Knud Romer: Den som blinker er bange for døden (Chi batte ciglio ha paura della morte)

København, Athene/Aschehoug Dansk Forlag, 2006, 177 pp., romanzo

  

Il romanzo (il genere è esplicitato dal sottotitolo Roman) assume la forma di una saga familiare costruita sui ricordi dell’io narrante, di nome Knud Romer, e sui racconti che egli ha sentito ed ereditato. La storia raccontata riguarda i nonni materni e paterni, i genitori e lo stesso io narrante. Se da un lato, dunque, il patto autobiografico tra libro e lettori postula l’identità tra autore, narratore e protagonista, il sottotitolo “romanzo” ci ricorda l’artefatto, la costruzione letteraria.
   Il romanzo è una notevole prova di lessico familiare, un tentativo di salvare la lingua e la memoria, e di riabilitare soprattutto la figura della madre tedesca Hildegard, sopravvissuta in modo rocambolesco al nazismo e alla guerra. Hildegard decide nel secondo dopoguerra di accettare un lavoro in Danimarca, per sostenere la famiglia ormai nullatenente, come tutti i tedeschi della Germania anno zero. Il capriccio del destino vuole che Hildegard si trasferisca in un buco di provincia, Nykøbing Falster, che è anche il luogo di nascita del figlio unico Knud nel 1960. Infatti a Nykøbing, Hildegard incontra l’amore, l’uomo della sua vita, il metodico impiegato e poi dirigente di una compagnia di assicurazioni, per cui la disciplina, l’ordine, la protezione – l’assicurazione sulla vita in senso figurato – sono pure una strategia di sopravvivenza (e una modalità di piccolo-borghese, anonimo eroismo) rispetto a un padre imprenditore fantasioso e fallimentare e a una famiglia di genitori e fratelli che si sfascerebbe, se non fosse per il puntuale intervento del figlio con la testa sulle spalle.
   Hildegard, che ha perso il padre naturale quando era bambina, cresce nella nuova famiglia della bella madre con un ricco possidente prussiano, Papa Schneider, una figura terrificante e inavvicinabile, da un lato, e dall’altro non privo di una sua teutonica umanità. Hildegard ha così una sorellastra più piccola, Eva, poi moglie di “Onkel Helmut”, ex soldato della Wehrmacht sopravvissuto a Stalingrado. Hildegard, ragazza brillante trasferitasi a Berlino per studiare poco prima dello scoppio della guerra, si fidanza con un intellettuale apparentemente fedele al regime, in realtà membro della resistenza che vuole sabotare Hitler e il nazismo. Il fidanzato, assieme a tutta la sua rete, viene catturato dalla Gestapo e giustiziato. Hildegard riesce a non essere coinvolta.
   La cosa importante di questa memoria familiare, qui sommariamente riassunta, è che essa viene rievocata a partire dall’esperienza dell’io narrante e della sua famiglia nel secondo dopoguerra e negli anni del boom economico in Danimarca, quando essere tedeschi era diventato, dopo cinque anni di occupazione, il marchio d’infamia che esponeva allo stigma e al disprezzo. Questa famiglia di tre persone, fin troppo unita al suo interno, non ha un solo amico (doloroso e tenero al tempo stesso è il ricordo del Natale festeggiato in tre). La gente si volta dall’altra parte quando Hildegard entra in un negozio; il negoziante la serve per ultima. I compagni di classe sottopongono Knud, l’eterno tyskersvin, porco tedesco, al bullismo più umiliante e crudele. Al funerale di Hildegard, Knut e il padre sono soli in chiesa.
   Il romanzo familiare e lessico familiare sono dunque scritti con furia deformante e con amore: l’odio e la rivalsa sono contro l’ennesima variante della legge di Jante che Sandemose descrisse nel 1933: quella per cui il noi collettivo, anonimo e mediocre condanna con accanimento chiunque sia diverso, solo, più debole. Il romanzo, che è tale anche per la presenza dell’elemento grottesco e fantastico, finisce con il protagonista che, dopo la morte della madre, scaglia su Nykøbing Falster la scheggia di Stalingrado ereditata come cimelio dallo zio, riempita come una bomba di tutto il suo odio. Questa bomba finale ci ricorda che il principio strutturante del racconto è quello che possiamo definire delle schegge esplose.
   Attraverso una prosa tesa, asciutta e cristallina, di grande tenuta stilistica, i frammenti del romanzo familiare si susseguono mischiando i tempi e gli avvenimenti che riguardano le tre generazioni, i diversi attori di parte materna e paterna e il protagonista Knud stesso. Come in una ben congeniata costruzione cinematografica a frammenti, il lettore/spettatore non perde mai il controllo dei vari fili della storia, che via via disegnano la trama complessiva.
   In tutto questo odio verso il buco di provincia, il romanzo è un tentativo – autentico, vitale, per quanto mi è dato di comprendere – di salvare la lingua materna; di dire che il tedesco, ebbene sì, può anche essere stato la lingua che ha trasmesso l’amore e il rispetto di sé (quando tutto il mondo intorno minava alla base la fiducia in sé del bambino). Uno dei momenti più toccanti del libro è la descrizione della morte, davvero poco eroica, di Hildegard, con Knud che cerca, come può, di aiutarla. Le parole che Knud riesce a pronunciare in quel momento assurdo e grottesco di degrado – Mutti, ich habe dich so lieb – ci dice tutto sulla lingua come amore, e sul nostro bisogno di salvarla per continuare a vivere. Si tratta così di un affascinante romanzo bilingue (anche se le frasi in tedesco saranno forse un 5% del totale), dove l’alto livello stilistico del danese è la prova evidente di un’indiscutibile e altrettanto innata danesità – una danesità ovviamente  polemica e arrabbiata.
   Tra gli altri episodi della saga familiare che toccano il fantastico e il grottesco, c’è il memorabile gulasch della nonna materna, che da tempo conserva un boccone del gulasch precedente, e dal quale trae la sua Kraft. Knud bambino commette il peccato di gola, e non solo, di mangiare l’ultimo boccone conservato nella pentola in frigorifero, interrompendo la tradizione. Oppure quando le truppe tedesche marciano in Danimarca il 9 aprile 1940, ordinate e senza incontrare alcuna resistenza: nel centro di Nykøbing Falster si perdono tra vicoli ciechi e strade a senso unico; e se non fosse per il discreto aiuto dell’ordinato futuro padre di Knud, che vuole esercitare il suo tedesco (“Entschuldigen Sie bitte…”), e indica alle truppe la strada per uscire da Falster e raggiungere Copenaghen, l’invasione della Danimarca si sarebbe svolta forse diversamente…
   La passività danese prima, dunque, e lo stigma danese contro i tedeschi, dopo; la rabbia di Knud Romer che vuole difendere la sua storia personale e familiare. La protesta implicita: non tutti i tedeschi furono nazisti, e il tedesco può essere una lingua salvata, nonostante il nazismo, nel pieno del nazismo e dopo.  Collocato in un anonimo buco della provincia danese, il racconto ha il pregio di collegare la Danimarca alla grande tragedia del Novecento, alla storia tedesca che affonda nel sangue e nelle macerie, ponendo domande scomode sul rapporto tra danesità e colpa tedesca. Senza negare in nessun modo l’essenza criminale del nazismo, possiamo noi europei dire che la colpa tedesca sia solo un problema tedesco? E non vediamo che le prime vittime del nazismo furono tedesche: oppositori, ebrei, la stessa lingua come trasmissione di umanità e amore?
   Alcuni critici danesi rilevano un eccesso di letterarietà mitteleuropea ‘ammiccante’; e in qualche modo non credono del tutto all’autenticità dell’operazione. Questo avviene anche perché Knud Romer, al debutto come romanziere, è un personaggio pubblico, della televisione, critico, attore (fece una parte in Idioterne di von Trier), intellettuale aggressivo e antipatico (dicono, non l’ho mai visto). Nel prendere le distanze dal romanzo come “artefatto” e “messinscena”, questi critici, mi sembra, vogliono più prendere posizione verso Romer che non verso il romanzo. I critici scettici sottolineano anche un ritratto acriticamente eroico della ‘madre coraggio’. Non hanno letto attentamente il romanzo. L’io narrante lascia chiaramente intendere anche quanto sia stato faticoso per lui, nel diventare adulto, emanciparsi da quel soffocante e p

rotettivo affetto dei genitori, che pure lo hanno aiutato a sopravvivere a Nykøbing Falster.

Massimo Ciaravolo
massimo.ciaravolo@unifi.it