Letture: Isbrandt di Peter Asmussen: la macchina del mondo

Nel 1997, accolto dall’entusiasmo della critica, debuttava al Kongelige Teater di Copenaghen la quinta opera teatrale del drammaturgo e regista danese Peter Asmussen. Isbrandt, tradotto in Italia come Bruciati dal ghiaccio, è un dramma (una tragedia) sull’impossibilità dei rapporti umani, sulla paura del nascere e del vivere, sull’alienazione dell’uomo, gettato inerme nella macchina distruttrice del mondo.

Nel 1997, accolto dall’entusiasmo della critica, debuttava al Kongelige Teater di Copenaghen la quinta opera teatrale del drammaturgo e regista danese Peter Asmussen. Isbrandt, tradotto in Italia come Bruciati dal ghiaccio, è un dramma (una tragedia) sull’impossibilità dei rapporti umani, sulla paura del nascere e del vivere, sull’alienazione dell’uomo, gettato inerme nella macchina distruttrice del mondo.

Tre sono le parti che lo compongono: un “primo epilogo”, un “trittico”, e un “secondo epilogo”. Con il primo epilogo in apertura del dramma, l’inizio della storia anticipa il finale, e allora lo sviluppo dell’azione, qualunque esso sia, non potrà che riportarci lì, da dove eravamo partiti, come in un cerchio che si chiude. E infatti il secondo epilogo, prima della chiusura definitiva del sipario, ci ricondurrà all’ambiente iniziale, agli stessi personaggi, alla stessa atmosfera carica d’odio. I due epiloghi incorniciano la parte centrale del dramma, che, come un trittico sacro medievale, presenta contemporaneamente tre ambienti diversi, ma contigui, attraverso i quali si svolge l’azione.

A dare il nome al dramma è uno dei protagonisti, Isbrandt, un ricco avvocato che vive da solo e che, ormai giunto alla vecchiaia, prova il desiderio di passare una giornata con la figlia Mira, mai conosciuta. È un desiderio dettato forse dall’orgoglio, forse dalla vendetta, ma non certo dall’affetto. Nella lettera che egli detta al servo Adam e che deve essere recapitata a Mira con la richiesta di un incontro, Isbrandt non si profonde in parole dolci, né verso di lei, né verso la sua vecchia amante: il tutto si risolve nei termini pratici e aridi del contratto, del ricatto. Se Mira acconsentirà ad incontrarlo, egli le lascerà in eredità ogni suo bene e risparmierà la villa dove lei adesso vive con la madre – villa che altrimenti dovrà essere rasa al suolo per permettere la costruzione di nuovi caseggiati. Dettata che ha la lettera, Isbrandt scompare di scena, per ritornarvi solo alla fine, nel secondo epilogo.

Nel resto del dramma sono protagonisti la figlia di Isbrandt, Mira, sua madre Sibilla, la loro cuoca Maria, il servitore Adam e suo fratello David, a lui identico (l’attore per i due personaggi è lo stesso). Mira ha ventisette anni e non è mai uscita di casa; Sibilla vive perennemente nel freddo e nel ricordo nostalgico di quell’unico amore, nato all’ombra dei pini nascondini e nel profumo di margherite, che poi la nascita della figlia ha distrutto; Maria è stata abbandonata dall’amante, e adesso, incinta, tenta di abortire gettandosi ripetutamente dal tavolo della cucina; Adam si innamora di Mira e le propone di fuggire con lui scrivendole un messaggio all’interno della busta contenente la lettera del padrone; David, che entra in scena a metà del dramma, arriva a sostituirsi al fratello anche nell’amare Mira. Ciò che rende l’azione fatalmente tragica, più che il precipitare degli eventi, è l’incapacità dei personaggi di sentire emozioni e di reagire agli accadimenti che li travolgono, come se la loro volontà fosse stata congelata, insieme alle loro speranze, da quel freddo che li avvolge e che da essi emana. Tragica è la paura della cuoca nei confronti della nuova vita che nascerà da lei: una vita nuova che si confonde con la gallina morta che per tutto il dramma deve essere pulita, svuotata delle sue interiora (e svuotare la gallina diventa per la cuoca quasi uno svuotare se stessa da ciò che le sta crescendo dentro): paura perché una vita senza amore non è una vita, è qualcosa di grottesco, radicalmente sbagliato, gravemente frainteso. E ce lo dicono anche i due amanti, Mira ed Adam prima, Mira e David poi, che la vera nascita non è quella del parto, ma quella che si ha quando si scopre l’amore: la vita diventa allora vita vera, e non si può più averne paura. Tragica però è anche la loro storia, che pure poteva portare il colore e il calore in quel mondo grigio e freddo. Per Mira, ancora giovane, ancora inesperta della vita e del mondo, i messaggi scambiati furtivamente con Adam, con una torcia, attraverso la finestra, sono davvero la porta sulla vita, e le promesse dell’amato diventano la ragione stessa del mondo – là dove gli altri non vedono che il vuoto. Ma il suo entusiasmo si scontra prima con la paura e la gelosia della cuoca, che rivela il progetto di fuga di Mira a sua madre, poi con Sibilla, che tenta in ogni modo di dissuadere la figlia a quest’azione. La mette in guardia contro un amore che non può che essere falso, perché l’amore vero, che lei ha conosciuto, “non è un uomo con una torcia in mano in un caseggiato mezzo in costruzione che scrive all’interno delle buste”, non è, non può essere, quello di due giovani pieni di speranze, leggeri e ignari delle brutture del mondo. L’amore vero, dice Sibilla, che qui diventa davvero profetessa, come lo erano le sibille della classicità, è violento, pieno di sangue e di dolore. Anche lei è stata giovane e piena di speranze, un’illusa, e poi è stata abbandonata dall’uomo che amava – e lo amava davvero, ancora prima che si incontrassero, quando lo osservava da lontano e ne respirava la bellezza. Ecco che dai gesti d’amore scambiati nel giardino allora, si è arrivati alla rabbia, all’indifferenza, al gelo di adesso. Questo è quello che Sibilla vuole evitare alla figlia, questo è il motivo per cui la tiene nascosta in casa, per proteggerla da ogni male. E così finisce per proteggerla anche da ogni bene: ma di questo non sembra accorgersene.

Più che l’intervento della madre, però, è il precipitare degli eventi che renderà impossibile il sogno d’amore dei due giovani: Adam viene travolto da un tram e, nelle parole del fratello David, che giunge a portarne notizia, ne ricava ferite mortali. In realtà (ma lo scopriremo soltanto alla fine del dramma), il ragazzo non ha perso la vita, ma l’uso delle gambe: cosa che non avrebbe comunque reso più realizzabile la sua fuga con Mira.

David è un personaggio ambiguo, che entra in scena la per la prima volta come messaggero di Isbrandt e che viene subito confuso da Sibilla con Adam. I due sono, infatti, identici, se non per il fatto che David, al contrario del fratello, porta la barba. Anche l’amore che i due portano a Mira è dello stesso ardore, della stessa sincerità: solo che David ha il coraggio di dichiararsi a quattr’occhi, mentre Adam non ha mai parlato direttamente alla ragazza. Un personaggio doppio, allora: Adam e David si completano a vicenda, l’uno è l’amore platonico e romantico dei messaggi furtivi, l’altro è l’amore diretto, concreto, carnale (che pure non perde la sua poeticità); l’uno è l’innocenza assoluta, l’altro (e la presenza della barba, che nel dramma solo David e Isbrandt hanno, è rivelatrice) porta con sé i germi di un futuro triste. Mira, non potendo avere il primo, non si lascia nemmeno al secondo: preferisce piuttosto perdere la presa, lasciar cadere le speranze che sole la tenevano attaccata alla vita. Muore Mira, vittima di un mondo arido e che inaridisce tutti i suoi abitanti, un mondo che è una macchina, come dice Sibilla, una macchina “rumorosa che avanza senza scopo”, messa in moto da “le parole affettuose, i sentimenti, i desideri, i dolorosi rimpianti.” Questa macchina “non si muove per nessuno. Non produce nulla.”; solo, travolge tutti coloro che si vengono a trovare nei suoi ingranaggi, senza possibilità di salvezza, e li distrugge. Allo stesso modo, le ruspe inviate da Isbrandt raderanno al suolo la villa di Sibilla, senza curarsi di tutti coloro che vi si trovano dentro.

Il dramma si chiude con una scena in cui il protagonista incontrastato è di nuovo Isbrandt, ancora, come all’inizio, sprofondato nella sua poltrona a dettare ordini al mondo. Con lui è il sempre silenzioso Adam, che stavolta avanza dall’ombra su una sedia a rotelle. Anche lui, come Mira, non ha capito niente dell’amore, sostiene Isbrandt: “Non sai come si dice ‘Ti amo’. Per carità! L’amore è concreto. E quello che lei desidera sentire non è fugace e lontano e soprattutto non è intoccabile.” Adam ascolta senza profferire parola, ed in silenzio rimane anche quando Isbrandt si prende gioco della sua infermità. Ma la sua stessa spietatezza lascia senza forze Isbrandt, e il vecchio cade a terra, ucciso dalla sua crudeltà. Solo allora, Adam, il ragazzo che per tutto il dramma ha parlato solo d’amore e ha sempre preferito le parole ai gesti, si avvicina al vecchio e lo colpisce ripetutamente sulla faccia, in silenzio. Con questa immagine di rabbia disperata, il dramma si chiude.

È una storia in fondo già nota: l’odio, il gelo, assoluti protagonisti, che distruggono tutto e schiacciano ogni germoglio del bene, in modo definitivo e inevitabile, come se fossero regolati da qualche legge meccanica. È la storia dello Studente e della Ragazza in “Sonata degli spettri” di Strindberg (ma gli esempi potrebbero essere numerosi); è la storia dell’uomo moderno e contemporaneo sconfitto e spaventato di fronte ad un mondo che cambia e sembra poter fare a meno di lui e dei suoi sentimenti più veri.

Nella descrizione sconfortata della realtà che ci dà Asmussen, tuttavia, emerge nonostante tutto una possibilità nuova, il barlume timido di qualcosa di diverso, di bello, di vivo. Forse questo qualcosa è destinato ad essere sconfitto e schiacciato, ma sta a noi farlo esistere, almeno in quel breve tempo che ci è concesso, non fosse altro che per capire che la vita non è solo odio, non è solo disperazione, non è affatto solo ghiaccio freddo che brucia. 

 La lettera si conclude con una frase che per brilla per la sua essenzialità e chiarezza: “Io non sono che un semplice costruttore”, dice Isbrandt. Ma costruttore di cosa? Di caseggiati, forse, di un capitale e di una carriera invidiabili, di una collezione di francobolli precisa e ricca: oggetti materiali e inanimati. Ma la vita, Isbrandt la distrugge, con la sua freddezza, il suo essere senza scrupoli e il suo vuoto interiore.   

Elena Marchetti (Università di Pisa)

naif.super@hotmail.it