Lassù al Nord – intervista a Hrafnhildur Hagalín

Hrafnhildur, sei una delle scrittrici islandesi della nuova generazione. Che cosa è successo dopo la crisi economica mondiale alla gestione dei fondi per la cultura in Islanda? Ci sono stati dei tagli drastici? Se sì, in che modo hanno influenzato il tuo lavoro? //

Si può dire che la cultura in Islanda non ha sofferto così tanto quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Se infatti guardiamo al lato positivo della faccenda, c’è stato una sorta di risveglio culturale nazionale da parte della popolazione. Da quando è scoppiata la crisi, sembra che gli islandesi siano diventati molto più attenti alla nostra identità culturale, non senza leggeri risvolti nazionalistici: in tanti cucivano maglioni di lana islandesi e cucinavano cibo tipico, le vecchie tradizioni hanno ripreso piede e si apprezzano di più le piccole cose.

Lassù al Nord –  intervista a Hrafnhildur Hagalín 

di Matteo Tarsi, Università d’Islanda, Reykjavík

mat17@hi.is

 Hrafnhildur, sei una delle scrittrici islandesi della nuova generazione. Che cosa è successo dopo la crisi economica mondiale alla gestione dei fondi per la cultura in Islanda? Ci sono stati dei tagli drastici? Se sì, in che modo hanno influenzato il tuo lavoro?

Si può dire che la cultura in Islanda non ha sofferto così tanto quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Se infatti guardiamo al lato positivo della faccenda, c’è stato una sorta di risveglio culturale nazionale da parte della popolazione. Da quando è scoppiata la crisi, sembra che gli islandesi siano diventati molto più attenti alla nostra identità culturale, non senza leggeri risvolti nazionalistici: in tanti cucivano maglioni di lana islandesi e cucinavano cibo tipico, le vecchie tradizioni hanno ripreso piede e si apprezzano di più le piccole cose. Sembra anche che le persone adesso spendano più denaro in prodotti culturali che prima. Tendono inoltre ad andare meno in vacanza all’estero e più a teatro forse. Inoltre siamo stati fortunati ad avere avuto un bravo ministro della Cultura, un donna giovane ed audace (Katrín Jakobsdóttir, nda), la quale ha tentato tutto il possibile per evitare che questo settore venisse menomato. Un esempio del suo lavoro è il nostro nuovo auditorium, Harpa, che è stato inaugurato pochi mesi fa. Nel 2009, insieme al sindaco di Reykjavík, prese la decisione, criticata da molti, di portare a termine la costruzione dell’edificio a tutti i costi. Così adesso abbiamo uno degli auditori più belli, di cui gli abitanti della capitale usufruiscono con gioia. Un’altra tra le decisioni che posso citare fu di mettere a disposizione più soldi per le borse di studio destinate ad artisti. Tuttavia ci sono stati anche grossi tagli, ad esempio all’industria cinematografica, le cui sovvenzioni da parte dello stato sono state molto ridotte. Gli organizzatori di festival artistici lamentano spesso difficoltà nel ricevere aiuti economici e di non poter pianificare in anticipo proprio perché non ricevono garanzie sui finanziamenti pubblici. Io non sono stata colpita fortemente e sono stata abbastanza fortunata da avere avuto molto lavoro. Sono ottimista anche se la vita, qui come altrove, è diventata più difficile ma credo che noi artisti siamo più inclini a reagire, siamo abituati a vivere con poco e non mettiamo mai troppa enfasi sul denaro; stiamo in genere meglio dei banchieri, in gran parte in bancarotta al momento. Sul teatro in generale posso dire che i due teatri islandesi principali si stanno adesso focalizzando più che mai su lavori stranieri e sono un po’ scettici a proposito delle nuove pièces islandesi. Le persone sono abbastanza preoccupate a riguardo, ma se tutto va bene la situazione cambierà nel giro di pochi anni.

 Su internet mi è capitato di leggere che a Reykjavík sono venduti all’anno circa quattrocentomila biglietti, quattro per ogni abitante. Da uno a dieci, quanto è importante il teatro per gli islandesi?

Comparata con altri paesi, l’affluenza a teatro sembra essere molto alta in Islanda e in fase di crescita. Direi che su una scala di valori da uno a dieci il teatro possa avere un sei o un sette di importanza per un islandese medio. Certo, ci sono anche persone che non vanno mai a teatro come altre che ci vanno moltissime volte. Qualche anno fa ci si preoccupava molto che i giovani non andassero molto a teatro a cui preferivano altre forme di arte come i film. Oggi grazie al risveglio culturale post-crisi stiamo vivendo un rinnovato interesse. Ci sono nuove compagnie indipendenti emergenti che attraggono il pubblico dei giovani e questo è molto stimolante. Ad esempio è stato un grande onore per il teatro islandese quando la compagnia Vesturport ha vinto il premio Europa per le nuove realtà teatrali quest’anno e grazie a ciò si è avuta risonanza sia a livello internazionale che nazionale.

 Quanto è forte il rapporto tra lingua e cultura in Islanda, anche in relazione alle contaminazioni da altre lingue come l’inglese?

Direi che c’è un rapporto molto stretto. La nostra lingua è costantemente minacciata dall’inglese. In Islanda tutti parlano inglese ed i bambini lo imparano così bene da averne una completa padronanza già da adolescenti e questo influenza anche il loro modo di esprimersi dal momento che usano molto slang. D’altra parte per fortuna possediamo una tradizione letteraria molto solida e compriamo  molti libri, anzi… moltissimi! Per esempio prima di Natale c’è sempre un gran viavai di gente nelle librerie per acquistare i romanzi islandesi appena usciti. Gli editori pubblicano a ritmi serrati e la tipica domanda che i tuoi amici o conoscenti ti fanno è “Hai letto l’ultimo libro di…?”. Oramai è usanza regalare per Natale le novità editoriali locali. In molti vanno nella prima libreria e risolvono il problema del regalo di Natale in un paio d’ore comprando romanzi nuovi per tutta la famiglia. È un po’ costoso ma fa sempre piacere. Così trascorriamo tutte le vacanze natalizie nel letto a leggere questi romanzi mentre fuori è buio. Penso che ciò aiuti a mantenere vivo l’islandese.

 Che cosa significa per te essere una scrittrice di teatro in un paese così isolato come l’Islanda, anche se adesso le distanze tendono ad essere sempre più relative?

Penso che ciò sia legato al bisogno che ho sempre sentito di viaggiare molto, vivere all’estero per un po’ e poi di tornare, andare via di nuovo, tornare ancora… Anche se possiamo saltare su un aereo e raggiungere Londra o New York in poche ore, l’Islanda è pur sempre una nazione piccola. Se fai un giro per il centro di  Reykjavík ti capita spesso di incontrare dieci persone che conosci prima di essere di nuovo a casa; così quella che doveva essere una passeggiata di pochi minuti si trasforma in una chiacchierata di due ore. A lungo andare può risultare un po’ opprimente… Ho vissuto in Francia e in Spagna per diversi anni ma adesso sono tornata. Scrivere in islandese non è come scrivere in inglese o in francese, in un ambiente in cui i libri viaggiano alla velocità della luce senza difficoltà nel trovare un traduttore, tuttavia credo che se un’opera vale veramente qualcosa presto o tardi avrà la sua diffusione, cosicché più persone possano usufruirne. Bisogna solo dare tempo al tempo.

 In Io sono il Maestro la protagonista – Hildur – si trova a fare i conti con il fantasma del passato, il Maestro. Si potrebbe dire che questo costituisce un leitmotiv, elaborato in opere come Spettri di Ibsen o La signorina Julie di Strindberg. Come ti poni nei confronti dei grandi drammaturghi scandinavi, anche in relazione a questo tema?

Ho letto Strindberg e Ibsen quando ero più giovane e, certo, li ammiro molto. Mentre lavoravo a Io sono il Maestro sono stati parte delle mie letture preparatorie e quindi credo di poter essere stata in parte influenzata da loro, ma non saprei dire con esattezza né come né in che punti. Ero molto giovane al tempo, avevo ventiquattro anni. Ad ogni modo, siccome si trattava del mio primo lavoro pensai che sarebbe stata cosa saggia seguire il canone e scrivere qualcosa che potesse risultare ben fatta e non cominciare con qualcosa di sperimentale, quindi il mio sguardo si è rivolto ai grandi del XX secolo. Senza dubbio Ibsen e Strindberg erano tra questi, ma stavo anche leggendo molti dei maestri americani come Tennessee Williams, Miller e O’Neill. Poi c’erano anche gli inglesi di cui ero innamorata: Pinter, Simon Gray, Joe Orton. Se ho seguito quello che chiami il leitmotiv del fantasma del passato dai maestri scandinavi, deve essere stata un’influenza inconscia. Molte delle cose da cui ci troviamo ad essere influenzati da giovani si devono ad un meccanismo inconscio, ecco cos’è affascinante di quel periodo della vita. Poi si incomincia a ponderare bene le cose ed ecco che cominciano i problemi. Bisogna imparare di nuovo a saper lasciarsi guidare dal nostro lato inconscio.

 Hai scelto di ambientare la storia nel mondo dei musicisti classici. Dal momento che hai compiuto studi di chitarra classica, cosa ci puoi dire a proposito dell’influenza biografica nel tuo lavoro creativo?

Quando cominciai a scrivere la pièce decisi di abbandonare i miei studi di musica classica e i miei progetti di diventare una musicista. Il mio obiettivo era di scrivere qualcosa di bello, un omaggio alla musica classica. Basai la scrittura su un mondo che conoscevo bene; ad ogni modo non direi che si tratta di un’opera autobiografica. Ovvio che qualsiasi cosa che viene da te ha in te le sue radici, fatte di esperienze, pensieri, sentimenti. Quando scrivi è come tracciare i confini attraverso i tuoi sentimenti e influenze esterne che puoi ricondurre a ciò cui stai lavorando. Al di fuori di tutto questo, il resto è pura fantasia.

 Io sono il Maestro è stato rappresentato in Italia. Sei dispiaciuta che non abbia avuto seguito negli anni?

No, affatto. Ero molto onorata che la mia opera venisse rappresentata in Italia. È stata premiata a Genova e messa in scena in quattro differenti città, l’ultima volta in un bel teatro di Roma. La pièce è anche stata candidata al premio teatrale italiano. Ho conosciuto molte persone fantastiche che hanno lavorato alla messinscena, come il regista Sergio Maifredi e uno dei vostri attori straordinari, Paolo Graziosi, da cui sono rimasta affascinata. Mi piacerebbe scrivere un dramma per lui un giorno.

 Tra i tuoi drammi ce n’è uno tratto da Salka Valka, uno dei romanzi del Premio Nobel  Halldór Laxness. Che cosa ha significato per te portare in scena un lavoro del più famoso scrittore islandese e in che tipo di difficoltà ti sei imbattuta?

Mi venne chiesto da un’amica, cui era stata affidata la regia dello spettacolo al teatro comunale di Reykjavík, di fare una trasposizione teatrale del romanzo. Lavorammo insieme a stretto contatto ed è stato un lavoro difficile ma stimolante. Inoltre si trattava di un romanzo di Laxness e il pubblico in questi casi diventa molto esigente. Non meno importante poi il fatto che già esistessero tre drammi tratti dalla stessa opera. Dovevamo inventarci insomma qualcosa di diverso e speciale. Il mio obiettivo era di creare una pièce che seguisse i canoni teatrali piuttosto che essere una fotografia del romanzo. Credo che siamo riuscite nel nostro intento.

 Eccoci all’ultima domanda: a quali progetti stai partecipando e quali sono i tuoi programmi futuri?

Da circa due anni a questa parte ho lavorato a molti progetti. Ho scritto testi per due spettacoli di danza, tradotto varie pièces, scritto e diretto sei brevi radiodrammi creati ad hoc per sei attori ottuagenari. Nel 2009 ho fondato con una mia amica regista un nuovo teatro in rete che si chiama Herbergi 408, che offre un’esperienza teatrale del tutto nuova: una mistura di performances dal vivo e streaming in diretta. Gli spettacoli sono studiati e prodotti per il web e permettono al pubblico molteplici modi di interagire. Per adesso i nostri lavori sono Herbergi 408 Jöklar. Quest’ultimo è stato un progetto abbastanza sui generis ed è stato premiato allo stesso tempo in quattro differenti città dell’isola:  Reykjavík, Ísafjörður, Akureyri e Seyðisfjörður. I personaggi erano chiamati ad interagire nelle performances su internet (è stata una vera impresa coordinarli!) e poi queste venivano mandate in streaming dal vivo in contemporanea così da creare una pièce unica in quattro finestre. Grazie a tutto ciò per lo spettatore è possibile agire in modo attivo come ad esempio scegliere di seguire un solo personaggio nella storia, tornare indietro o andare avanti oppure seguire lo spettacolo in modo classico. Per quanto riguarda il mio presente, dopo aver lavorato in molti progetti differenti ed aver conosciuto persone fantastiche, desidero ritornare di nuovo nel mio guscio e concentrarmi sulla scrittura dato che ho molto lavoro da finire e sono impaziente di riprenderlo e per questo mi servono silenzio e solitudine nei mesi a venire.

 Hrafnhildur  Hagalín è nata a Reykjavík nel 1965. La sua prima pièce, Io sono il Maestro, è anche l’unica ad essere stata tradotta e rappresentata sui palcoscenici italiani.

 La presente intervista è apparsa inedita in Atti & Sipari, semestrale di teatro e spettacolo, num. 9 (Ottobre 2011) www.attiesipari.it