Kirsten Thorup: Førkrigstid (Anteguerra)

København, Gyldendal, 2006, 272pp., romanzo   

L’azione si svolge nei due anni che precedono lo scoppio della seconda guerra mondiale. Il racconto è suddiviso in tre parti che scandiscono lo scorrere del tempo: da novembre ’37 a maggio ’38; da giugno ’38 a febbraio ’39; da marzo a settembre ’39. All’interno di ogni sezione non c’è suddivisione in capitoli, ma una riga vuota segnala una nuova unità narrativa.
Dinna è una donna borghese della tranquilla provincia danese, sposata con Sigurd e madre di due bambini. Dinna e Sigurd sono proprietari di un negozio, che gestiscono insieme. Come ogni famiglia borghese, Dinna e Sigurd hanno una giovane donna di servizio, che si occupa della casa e dei bambini. L’incipit del romanzo ci immette subito nel dilemma di Dinna, che da un anno ha assunto la giovane Maja, di sedici-diciassette anni. Dinna, che ora ha trentasette anni e che in gioventù è stata lei stessa donna di servizio, ha un atteggiamento ambivalente verso Maja. Sa che è la migliore e più affidabile domestica mai avuta; vede che i bambini sono affezionati a lei; Dinna stessa vuole bene a Maja, ed è protettiva come può esserlo una madre o una sorella maggiore; c’è solidarietà e complicità tra loro. Ma improvvisamente Dinna è preda di un sentimento di gelosia che non riesce a controllare e che non le dà tregua. Sebbene non abbia alcuna prova reale, e per quanto cerchi di liberarsi da quel sospetto, Dinna si convince che ci sia qualcosa tra Maja e Sigurd. Ma Dinna non può parlare troppo apertamente al marito; deve agire all’interno dei codici sociali e dei rapporti di forza del matrimonio borghese.
Il romanzo è coerentemente narrato con una focalizzazione interna fissa su Dinna, ed è al tempo presente. Il piccolo mondo antico d’anteguerra, sull’orlo della imminente grande catastrofe, è rievocato e reso attuale attraverso lo sguardo, i sentimenti, i timori, le speranze e i pensieri del personaggio principale. Gli altri personaggi che ruotano attorno a Dinna si manifestano nei dialoghi con lei o nel modo in cui lei li vede.
Sembra, nello sviluppo narrativo, nella prosa apparentemente tradizionale e nel ritmo lento (monologo interiore, descrizioni particolareggiate, soprattutto degli interni e delle attività di tutti i giorni), un romanzo femminile assai intimo. Eppure la qualità di Førkrigstiden sta nel sapere intrecciare con intelligenza, misura e sensibilità la storia intima con la storia dell’Europa novecentesca nella sua svolta più drammatica. Nel ritratto di Dinna, una donna buona senza retorica e grandi gesti, sostenuta dalla fede in Dio e nel matrimonio, istintivamente disposta a pensare bene degli altri e ad aiutarli, si registra tutta l’inquietudine verso un mondo deragliato, che si sta abituando all’idea della guerra inevitabile, e che ha perso la nozione elementare del bene e del male. Come ogni buon romanzo storico, anche Førkrigstiden parla indirettamente del nostro orizzonte presente: il punto di vista attuale da cui – pur con tutta l’esattezza documentaria e filologica possibile e l’attenzione ad evitare anacronismi – si indaga nel passato.
   Trascorso un anno e mezzo dall’assunzione di Maja, Dinna decide di licenziarla. Nel frattempo Maja è rimasta incinta, probabilmente del fidanzato Villy, anche se il racconto lascia volutamente aperta la questione. Dinna si prodiga comunque per Maja, cerca di procurarle una buona famiglia dove trovare lavoro, si preoccupa per lei. Villy, studente di circa ventidue anni, si mostra titubante e non dà sostegno a Maja. Alla nascita della bambina, questa viene tolta a Maja e messa in un istituto per essere adottata. Dopo tre mesi muore. Questa tragedia, assieme alla freddezza di Villy e alla sua incapacità, nonostante le buone intenzioni, di stare vicino alla fidanzata, provocano lo smarrimento e il degrado di Maja. Tutta la comunità, in realtà, la stigmatizza; e solo Dinna crede fermamente nella possibilità che il matrimonio riparatore possa mettere le cose a posto e porre fine alla maldicenza.
Mentre si svolge questo intreccio, le relazioni familiari e sociali di Dinna ne propongono altri. Dinna ha diverse sorelle e un fratello maggiore, AC, dal carattere vincente e prevaricatore. Mentre le grandi riunioni familiari sono una ricorrenza sociale fortemente sentita, risulta chiaro come AC, ricco commerciante, anche grazie al patrimonio della moglie Inga, ricatti sottilmente tutte le sorelle e i cognati, ai quali ha prestato soldi. AC è l’esempio di quella borghesia scandinava che, tradizionalmente filotedesca, si lascia affascinare dal modello hitleriano; che ritiene il nazismo il male minore rispetto al comunismo (ma bisogna per forza scegliere?, obbietta Dinna); che ammira l’ordine e la disciplina, e la soluzione dei problemi economici e sociali in Germania (molto più efficace di quanto abbia saputo fare qualsiasi altra democrazia); che considera la persecuzione ebraica con sufficienza, un danno collaterale necessario. Ma a un certo punto AC – che va spesso a Copenaghen, gioca soldi e perde – passa a un antisemitismo più attivo: si convince, anche attraverso ricerche nell’albero genealogico, che la moglie Inga sia di origine ebraica per parte di madre. Vuole così divorziare, non prima di essersi impossessato di tutti i beni della famiglia di lei. Solo verso la fine del romanzo Inga, altrimenti regolarmente sprezzante verso Dinna e le altre cognate dall’alto del suo matrimonio fortunato con l’uomo di successo, rivela tutta la sua fragilità e disperazione, parlando con Dinna della sua nuova identità, prontamente introiettata, di ebrea e diversa.
L’ansia mondiale crescente raggiunge così, per diversi canali, la piccola e agiata provincia danese, con le case coi tetti di paglia, il tè coi pasticcini e le gite in bicicletta. Nel paese vive anche il giovane ebreo berlinese Achim, sionista, di famiglia intellettuale e benestante, in Danimarca per imparare a coltivare la terra e potersi trasferire in Palestina. Villy, che fa amicizia con Achim, e sempre più confuso rispetto alla propria storia con Maja, decide (nella primavera del ’39!) di andare da solo in bicicletta a Berlino, per vedere con i propri occhi quello che sta succedendo, e per compiere una missione per Achim: portare le sue lettere alla famiglia e riportare in Danimarca i gioielli che la famiglia è riuscita a nascondere alla  Gestapo. Villy porterà a termine con successo la sua folle impresa (anche se, ha raccontato Kirsten Thorup, andare in bici dalla Danimarca a Berlino era cosa quasi normale). Villy racconta a Dinna quanto ha vissuto: l’impatto impressionante (sconvolgente/esaltante) con la grande macchina metropolitana; le masse; l’euforia; e la reale condizione degli ebrei perseguitati. Qui si invaghisce anche di Hannah, la sorella di Achim. Il resto della famiglia di Achim si sente profondamente tedesca ed è convinta, fino alla fine, che la peste nazista terminerà. Proprio nei giorni dell’attacco della Germania alla Polonia, Achim raggiunge la Palestina.   Al ritorno Villy è ancora più confuso di quando era partito; Maja tenta il suicidio per annegamento. E ancora una volta è Dinna a soccorrerla e a sostenerla. E’ l’unica che crede ancora al matrimonio tra Villy e Maja.
Anche il destino privato di un’altra coppia del paese si intreccia con la Storia. Robert e Margerethe sono danesi-americani, emigrati e tornati in patria a fare i contadini dopo il fallimento del sogno americano. Dinna si trova bene con loro: trova una prospettiva più ampia sulle cose, un bisogno di riflettere e capire. Il resto del paese è invece diffidente. Ma il terrore della guerra porta Robert, ipersensibile, alla follia. In qualche modo la sua malattia è il termometro della malattia del mondo, che le notizie dei giornali registrano giorno per giorno. Infine i due muoiono nell’incendio della loro casa, poco prima dello scoppio della guerra – un suicidio, pare di capire; un atto di desistenza rispetto a un mondo così brutto.
Quando, infine, Villy ha superato le sue esitazioni e ha il coraggio di sposare Maja, l’ann

uncio gioioso cade in un clima cupo, segnato dalle tremende notizie che arrivano dalla Polonia, e dal timore che la guerra possa presto toccare anche la Danimarca.
Nell’ultima scena, Dinna fa addormentare, dopo la preghiera della sera, i suoi bambini.

Oltre che a cogliere con molta intelligenza le costrizioni, la subalternità e gli spazi di manovra della donna borghese (e proletaria) nella società degli anni Trenta, Førkrigstiden ci parla di quella resistenza anonima e antieroica al male che viene esercitata giorno per giorno, e del rapporto tra piccolo e grande mondo in un momento storico di crisi, polarizzazione, scontro e dissolvimento dei valori tradizionali. Se si accetta il ritmo lento (e ritorna alla mente Herman Bang: la signora Katinka di Ved vejen e la serva Tine dell’omonimo romanzo), questo ritmo trasporta verso un finale denso, teso e avvincente.

Massimo Ciaravolo
massimo.ciaravolo@unifi.it