Letteratura norvegese

Medioevo e tradizione orale

La letteratura norvegese propriamente detta è un fenomeno relativamente recente. Infatti, sebbene testimonianze letterarie norvegesi fossero presenti già in epoca medievale (soprattutto per quanto riguarda la storiografia e la poesia scaldica), è solo con la seconda metà del 1600 che troviamo maggiori opere letterarie scritte da autori norvegesi.
Fino alla fine del XIII secolo, infatti, è difficile distinguere una letteratura “norvegese” dal continuum della letteratura norrena; e successivamente, nel periodo che va dal XIV al pieno XVII secolo, la letteratura norvegese sopravvisse quasi esclusivamente su base orale. Benché il regno di Norvegia disponesse di numerosi monasteri e centri culturali, prima l’epidemia di peste nera (1349) e in seguito l’annessione al regno di Danimarca (1397) eliminarono gran parte dell’élite che deteneva il monopolio della cultura. Non va dimenticato, inoltre, che almeno fino al 1814 la Norvegia non disponeva di una lingua nazionale scritta.
Durante questi secoli la forma letteraria principale furono le folkeviser, o “ballate”, componimenti di carattere strofico-narrativo solitamente accompagnati da musica e danza. La loro datazione è difficile, data la tradizione orale; quando furono raccolte, a metà del XIX secolo, furono registrate molte versioni differenti. Molte trattano temi cortesi e cavallereschi, ma sono anche presenti temi religiosi e mistici come nel Draumkvedet (“canto del sogno”).

Voci norvegesi nel Sei- e Settecento

Intorno al 1670 si registra la prima testimonianza letteraria con un nome e un cognome. Si tratta di Petter Dass e del suo poema barocco Nordlands Trumpet (“La tromba del Nordland”). In esso Dass rifiuta i fasti delle corti europee e contrappone ad esse le ricchezze della sua terra: i merluzzi, le spianate e i prosciutti invecchiati nove anni, ma anche l’operosità, la lealtà e la fede dei suoi abitanti. Il 1700 vede un progressivo risveglio della letteratura norvegese, soprattutto grazie a Ludvig Holberg, ricordato soprattutto per le sue commedie, che gli valsero il titolo di “padre del teatro nordico”. Originario di Bergen, si trasferì presto e visse a lungo a Copenhagen, con intervalli in altre città europee. Per questo è annoverato nelle storie letterarie danesi e norvegesi; oltre al suo umorismo inesauribile e alla satira sferzante della società contemporanea, si ricorda il suo occhio norvegese e parzialmente “estraneo” al mondo danese, che gli permise di coglierne i lati più comici e contraddittori come solo un emigrato poteva fare. Sia Dass sia Holberg utilizzarono comunque la lingua danese nelle loro opere.

La nascita della letteratura nazionale nell’Ottocento

Con il XIX secolo entriamo nel periodo più florido per la letteratura norvegese. Il successo del romanticismo in Europa e la dissoluzione dell’unione con la Danimarca, sostituita da una più blanda con la Svezia, fomentarono i sentimenti nazionali: gran parte della letteratura romantica va infatti sotto il nome di nasjonalromantikken o “nazionalromanticismo”. Ebbe i suoi massimi rappresentanti in Mauritz Hansen, che descrisse nei suoi racconti ciò che riteneva essere la “vera” Norvegia, e due poeti, Johan Sebastian C. Welhaven e Henrik A. Wergeland. Come in altri paesi europei, il romanticismo portò alla raccolta del materiale letterario popolare, come le ballate e le fiabe popolari. La prima raccolta di fiabe uscì nel 1848 ad opera di Peder Christen Asbjørnsen e Jørgen Moe; in essa si trova una vera e propria summa dei caratteri popolari nordici. A questi autori va anche il merito di aver introdotto sempre più parole norvegesi nel danese in cui scrivevano: una tendenza a “norvegesizzare” il danese che crescerà in tutto l’Ottocento e porterà al bilinguismo bokmål/nynorsk (vedi articolo sulla storia della lingua).

I grandi autori tra fine Ottocento e inizio Novecento

Nell’Ottocento inoltrato si distinse un gruppo di letterati, i cosiddetti fire store (“quattro grandi”). Si tratta di Bjørnstjerne Bjørnson, Henrik Ibsen, Jonas Lie e Alexander Kielland. Bjørnson è ricordato per i suoi romanzi e racconti di ambientazione rurale e per i suoi drammi di ambientazione borghese, che gli valsero il premio Nobel nel 1903 e spianarono il terreno per il successo di Henrik Ibsen, la cui opera, in virtù della struttura drammaturgica raffinata e della critica feroce alla società borghese, è considerata alla base del dramma moderno. A Jonas Lie e soprattutto ad Alexander Kielland si deve invece la nascita del romanzo norvegese moderno di ambientazione borghese. Da segnalare anche gli autori Aasmund O. Vinje e Arne Garborg, che furono tra i primi a utilizzare il nynorsk come lingua letteraria. Più vicino al Novecento e alle avanguardie è invece il controverso romanziere Knut Hamsun, che dipinse con estrema finezza psicologica le nevrosi dell’individuo nelle città di fine ottocento (Sult, “Fame”, 1890) e il recupero della sua dimensione originaria a contatto con la natura (Pan, 1894 e Markens Grøde, “Il risveglio della terra”, 1917, che gli valse il premio Nobel nel 1920).

Consolidamento nazionale nella prima metà del Novecento

A inizio secolo spicca la figura di Sigrid Undset, autrice di numerosi romanzi neoromantici di ambientazione moderna e medievale. Convertita al cattolicesimo, la Undset vinse il Nobel nel 1928 con la trilogia Kristin Lavransdatter. Nel periodo tra le due guerre fu attivo un gruppo di scrittori di orientamento radicale e socialista: il poeta militante Arnulf Øverland, il romanziere Sigurd Hoel, vicino a Joyce e Reich, il drammaturgo Helge Krog. Interessato a queste temi fu anche Nordahl Grieg, devoto alla causa comunista in diversi romanzi e opere teatrali.
Tra gli anni ’30 e ’60 operarono alcuni tra i più grandi narratori del ‘900; tra questi Tarjei Vesaas, che ritrasse la sua regione, il Telemark, in diversi romanzi di ispirazione simbolista scritti in nynorsk. Questioni esistenziali e psicologiche furono affrontate da Johan Borgen e da Aksel Sandemose, mentre Cora Sandel descrisse in diversi romanzi sia la vita di provincia in Norvegia sia l’esperienza parigina, anche con riferimenti alle condizioni delle donne. Di problemi esistenziali, ma anche di critica sociale e politica, si occupò Jens Bjørneboe, irrequieto romanziere, poeta e drammaturgo nel panorama norvegese del secondo dopoguerra.
Per quanto riguarda la poesia, si ricordano due tendenze, una più tradizionale nella forma che fa capo al già citato Øverland, a Francis Bull e Herman Wildenvey, e una che si avvicina al modernismo: ebbe i suoi maggiori rappresentanti in Gunvor Hofmo e soprattutto Rolf Jacobsen, ispiratore dei futuri poeti modernisti norvegesi.

Dal secondo dopoguerra a oggi

Il secondo dopoguerra vide diversi poeti dedicarsi alla poesia modernista, in opposizione al tradizionalismo di Øverland: figura di primo piano fu Paal Brekke. Successivamente furono Jan Erik Vold e Stein Mehren ad arricchire, sviluppare e trasformare la poesia modernista, seguiti più tardi da Lars Aamund Vaage e Tor Ulven, staccatisi ormai dal modernismo e (per quanto riguarda il secondo) pionieri di nuove forme liriche.
Negli anni Settanta ci fu una fioritura di narratori “impegnati” sul fronte politico e sociale: tra i più importanti vi è Dag Solstad, grande interprete del comunismo combattente e del suo tramonto. Di questioni sociali si è occupato anche Kjartan Fløgstad, che ha fatto del suo nynorsk un pastiche linguistico e un carnevale post-moderno. Su altre coordinate si è mosso Finn Carling, narratore minimalista, che mirò al recupero della realtà “come in effetti è”. Simile per alcuni aspetti fu Kjell Askildsen, più orientato sulla novella come breve descrizione di situazioni di vita.
Dagli anni Settanta in poi ha operat

o una nuova generazione di scrittrici inaugurata da Bjørg Vik, autrice di racconti e romanzi in bilico tra il neorealismo e la lotta per i diritti delle donne. Seguiranno voci eterogenee come Cecilie Løveid, figura militante, e Tove Nilsen, interessata a temi antropologici; successivamente, tra gli anni Ottanta e Novanta, Herbjørg Wassmo ha portato nuova linfa alla letteratura femminile con romanzi di grande lirismo.
Negli anni Ottanta, intanto, è cresciuta una nuova generazione di narratori, facente capo a Jan Kjærstad, che ha cercato un’alternativa al realismo per rinnovare il romanzo, e a Lars Saabye Christensen, che ha descritto Oslo e i suoi abitanti in romanzi di grande successo. È anche grazie a questi autori se gli anni novanta hanno visto il successo di giovani narratori come Erlend Loe e Nicolaj Frobenius.
Negli ultimi trent’anni ha goduto di particolare vitalità la letteratura norvegese per ragazzi, che ha i suoi maggiori interpreti in Jostein Gaarder e Klaus Hagerup.
Per chiudere con il teatro e con la letteratura in nynorsk, va ricordato Jon Fosse, tra i più grandi autori post-moderni norvegesi, i cui drammi spogli e minimalisti raccontano le grandi tragedie quotidiane di individui – spesso un uomo e una donna – alle soglie del nuovo millennio.

Bibliografia

Autori vari, Dal mondo delle saghe a quello di Sofia, Milano, Iperborea 1999.
Mario Gabrieli, Le letterature della Scandinavia (nuova edizione aggiornata), Firenze, Sansoni 1969.
Renzo Pavese, Attività letteraria scandinava, Roma, Bulzoni 1988.

Giuliano D’Amico
vargnatt@iol.it