La corona d’alloro di Thor Vilhjálmsson

Thor Vilhjálmsson è morto il 2 marzo 2011. Nato il 12 agosto 1925 ad Edinburgo, era stato romanziere, poeta, saggista, traduttore, bibliotecario, pittore, collezionista, viaggiatore, guida turistica, judoka, pescatore. Avrebbe potuto essere anche Gesù, nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Fu soprattutto un protagonista della vita culturale del suo paese, una persona di grande vitalità ed entusiasmo ancora maggiore, fino all’ultimo. L’amico e collega Guðbergur Bergsson ha scritto per lui un necrologio bellissimo, tradotto in italiano su Nazione Indiana.

Thor Vilhjálmsson, “La corona d’alloro” (2002), traduzione di Silvia Cosimini, pp. 302, Iperborea 2011.

di Alessandro Montagner

mont_ale@hotmail.com

Thor Vilhjálmsson è morto il 2 marzo 2011. Nato il 12 agosto 1925 ad Edinburgo, era stato romanziere, poeta, saggista, traduttore, bibliotecario, pittore, collezionista, viaggiatore, guida turistica, judoka, pescatore. Avrebbe potuto essere anche Gesù, nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Fu soprattutto un protagonista della vita culturale del suo paese, una persona di grande vitalità ed entusiasmo ancora maggiore, fino all’ultimo. L’amico e collega Guðbergur Bergsson ha scritto per lui un necrologio bellissimo, tradotto in italiano su Nazione Indiana.

La corona d’alloro è il suo ultimo libro. Come già in Cantilena mattutina dell’erba, l’autore è tornato all’Islanda del XIII secolo: all’epoca, i clan familiari più potenti erano coinvolti in una faida per la supremazia politica. Le lotte intestine avrebbero portato l’isola a perdere l’indipendenza, assoggettandosi volontariamente al re di Norvegia Hákon. In islandese questo periodo viene definito Sturlungaöld, dal nome del clan più importante, gli Sturlungar, cui apparteneva anche Snorri Sturlusson. Il corpus di saghe che narra queste vicende è un sottotesto cui il romanzo si richiama costantemente.

Il protagonista Guðmundur, nato in una fattoria molto povera, viene accolto dai frati del vicino monastero. Qui entra in contatto con la cultura dell’epoca, con l’agiografia cristiana e le antiche mitologie; finché, grazie a dedizione, umiltà ed una curiosità sempre desta, diventa amanuense. Si rivela tanto abile da venire nominato copista personale di Sturla Sighvatsson, che era nipote di Snorri Sturlusson e una figura politica di rilievo. Guðmundur ha quindi l’opportunità di essere spettatore, e redattore, sia degli eventi che segneranno la storia islandese che delle vicende politiche del continente. L’Islanda di allora si rivela un osservatorio peculiare e molto interessante sugli affari europei.

Il romanzo rilegge la storia dal punto di vista del popolo, degli umili, di coloro che la storia la subiscono; esemplare in questo senso l’efferatezza insensata delle frequenti rappresaglie tra clan rivali, di cui i contadini sono vittime inermi. Esemplare anche il riscatto sociale di Guðmundur ed il suo ruolo di scrivano, di “artigiano delle parole” sempre nell’ombra, “come un fungo su un olmo”.

Il rapporto tra oralità e scrittura è tra i temi costitutivi dell’opera. La dimensione orale è sempre presente, e la narrazione è corale, polifonica: il resoconto della morte di uno dei personaggi circola in tre distinte versioni. Episodi e personaggi storici sono rievocati a viva voce, diventano resoconti di seconda, terza mano. Parallelamente, tuttavia, c’è un’esaltazione della composizione poetica, fin nel suo aspetto materiale:

Frate Sveinn gli aveva dato un brano di una saga per impratichirsi nella scrittura, per tracciare lettere aggraziate, lasciare che ciascuna conducesse armonicamente alla successiva, e alzare la penna una volta concluso ciascun lemma; farla ridiscendere con delicatezza sul vocabolo successivo, muoversi come se l’amanuense udisse una sequenza di note risuonargli nella mente mentre conduceva le parole, una dopo l’altra, in una danza sobria fino alla fine del rigo.

I passaggi più lirici sono riservati comunque alla natura islandese: alcuni capitoli, dedicati alla costante mutevolezza del cielo atlantico, alle nuvole che lo attraversano disegnandovi presagi, sono autentici poemi in prosa. A volte l’autore si lascia prendere la mano, e il risultato è una prosa affascinante ma non immediata, che costituisce un’eccezione nel panorama letterario islandese. Di questo ed altri dettagli ho discusso con Silvia Cosimini, la traduttrice italiana, che vorrei ringraziare per la gentilezza e la disponibilità. I complimenti per l’ennesima, ottima traduzione sarebbero superflui, non fosse per l’intrinseca difficoltà di questo testo, costellato da una ridda di termini arcaici, citazioni testuali e riferimenti bibliografici non sempre espliciti.

La corona d’alloro è un romanzo ricco di contraddizioni, poetico e violento, scuro e lucente di squarci abbaglianti. Forse non è il migliore di Thor Vilhjálmsson; di certo è il suo ultimo lascito.