La voce dei Sami. Messaggi dall’estremo Nord

My home is in my heart
it migrates with me
…You know it brother
you understand sister
but what do I say to strangers
who spread out everywhere
how shall I answer their questions
that come from a different world.

da Trekways of the Wind, Nils-Aslak Valkeapää

Introduzione

I Sami (1) sono la popolazione indigena dell’area artica e subartica. Il loro territorio di insediamento si estende su un’area geografica che interessa quattro differenti nazioni, Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia, tanto che essi costituiscono un nucleo sovra- e transnazionale unito etnicamente e politicamente. I Sami hanno infatti un proprio Parlamento (il Sámediggi, organizzazione non governativa internazionale), una bandiera (inaugurata nel 1986) ed un giorno di festa “nazionale” (il 6 Febbraio, giorno del primo Congresso sami nel 1917), ma nel contempo appartengono giuridicamente allo stato “ospite”.

Sebbene si tratti di uno dei popoli indigeni più modernizzati al mondo e sebbene i loro diritti e la salvaguardia della loro identità e cultura siano oggi difesi dalla Costituzione norvegese, i Sami hanno alle spalle una storia di soprusi e di repressioni, una storia coloniale a tutti gli effetti.
In questo lavoro si vuole dapprima tratteggiare la storia del popolo sami nei momenti salienti di contatto con “gli altri”, ovvero con le varie civiltà colonizzatrici, e poi aprire una riflessione sul problema della comunicazione con i dominatori, soffermandosi su alcuni aspetti politici della questione linguistica e presentando esempi di testi sami che affrontano il problema della comprensione reciproca.

1. Breve storia

Le prime attestazioni di insediamenti in Scandinavia risalgono intorno al 6000 a.C.: sebbene non si sappia con certezza di quali popolazioni si tratti, è appurato che i Sami sono il primo gruppo etnico di cui si abbia testimonianza in quelle regioni in epoca storica.
Di questo popolo si sapeva molto poco fino all’età vichinga, data la totale assenza di testimonianze dirette: gli antichi avevano avvolto le terre artiche ed i loro abitanti nel mistero, creando il mito edenico degli Iperborei o, al contrario, relegando in quei luoghi lontanissimi spaventosi popoli semi-umani, tanto che retaggi di queste credenze permangono nei racconti degli storici di epoca romana e medievale. Paolo Diacono fu tra i primi a fare riferimento ad un popolo di sciatori che conviveva con un animale non molto diverso dal cervo, e ad associarli a fenomeni astronomici caratteristici quale l’alternanza di lunghi periodi di luce e di buio.
Già nei primi secoli dopo Cristo i Sami cominciarono ad arretrare verso il Settentrione a seguito dell’espansione di nuove genti nella stessa area: quelle dei Vichinghi e dei Finnici furono le prime società organizzate e strutturate con cui i Sami vennero in contatto, a cui cominciarono ad assimilarsi e a pagare tributi.
Il Sameland (o Sápmi, “Terra dei Sami”, da preferire al corrente “Lapponia”) era una terra ricchissima di risorse naturali che, una volta scoperta, scatenò lunghe serie di conflitti e di presidi militari per assicurarsene il controllo: la popolazione indigena vi viveva praticando l’allevamento delle renne, la caccia, la pesca, utilizzando le molteplici risorse offerte dall’ambiente artico e subartico e portando avanti da millenni la pratica degli spostamenti stagionali. Tra il X ed il XIII sec. si assistette ad un processo di colonizzazione tale da provocare o l’assimilazione dell’elemento sami – ormai minoritario – oppure l’ulteriore arretramento nelle zone montuose dell’entroterra da parte dei gruppi che volevano salvaguardare la propria indipendenza e i modi tradizionali di vita. Questa duplice reazione rimarrà una costante dell’atteggiamento nei confronti dell’avanzata della civiltà e dei suoi modelli di vita.
Specialmente a partire dal XIII sec. iniziarono le spedizioni missionarie per convertire i Sami al Cristianesimo. Le missioni toccarono l’apice nel XVI sec. in conseguenza del nuovo fermento religioso dovuto alla diffusione, in Scandinavia, del Luteranesimo. Cominciò allora per i Sami un periodo di grandi trasformazioni: all’avanzata dei coloni corrisposero sempre maggiori espropriazioni, con la scoperta di giacimenti minerari in Svezia intere comunità vennero ridotte in schiavitù e nel frattempo le autorità ecclesiastiche impedivano loro di portare avanti pratiche religiose “pagane”, minando pesantemente la compattezza della comunità e la sopravvivenza della sua cultura. Oltre a ciò, anche le tradizionali attività di sostentamento sami vennero messe in crisi sia dalla perdita di territori sia dalla cospicua diminuzione del patrimonio faunistico, conseguenza dell’eccessivo – forzato – prelievo venatorio.
Nonostante i cambiamenti connessi ai modelli di insediamento, i Sami norvegesi mantennero le loro abitudini di vita legate al “semi-nomadismo”: ciò dimostra che, a dispetto dell’ “assorbimento” subito da questo popolo, esso dimostrò una grande capacità di adattamento, che gli permise di preservare almeno in parte i tratti distintivi della sua cultura tradizionale.
Nel 1716 nacque a Trondheim, in Norvegia, il Seminarium Lapponicum tra i cui obbiettivi, oltre alla cristianizzazione dei Sami, era anche quello di fornire loro un’educazione scolastica: questo tentativo, che prevedeva peraltro l’insegnamento delle dottrine sacre in lingua sami (2), venne presto fatto fallire in quanto avversato dalla maggior parte degli ecclesiastici. Erano in molti infatti a ritenere che i Sami dovessero abbandonare i loro valori tradizionali, specialmente quelli legati ai riti pagani; iniziò così la raccolta, il sequestro e la distruzione degli oggetti simbolici relativi alle antiche credenze, con particolare accanimento contro i tamburi rituali, i runebomme, il cui uso da parte del noaide (sciamano) rappresentava il fulcro dei riti pagani. La pelle del tamburo rituale era peraltro usualmente ricoperta di disegni raffiguranti le divinità e le varie potenze extra-umane presenti nella mitologia sami, rappresentando cioè una specie di carta dell’universo al cui centro compariva il sole (3).
Nel corso del XIX sec., con l’affermazione delle discipline etno-antropologiche, all’interesse economico nei confronti dei Sami si aggiunse quello “scientifico”, che non di rado mostrò pesanti deformazioni: oltre alle spedizioni nei territori di insediamento per studiare e fotografare questa popolazione così “esotica”, non mancarono infatti episodi che denunciano un profondo irrispetto per le genti indigene, come l’organizzazione di tournées nelle città europee (4).
A partire dalla fine dell’Ottocento, le autorità norvegesi (5) imposero al popolo sami una rigida politica di norvegesizzazione che prevedeva, tra l’altro, la rinuncia alla propria lingua e cultura e l’obbligo all’apprendimento e all’uso del norvegese: solo sul finire degli anni Trenta cominciarono a farsi strada prospettive più positive per quanto concerne la politica verso le minoranze.
Nel 1956 il Ministero della chiesa e dell’istruzione istituì una commissione allo scopo di esaminare la questione sami: la relazione conseguitane proponeva una politica nuova, una svolta radicale rispetto agli obiettivi di norvegesizzazione ed assimilazione. Fu a partire da queste considerazioni che negli anni 1962-63 si avviò il primo grande dibattito parlamentare sui principi fondamentali relativi alla politica sami e vennero conseguentemente implementate misure atte a preservare e a sviluppare l’insediamento e l’attività economica nelle aree sami (tra le quali l’avvio del “Fondo per lo sviluppo sami” nel 1974 e la costituzione dell’ “Accordo per l’allevamento delle renne” nel 1976). Nel corso degli anni Ottanta vennero istituiti ancora il “Comitato per i diritti dei Sami” ed il “Comitato per la cultura sami”.
Nel discorso tenuto nel 1997 in occasione dell’apertura ufficiale del Sámediggi  (il Parlamento sami), re Harald V sottolineò il fatto che sia il popolo sami che i norvegesi sono parte integrante della società norvegese e si scusò per il modo in cui i Sami erano stati trattati in passato: “Lo Stato norvegese è stato fondato sul territorio di due popoli – quello sami e quello norvegese. La storia sami è strettamente intrecciata con quella norvegese. Oggi, vogliamo esprimere il nostro rammarico a nome dello Stato per le ingiustizie commesse contro il popolo sami attraverso la dura politica di norvegesizzazione”. Nel 2000 il Parlamento norvegese ha istituito un ingente fondo a favore del popolo sami i cui proventi devono essere utilizzati per rafforzare la loro lingua e cultura e servono da risarcimento collettivo per i danni inflitti e per le ingiustizie commesse.

2. La ricerca di un dialogo e la questione linguistica.

Sebbene nel tratteggiare i punti salienti della storia del popolo Sami si siano utilizzate fonti e quindi punti di vista “occidentali”, nell’affrontare la questione della comunicazione tra colonizzati e colonizzatori, tra minoranza e maggioranza, si sono invece voluti prendere in considerazione testi provenienti dalla stessa comunità sami e portatori della loro voce e visione.
Nello specifico ci si è avvalsi soprattutto della raccolta di saggi del 1997 curata da Harald Gaski dal titolo Sami Culture in a New Era. The Norwegian Sami Experience, che tenta di fare il punto sullo stato “attuale” del popolo sami alle prese con una rapida modernizzazione ed in corso di integrazione con il programma di Welfare norvegese. Il libro si compone di contributi di studiosi sami (tutti, eccetto uno) nell’ambito di diverse discipline – antropologia sociale, storia, linguistica, management, scienze dell’educazione, teoria letteraria, scienze delle comunicazioni, medicina – quasi tutti appartenenti alla generazione che negli anni ’70 ha partecipato al risveglio del dibattito etnico, politico e culturale sui Sami, che ha lottato per la creazione di una “politica delle minoranze” che mettesse fine al processo di assimilazione ormai secolare e che, ancora nel 1997, è impegnata nella causa sami. Il loro lavoro rappresenta quindi un’ importante testimonianza di continuità e di vitalità sia dell’attività culturale del popolo sami, sia del loro bisogno di farsi ascoltare in quanto minoranza. Il libro non è scritto né in sami né in norvegese, bensì in inglese, a conferma della volontà di raggiungere un “international audience”, “the outside world” (6). Lo stesso obbiettivo anima Johan Turi, autore della prima opera nata nella comunità sami per comunicare con gli “altri”, con i “signori”. Mentre il libro curato da Gaski non verrà qui analizzato, ma resterà piuttosto sullo sfondo funzionando in un certo senso da “guida” per le riflessioni affrontate, si vuole invece presentare più dettagliatamente l’opera di Turi in quanto straordinaria e precoce intuizione del bisogno di dialogo.

2.1. La Vita del Lappone di Johan Turi: storia di un libro e di un dialogo.

La Vita del Lappone (titolo originale: Muittalus samid birra) di Johan Turi venne pubblicata in danese, con versione originale sami a fronte, nel 1910. Considerato il primo grande monumento linguistico e letterario sami, il libro nasce nelle intenzioni dell’autore come “documento”. Se ne leggano le premesse, ovvero la prima pagina:

Sono un lappone, ho fatto tutti i mestieri dei lapponi e conosco ogni aspetto del mio popolo. E ho capito che il governo svedese vuole aiutarci quanto può; ma non si fanno un’idea giusta della nostra vita e della nostra situazione, perché il lappone non riesce a dire come stanno le cose veramente. E il motivo è che non capisce molto quando sta dentro una stanza chiusa, quando il vento non gli soffia nel naso. Se ci sono pareti ed è chiuso sopra la testa, i suoi pensieri non riescono a scorrere, né si trova bene nei boschi folti, dove l’aria è calda; ma quando è in alta montagna, allora sì che il suo cervello è davvero limpido, e se la riunione fosse in qualche posto lassù, in alta montagna, forse il lappone saprebbe sbrigare molto bene i suoi affari. Ho pensato che la cosa migliore fosse un libro in cui è annotato tutto sulla vita e sulle cose dei lapponi, così non ci sarà bisogno di chiedere in che condizioni vivono. E così non potranno confondere le idee, quelli che vogliono mentire sui lapponi e dare la colpa solo a loro quando in Norvegia e in Svezia hanno contrasti con gli stanziali; ed è per questo che bisogna scrivere ogni avvenimento e spiegarlo in modo chiaro, perché sia comprensibile a tutti. E anche agli altri lapponi fa piacere sentir parlare delle cose dei lapponi. Questo riguarda soprattutto quelli della regione di Jukkasjärvi (7).

In realtà su quest’ultimo punto Turi mostrerà di sbagliarsi, vista la pessima ricezione che il libro ebbe tra gli altri Sami i quali, non condividendo la sua fiducia verso i “signori”, intravidero nell’estrema apertura che la sua opera rappresenta una forma di minaccia, una caduta delle barriere poste a proteggere la loro identità e cultura. Turi precorre i tempi nell’intuizione che il dialogo costituisca l’unico mezzo per la sopravvivenza di una minoranza: si vogliono confrontare le sue premesse con quelle espresse da Harald Gaski in apertura a Sami Culture in a New Era, a quasi novant’anni di distanza:

Today, no minority can survive in isolation; we need to make the rest of the world see us, and actively support the development of the indigenous peoples’culture, language and societal life – in the Arctic cold as well as in the depth of the jungle or the heat of the desert (8).

Johan Turi era un Same un po’ fuori dall’ordinario: non si accontentava di badare alle mandrie di renne, aveva frequentato i noaide (sciamani), aveva voluto imparare a leggere e a scrivere ed era poi entrato in contatto con i “signori”. Egli aveva vagabondato a lungo da solo, dedicandosi alla caccia e meditando sui problemi del suo popolo, ed era giunto alla conclusione che il futuro dei Sami era molto incerto visto che gli spazi di movimento, indispensabili per i nomadi, andavano sempre più restringendosi. Era anche convinto che ciò non fosse dovuto alla malvagità delle altre nazioni, bensì alla loro ignoranza riguardo alle reali esigenze del suo popolo. Non provando nei confronti degli stranieri quel sospetto e quella sfiducia che avrebbero ostacolato il dialogo, Turi maturò l’idea del suo libro.
La svolta che ne rese però effettiva la nascita risiede nell’incontro fortuito e nell’amicizia intrecciata con la giovane artista ed antropologa danese Emilie Demant nel 1904: appassionatasi alla cultura sami, essa ne studiò la lingua e riuscì, con l’aiuto di Turi, a portare a termine il suo progetto di vivere per un anno insieme agli allevatori di renne. “Turi sarebbe diventato per la Demant la chiave giusta per conoscere nel modo migliore i Sami e la loro cultura; mentre, da parte sua, ella sarebbe stata la porta aperta sul resto del mondo per quel Same altrimenti isolato da una barriera pressoché invalicabile. costituita dalla lingua e dalle abitudini di vita” (9): il sogno di scrittura del Same infatti, incontrando nell’amica entusiasmo e sostegno, diventa un progetto ed infine una realtà. L’importanza della Demant si afferma subito nella scelta della lingua: Turi infatti voleva scrivere il libro in finlandese, lingua che aveva imparato appositamente nella persuasione che un idioma così disprezzato come quello sami non fosse adatto allo scopo da lui prefissatosi, ma la Demant lo convinse che era assolutamente necessario usare la lingua del popolo di cui scriveva, nonché la sua propria. L’importanza dello scambio culturale tra i due, della funzione propulsiva di un punto di vista “esterno” ma coinvolto, venne confermata durante tutta la composizione dell’opera. Pur avendo imparato a scrivere ed amando narrare, non era facile per Turi, abituato alla caccia, ai grandi spazi ed alle attività pratiche, rimanere seduto per ore, cercare le espressioni giuste per spiegarsi, nonché decidere cosa fosse più urgente dire. L’amica danese si ritirò dunque nei boschi insieme a lui per mesi, provvedendo alle necessità pratiche, sollecitandolo ed incoraggiandolo, finché il libro prese forma.
Lo stile di Turi è incoerente e disomogeneo, con frequenti riprese e ripetizioni che trasmettono la pratica dell’oralità familiare al narratore: alla Demant occorsero circa due anni per mettere ordine negli scritti dell’amico, per rendere intelligibile e quindi fruibile quella preziosa materia. Ella si assunse inoltre l’impegno di tradurre l’opera in danese, in modo che potesse raggiungere un numero più vasto di lettori: si trattava effettivamente di un lavoro che solo lei era in grado di svolgere, in quanto conosceva molto bene Turi e poteva quindi intervenire sul testo senza il timore di stravolgerne le intenzioni. “Il libro di Turi”, scrive la Demant, “rappresenta una supplica, un’ardente implorazione che viene dal cuore della Lapponia, un’accorata invocazione di giustizia verso i nomadi della Scandinavia. Non una richiesta di assistenza per i poveri, bensì un’esortazione alla comprensione e al diritto di vivere” (10). Il testo è suddiviso in tanti brevi paragrafi che danno respiro al lettore, ma esso è evidentemente costituito da un unico flusso narrativo che comprende storie e leggende sami, pratiche religiose e racconti di vita quotidiana, informazioni precise sulle attività sami quali la caccia e l’allevamento delle renne, nonché disegni dello stesso autore con funzione esplicativa. A questo “flusso” si intrecciano inoltre riflessioni politiche e discorsi di denuncia che non si distaccano dalla sfera della vita quotidiana e mirano a svegliare la coscienza del lettore con immagini semplici e dirette. L’appello più accorato viene lanciato da Turi in conclusione al suo libro, nel paragrafo intitolato “Racconto degli animali sconosciuti della Lapponia”:

La Lapponia è il paese dove esistono animali di cui la gente non sa come facciano a nutrirsi; ma la gente sa bene che in una parte della terra ci sono certi preziosi animali inferiori che vivono in luoghi dove altri animali non riescono a cavarsela. E questi animali gli uomini non li fanno entrare in terre migliori, anche se non sanno bene come se la cavano lì dove sono. Gli uomini non fanno entrare queste bestie in nessun posto, la gente pensa che non è bene farli andare così in giro; se se la sono cavata finora, possono cavarsela anche con meno terra. “Della terra abbiamo bisogno noi, e se quassù troviamo della terra dove possiamo vivere, allora li spaventiamo e li cacciamo nelle zone dove noi non possiamo cavarcela e abitare, li mandiamo dove la terra per noi è inutilizzabile. E’ vero che loro abitavano dove la terra è buona, ma i nostri antenati li hanno spaventati e cacciati via. E queste bestie sono facili da spaventare, sono molto timide; e non c’è nemmeno pericolo, se non dovessero cavarsela tanto bene: non c’è bisogno che si moltiplichino. E non c’è pericolo se stanno male o vengono tormentate: sono abituate a quella vita”. E gli uomini non sono nemmeno andati mai fra loro per studiarli sul serio, anche se sicuramente hanno visto da molto lontano che qui ci sono degli animali e che sono vivi; ma gli uomini non sanno di sicuro come vivono. Molti uomini pensano che questi animali vivano benissimo, e forse qualcuno desidera anche che vivano bene, anche quegli animali, perché sono animali che non fanno del male, anche se qualcuno li considera dannosi e vorrebbe annientarli; ma una parte delle autorità del Regno non dà ancora il permesso di distruggerli. E sicuramente ci sono molti uomini che, conoscendo le difficoltà di quegli animali e le cattive condizioni in cui vivono, non potrebbero fare a meno di provare tristezza, sicuramente piangerebbero molto, perché quegli animali devono sopportare tanto dolore, fame e freddo. Molti uomini invece li ucciderebbero come alci, se questo fosse permesso; ma dato che non è permesso ucciderli, allora sono costretti a lasciarli vivere. Però riescono a farsi credere dalle autorità, tanto che ottengono il permesso di reprimerli sempre più limitando la loro terra a poco a poco, e se le limitazioni del territorio continuano ad andare come sono andate finora, allora quegli animali verranno distrutti, e solo attraverso la sofferenza che patiscono, che sicuramente è contraria alla legge sulla crudeltà verso le bestie. Se questi animali avessero un padrone, e lui comprendesse come soffrono, forse comprerebbe più terra, ma dato che non hanno un vero padrone dovranno rimanere in queste sofferenze fino alla morte, cosa che fa male a chi pensa e comprende. Ma chi scrive desidera che la grazia illumini anche i loro occhi, come le altre creature della terra, create dallo stesso Dio. Alla fine siamo nel grembo di Dio, come il bimbo sulle ginocchia della madre, che sono il suo miglior rifugio (11).

2.2. Lingua e politica

Turi ha avuto la grande opportunità di appagare il bisogno di contatto con l’esterno utilizzando la sua lingua madre, poiché una studiosa appassionata come Emilie Demant l’ha imparata ed ha assunto il ruolo di “tramite”, ma il suo caso è assolutamente eccezionale. Ogni minoranza che voglia far sentire la propria voce deve prima risolvere un dilemma linguistico: da una parte il bisogno di raggiungere un’audience più vasta possibile, dall’altra la volontà di salvaguardare la propria identità culturale. Il raggiungimento di un pubblico numeroso tramite la scelta della lingua “della maggioranza” andrà a scapito dell’arricchimento, diffusione ed aumento di prestigio della propria lingua minore a rischio di scomparsa.
La scelta dell’inglese da parte degli autori di Sami Culture in a New Era può apparire poco problematica, visto l’internazionalismo ormai intrinseco a questa lingua, visto il grado di istruzione ormai diffuso tra gli stessi Sami e soprattutto vista la sua natura non letteraria, ma bisogna fare un passo indietro per comprendere fino a che punto il problema linguistico abbia una forte valenza politica.
I Sami, precedentemente al periodo di massiccia norvegesizzazione e quindi “educazione al discredito” della loro cultura tradizionale, erano molto orgogliosi della propria lingua, che è imbattibile in quanto a terminologia descrittiva del paesaggio artico e della sua vita, contando ad esempio circa 150 termini per specificare le diverse qualità di neve ed un vocabolario enorme per descrivere le renne. Ma in conseguenza della norvegesizzazione accade non solo che, essendo l’istruzione esclusivamente in norvegese fino agli anni Settanta, la maggior parte dei Sami non abbia imparato scrivere nella propria lingua, ma anche che sia stata tolta dignità alla lingua sami perfino all’interno della loro stessa comunità, come testimoniato anche dall’atteggiamento iniziale di Turi rispetto alla scelta della lingua per il suo libro.
L’appello alzatosi nel corso degli anni ‘70 all’interno della comunità sami verso un risveglio della propria scrittura ha una forte valenza politica che va nella direzione di una preservazione linguistica che non rappresenti una chiusura, ma piuttosto l’acquisizione di un mezzo di comunicazione e difesa: le lotte e le rivendicazioni politiche che presero vita in quegli anni non furono mai indirizzate ad esempio alla creazione di uno stato separato, ma piuttosto all’assicurazione dei diritti per la sopravvivenza e allo sviluppo della cultura e della lingua sami.
In questa direzione va l’opera di uno dei rivitalizzatori della cultura sami verso la fine degli anni ’60, Paulus Utsi (1918-1975). Il suo piano di scrittura consisteva in una trilogia sul potere della lingua, di cui fece in tempo a scrivere solo i primi due volumi, Giela giela (Intrappolare la lingua) del 1974 e Giela gielain (Intrappolare con la lingua) del 1980. Se la prima raccolta poetica costituisce una chiamata a prendere controllo della lingua (sami), la seconda esplicita che il linguaggio stesso rappresenta una trappola, ovvero un’arma. Il gioco di parole nel titolo è reso possibile dal fatto che in sami la stessa parola significa sia “imparare una lingua” che “controllare una trappola”. Utsi capisce inoltre che i Sami devono apprendere nuove tecniche e dunque ricorrere alle arti dei non-Sami per essere ascoltati e presi sul serio.
“Tutta la nostra storia ci ha insegnato che è vantaggioso sapersi avvalere di diverse tecniche contemporaneamente” (12) scrive Harald Gaski alludendo probabilmente alla pratica della vita tra i ghiacci ma intendendo che i Sami hanno capito relativamente presto l’importanza di padroneggiare sia il loro mondo che il punto di vista che gli “altri” hanno sul loro mondo: capire la lingua di chi ha il potere è il primo passo per comprenderne i pensieri, e saperla usare è la condizione fondamentale per poter discutere ed ottenere una visione differente dello stato delle cose. A questo proposito Gaski suggerisce un possibile rivolgimento positivo nel precedente obbligo di frequentare le scuole norvegesi da parte dei giovani sami: sviluppando competenze “bi-culturali”, molti di essi hanno potuto usare in seguito la loro istruzione (specialmente in ambito legale) per la causa sami. Ma ci ricorda anche come questi casi siano in minoranza rispetto a quelli di estraniazione e allontanamento dalla cultura originale.

3. Messaggi del margine.

In alcuni versi Paulus Utsi paragona la condizione minacciata della vita sami alle tracce lasciate dagli sci nell’aperta tundra, che scompaiono ancor prima dell’alba successiva. In un’intervista racconta poi dell’usanza sami di scrivere nella neve e di come quella pratica lo abbia ispirato alla poesia: la necessità della letteratura sembra dunque nascere da una sensazione di transitorietà ed avere lo scopo di sconfiggerla.
Pur non volendo usare in senso restrittivo questa categoria della “precarietà” come sorgente di scrittura, è incontestabile che le esigenze più pressanti che affiorano dalla letteratura “dei margini” siano quelle dell’affermazione di sé – della propria identità come individuo appartenente ad una comunità – e dell’appello per la garanzia di una continuità.
In questo senso va detto che la letteratura Sami si inserisce appieno nel quadro delle altre letterature indigene del mondo, le quali attualmente dialogano tra di loro tramite il World Council of Indigenous People, luogo di discussione privilegiato anche per quel che concerne la posizione delle letterature indigene all’interno del discorso accademico.
Si vogliono qui riportare alcuni esempi di problematiche relative al dibattito sull’approccio scientifico alla letteratura sami che Harald Gaski, da critico letterario e da Same, solleva nel suo articolo dal titolo Voice in the Margin. A Suitable Place for a Minority Literature? (13).
Gaski fa notare che i testi provenienti dalla sua comunità appaiono comunemente ricchi di doppi sensi ed allusioni incomprensibili per un non-sami,  ma che cionondimeno essi si prestano sia ad una lettura immediata che ad un’interpretazione “accademica”. Egli auspica, per la letteratura sami, una triplice ricezione: quella interna al popolo sami (idealmente rappresentativo di una fruizione “diretta” del testo), quella della comunità scientifica internazionale, che permetterebbe di spingersi oltre la lettura contenutistica e di aprire sulle implicazioni inintenzionali del testo, ma anche quella di un nuovo nucleo, composto da studiosi sami che sappiano utilizzare gli strumenti della critica “occidentale” ed applicarli alla propria letteratura, al fine di rendere ancora più fecondo il dialogo interculturale.
Il pericolo più immediato di una lettura “esterna” delle letterature indigene è ovviamente quello del fraintendimento, di cui Gaski ci offre un esempio nella poesia posta in apertura a questo studio, Trekways of the Wind di Nils-Aslak Valkeapää, dove viene affrontato il concetto di “casa”. Il primo verso, che recita “My home is in my heart”, è stato erroneamente interpretato da lettori “occidentali” nel senso di “ovunque vado mi sento a casa”, ma le parole del poeta sono invece espressione di una cultura olistica che concepisce tutto il circostante (paesaggi, esseri umani, animali) come incluso nel sé e parte inseparabile dell’identità dell’individuo: il mondo naturale abita nell’uomo e viceversa. Il concetto di “casa” è dunque affrontato in un modo che per i Sami è limpido mentre risulta agli occidentali romanticizzante, “naivista o nativista”, anacronistico ed espressione di “marginalità” rispetto alla società moderna.
Il pericolo nasce nel momento in cui l’uomo occidentale definisce i temi, i valori, ma anche lo stile e le tecniche della letteratura indigena come retrogradi, romantici, ingenui, marginali ed anacronistici: egli esercita infatti il potere della definizione, del “canone” potremmo dire, che decide cosa è “dentro” e cosa è “fuori”, cosa è degno di attenzione e cosa invece non lo è. Appurato ciò, Gaski suggerisce tuttavia che, se il messaggio indigeno è davvero importante, bisogna trovare modi espressivi che lo rendano fruibile per gli altri, per gli occidentali.
In questa direzione, ed oltre, va una poesia di Nils-Aslak Valkeapää tratta da Solen, min far (Il sole, mio padre, titolo originale Beaivi, Áhčážan) (14) libro vincitore del Premio del Concilio Nordico nel 1988.
Nils-Aslak Valkeapää ha creato un nuovo interesse intorno allo joik sami, forma tradizionale di componimento musicale cantato, combinandolo con la musica popolare, il jazz e la musica classica nel tentativo di avvicinarlo ai gusti moderni. Il suo scopo è fondamentalmente quello di rivitalizzare le tradizioni sami, perché lo joik non venga relegato in un museo ma possa bensì funzionare da mediatore e simbolo per i Sami. Per molti indigeni il canto è una forma di letteratura e non di rado lo troviamo alla base della poesia moderna, così come i racconti orali spesso rappresentano il punto di partenza per una nuova prosa.
Lo joik si basa su millenni di senso di appartenenza ad un posto, ad una famiglia e ad un popolo: rappresenta un modo per ricordare, ovvero connette un individuo con i sentimenti più profondi espressi dal tema cantato e permette la comunicazione tra epoche, persone e paesaggi (15).
Valkeapää apporta delle notevoli innovazioni alle forme tradizionali. Un esempio del suo gioco linguistico a più livelli è la poesia N° 272 in Solen, min far: le parole sono sparse sulle pagine insieme a linee puntate che creano un complesso gioco tipografico a cui si somma la sfida linguistica che il testo lancia agli stessi Sami, visto che adopera un’estrema specificità terminologica relativa ai nomi delle renne. La poesia rappresenta una mandria di renne in movimento: si può distinguere un mandriano che conduce le renne in direzione opposta rispetto a quella di lettura, ovvero sembra che la mandria ci venga visivamente incontro nel nostro movimento nella tundra (movimento di lettura). Nelle pagine 5 e 6 la mandria riposa e, procedendo ancora oltre, il lettore incontra infine le orme delle renne appena passate.
Il testo consiste di onomatopee relative ai rumori di una mandria che si sposta e di sprazzi poetici che illustrano il paesaggio circostante. Le renne vengono descritte con termini specifici in base all’età, all’aspetto, al sesso, alla chiazzatura, ai  marchi ecc.: Valkeapää si serve di tutta la ricchezza del vocabolario sami in questo ambito, rendendo la sua poesia un’apologia della sua lingua e mirando a risvegliare nei Sami l’interesse per il proprio sistema linguistico e le sue potenzialità.
Mentre tutta la raccolta è stata tradotta in inglese, questa particolare poesia è risultata intraducibile ed è stata perciò inserita nel testo inglese in lingua sami. Ciò da una parte può suscitare un effetto esotico e divertente, ma dall’altro rappresenta una palese provocazione, visto che il testo (al di là del disegno tipografico) rimane inintellegibile. La poesia svolge dunque funzioni diverse a seconda che si trovi nella versione sami del libro o in quella inglese: in quest’ultimo va letta come una constatazione del fatto che le altre lingue non possano esprimere l’esperienza sami, divenendo così uno strumento politico.
Riflettendo sul tipo di ricchezza peculiare della lingua Sami, quella cioè che concerne il lessico relativo al paesaggio ed al mondo animale, si impone però la questione della fragilità e precarietà della sua esistenza in un mondo in cui il rapporto tra uomo e natura è in mutamento.
Il fatto che i Sami siano una delle popolazioni indigene più modernizzate rende il loro ruolo di comunicatori con “l’occidente” ancora più importante: Gaski vede in loro i potenziali mediatori tra la concezione della natura sempre più estraniata dell’uomo moderno e quella olistica dei popoli indigeni, secondo cui tutte le creature sono fondamentalmente dipendenti l’una dall’altra. Secondo Gaski quindi per gli indigeni si impone l’importanza di farsi ascoltare dalla comunità internazionale, di difendere il punto di vista dell’ “uomo naturale” ed impartire il suo messaggio tramite i mezzi moderni per accrescere il numero di seri ascoltatori.
Se il destino dei popoli indigeni d

ipende da quanto la società occidentale sappia comprenderli e da quanto sia interessata ad essi – scrive Gaski – è forse vero che anche il futuro della società occidentale dipende da quanto essa sappia ascoltare “le voci primitive”.
La ricerca di questo nuovo modo di vivere la propria identità sami è espressa visivamente e simbolicamente da Nils-Aslak Valkeapää: sulla copertina del suo libro Solen, min far c’è l’immagine di un tamburo magico con al centro il disegno del sole; alla fine del libro torna l’immagine del tamburo, ma questa volta con la pelle strappata; chiudendo il libro, infine, vediamo che in quarta di copertina non appare più il tamburo, ma soltanto il disegno del sole che era al suo centro. Queste immagini esprimono certamente l’orgoglio di un antico sapere che sopravvive a qualsiasi tentativo di distruzione, sembrano dire che la conoscenza impartita dalla tradizione, la quale ha insegnato che l’uomo discende dal sole e che alla natura è legato da obblighi di parentela, non scompare insieme ai vecchi riti. Ma il venir meno del disegno del tamburo tradizionale rappresenta a mio avviso anche un messaggio di inclusione di tutti gli uomini nella responsabilità collettiva verso la natura. L’uomo “occidentale”, che ha dimenticato di essere parte – e non padrone – del pianeta, non potrà esimersi a lungo dai suoi doveri nei confronti del sole.

BIBLIOGRAFIA DEI TESTI UTILIZZATI

Harald Gaski, Sami Culture in a New Era. The Norwegian Sami Experience, Ykkös-Offset Oy, Vaasa, Davvi Girji OS, 1997.
Jurij Kusmenko, The Sámi and the Scandinavians. Aspects of 2000 years of contact, Hamburg, Verlag Dr Kovač, 2004.
Salvatore Patané, I Sami. Ultimi primitivi d’Europa, Roma, Bonanno Editore, 2004.
Johan Turi, Vita del Lappone, Milano, Adelphi, 1991.
Nils-Aslak Valkeapää, Solen, min far, Oslo, DAT, 1990.

  1. Il termine più diffuso per designare questo gruppo etnico è “Lapponi”, ma si tratta di una parola dai connotati originariamente negativi e nata dunque al di fuori di questo popolo, i cui membri hanno sempre chiamato se stessi “Sami” (Same al singolare).
  2. Risale al 1619 la pubblicazione in Svezia di un libro di preghiere in sami, il più antico testo stampato in tale lingua, mentre la prima Bibbia in sami sarà tradotta e pubblicata nel 1884 ad opera del pastore Lars Levi Læstadius (1800-1861), autore del cosiddetto “risveglio spirituale” sami.
  3. Questi tamburi attrassero l’attenzione dei principali collezionisti di tutta Europa ed è per questo motivo che se ne può trovare attualmente un esemplare perfino in Italia. Salvatore Patané ricostruisce itinerari molto interessanti seguiti da alcuni tamburi attraverso le corti d’Europa nel corso del XII e del XVIII sec. cfr. S. PATANÉ, I Sami. Ultimi primitivi d’Europa, Roma, Bonanno editore, 2004, pp. 103-116.
  4. Un’intera famiglia, ad esempio, fu messa in mostra nel 1874 presso l’Hagenbeck Zoo di Amburgo, accompagnata da una piccola mandria di renne. Il successo fu strepitoso. cfr. SALVATORE PATANÉ, op. cit., p. 132.
  5. Per quanto concerne l’ultimo secolo di storia sami ci si riferirà soprattutto alla comunità norvegese, rappresentativa di problematiche peculiari di convivenza con la nazione “ospite” in quanto numericamente molto forte. Attualmente si possono contare circa 80.000 Sami in Norvegia, contro i 15-20.000 in Svezia, 6000 in Finlandia e 2000 in Russia (cfr.  http://www.amb-norvegia.it/facts/sami.)
  6. HARALD GASKI, “Preface” a Sami Culture in a New Era. The Norwegian Sami Experience, Ykkös-Offset Oy, Vaasa, Davvi Girji OS, 1997, p. 5 e p. 6.
  7. JOHAN TURI, Vita del lappone, traduzione di Bruno Berni, Milano, Adelphi, 1991, pp. 25-26.
  8. HARALD GASKI, “Preface” a Sami Culture in a New Era, op. cit., p. 6.
  9. SALVATORE PATANÈ, op. cit., p. 160.
  10. EMILIE DEMANT, Johan Turi og hvordan bogen “Muittalus samid birra” blev til, in AA.VV. 1994, 1940, cfr. S. Patané, op. cit., p. 167.
  11. JOHAN TURI, op. cit., pp. 207-8.
  12. HARALD GASKI, “Introduction” a Sami Culture in a New Era, op. cit., p. 19.
  13. HARALD GASKI, Voice in the Margin. A Suitable Place for a Minority Literature? in Sami Culture in a New Era, op. cit., pp. 199-220.
  14. Nils-Aslak Valkeapää, Solen, min far, Oslo, DAT, 1990.
  15. Nella sua Vita del Lappone, Johan Turi offre molti esempi di joik legati ai diversi momenti dell’anno o a particolari cerimonie. Riportiamo, a titolo di esempio, uno degli joik che i Sami cantano quando partono: “Voia voia voia nana nana nana / ora le migliori renne della regione / vanno come uno stormo d’uccelli / voia voia voia nana nana nana / le grandi snelle, quando si mettono a correre / voia voia voia nana nana nana / saltano tanto veloci che si vede solo una nuvola / e corrono come la ripida cascata / voia voia voia nana nana nana.” cfr. JOHAN TURI, op. cit., p. 191.

Sara Culeddu
sara.culeddu@email.it