letteratura giocò un ruolo importante nel dibattito linguistico: nella raccolta di fiabe norvegesi di Peder Christen Asbjørnsen e Jørgen Moe, infatti, fu utilizzata la lingua scritta danese, arricchita però da molte forme dialettali norvegesi.
Col tempo si arrivò alla fondazione di una lingua norvegese vera e propria. Il dibattito tra i sostenitori e i detrattori del danese portò a due tendenze nella costituzione della nuova lingua. La prima tendenza, sostenuta dal linguista Knud Knudsen, prevedeva una “norvegesizzazione” del danese. Knudsen intendeva prendere a modello una varietà della lingua parlata in Norvegia, precisamente quella delle classi alte di Oslo, e inserire le sue specificità (più che altro di lessico, di morfologia e di sintassi) nella lingua scritta danese. Questa lingua fu chiamata riksmål, cioè ‘lingua del regno’, e nel 1929 cambiò nome in bokmål, cioè ‘lingua dei libri’. Le modifiche proposte da Knudsen furono introdotte nella lingua ufficiale per la prima volta nel 1862, ma acquisirono maggiore peso tra gli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento.
Opposta a questa corrente, si sviluppò un’altra tendenza, sulla base degli studi del filologo Ivar Aasen. Aasen era contrario a utilizzare il danese in qualunque modo nel contesto della costruzione di una lingua nazionale; l’unica lingua da utilizzare avrebbe dovuto essere il norvegese. Nel 1841 Aasen intraprese un lungo viaggio per la Norvegia, con lo scopo di registrare quante più forme prese dai dialetti. Questa sarebbe stata la sua base per cost

ruire una lingua scritta, chiamata landsmål (lingua della nazione) e, dal 1929, nynorsk (neonorvegese). Aasen era anche poeta, e si impegnò ad applicare la sua norma in una lingua scritta letteraria. Nel 1885 il landsmål fu adottato ufficialmente come lingua nazionale accanto al riksmål.

La seconda metà del 1800: rafforzamento delle lingue
Dopo l’operazione compiuta da Asbjørnsen e Moe, la “norvegesizzazione” del danese fu intrapresa dal altri letterati tra cui Bjørnstjerne Bjørnson e Henrik Ibsen. Per quanto riguarda il landsmål, una nuova generazione di letterati raccolse l’eredità di Aasen: furono prima il poeta Aasmund O. Vinje e poi lo scrittore Arne Garborg a utilizzare e ad arricchire il landsmål come lingua letteraria.
Col tempo, inoltre, il contrasto tra le due lingue assunse connotati politici. Il riksmål cominciò ad essere identificato con le classi più alte e i partiti di destra, mentre il landsmål fu espressione delle classi basse e dei partiti popolari. Tuttavia è importante ricordare che queste vicissitudini riguardano solamente la lingua scritta: nel parlato i norvegesi continuarono a utilizzare i loro dialetti.
La crescita economica e il grande sviluppo della letteratura norvegese nella seconda metà dell’Ottocento, fecero sì che si arrivasse a riforme linguistiche, sia a fine Ottocento che per tutto il Novecento.

Il Novecento
All’inizio del secolo furono fondate organizzazioni per il sostegno di riksmål e landsmål, e il dibattito andò sempre più colorandosi di connotati politici. In particolare si distinsero posizioni “conservatrici”, vicine ai partiti di destra, che intendevano mantenere una differenza marcata tra le due lingue, e “radicali”, vicine ai partiti di sinistra, che invece si aprivano a un avvicinamento tra riksmål e landsmål. Senza entrare nel dettaglio delle singole riforme, questioni dibattute furono la scelta di forme principali e secondarie per molte parole, e la ricerca di forme “equiparate” che potessero essere scelte liberamente dai parlanti. Un’altra questione comune in diverse riforme riguardò l’avvicinamento di bokmål e nynorsk, che raggiunse l’apice verso la metà del secolo con la proposta di raggiungere un’unità linguistica (il samnorsk), ipotesi poi abbandonata. Nel 1970 fu fondato il Norsk Språkråd, formato da esperti di bokmål e nynorsk, che ha compito di studio e di promozione della tolleranza e del rispetto tra i parlanti delle due varietà.

I dialetti
È utile ricordare che bokmål e nynorsk sono lingue scritte, e che i parlanti norvegesi hanno continuato, durante i secoli, a utilizzare il dialetto nell’uso orale. Le grandi aree dialettali norvegesi sono tre, quella orientale, occidentale e quella settentrionale; sebbene per molto tempo l’utilizzo di alcuni dialetti, soprattutto rurali, abbia comportato un certo grado di discriminazione, dagli Settanta del Novecento il dialetto è diventato spesso motivo di orgoglio e distinzione da parte dei norvegesi, che lo utilizzano anche in occasioni ufficiali e in televisione. Tuttavia, in contesti che prevedono la lettura ad alta voce (ad esempio la televisione o la radio) è stata stabilita una pronuncia standard per bokmål e nynorsk.

La situazione attuale
Al giorno d’oggi bokmål e nynorsk sono entrambe varietà ufficiali del regno di Norvegia, e come tali obbligatorie nell’insegnamento scolastico. Tuttavia, i cittadini di ogni comune hanno il diritto di scegliere la lingua principale per i suoi allievi, che godranno quindi di più ore di insegnamento di tale lingua. Il rapporto tra gli utenti di bokmål e nynorsk come prima lingua è di circa 85-90% e 10-15%. Dal punto di vista della lingua parlata, comunque, si è ormai ufficialmente abbandonato il tentativo di far convergere le due varietà: i norvegesi continuano a parlare i loro dialetti, con grandi differenze anche in aree geografiche piccole. Negli ultimi anni, infine, si è assistito a diverse influenze da parte di lingue straniere, soprattutto per via degli immigrati di seconda generazione. A parte l’inglese, che ha influenzato in maniera forte il norvegese moderno, dagli anni novanta ad oggi si è sviluppata una varietà di norvegese chiamata kebabnorsk. Tale varietà, utilizzata in maniera pressoché esclusiva dai giovani immigrati di seconda generazione nei quartieri orientali di Oslo, mostra una marcata influenza da parte dell’arabo, del persiano, del punjabi e delle lingue balcaniche nei confronti del dialetto locale. Tale influenza si nota soprattutto a livello lessicale, dove parole originarie di altre lingue vengono interpolate in un contesto altrimenti totalmente norvegese.

Elias Wessen, Le lingue nordiche, trad. dallo svedese di Enrico Garff, Napoli, Istituto Universitario Orientale, 1972

Sara Culeddu e Giuliano D’Amico
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