Karen Blixen: Racconti d'inverno

Racconti d’inverno è una raccolta di undici racconti, scritti negli anni Trenta e pubblicati nel 1942.

Contengono temi ricorrenti, che attraversano l’intera struttura narrativa in moto ondulatorio, intrecciandosi in insiemi e sottoinsiemi senza però mai abbracciarsi in una vera e propria unità: il viaggio per mare, l’arte, l’eroismo femminile, l’infanzia sono alcuni dei motivi che ritornano più volte, pur senza rappresentare un perno valido a delineare l’intera raccolta.

Racconti d’inverno di

Karen Blixen

 di Irene

Lami – irene_lami@hotmail.it

Racconti d’inverno è una raccolta di undici

racconti, scritti negli anni Trenta e pubblicati nel 1942.

Contengono temi ricorrenti, che

attraversano l’intera struttura narrativa in moto ondulatorio, intrecciandosi

in insiemi e sottoinsiemi senza però mai abbracciarsi in una vera e propria

unità: il viaggio per mare, l’arte, l’eroismo femminile, l’infanzia sono alcuni

dei motivi che ritornano più volte, pur senza rappresentare un perno valido a

delineare l’intera raccolta.

Se non è possibile dare i tratti

complessivi delle trame dei racconti, lo stesso si può dire del messaggio sostanziale:

se in certi racconti prevale l’insoddisfazione, in altri è invece

l’accettazione del mondo a trapelare; se in alcuni la situazione di tensione è

risolta, in altri invece si lamenta una mancanza di equilibrio esistenziale. E

neanche lo stile può in qualche modo venire in aiuto: qualche racconto è

scritto con toni romantici e qualche altro è assolutamente fiabesco.

Certo, se si volesse a tutti i

costi trovare un elemento comune potremmo sforzarci di notare che in ognuno di essi

è il senso di attesa che prevale, e soprattutto le reazioni che ogni

personaggio ha nell’attesa; ma questa sensazione è via via contaminata dal

resto della storia, e dalle particolari ambientazioni o sensazioni, da divenire

quasi impercettibile e sfuggevole.

Purtroppo la ricerca narrativa di

Blixen non trova un filo logico, e non si capisce bene il criterio di raccolta di

racconti così diversi l’uno dall’altro.

Questo senso di disordine, se ha

il pregio di non annoiare nella lettura, ha però il difetto di rendere questa

raccolta quasi evanescente, i racconti colpiscono ma non scavano, affascinano

ma non innamorano.

Eppure, presi singolarmente sono

dei piccoli gioielli di narrazione: Blixen è una storyteller quasi mistica, che racconta fiabe magiche e quasi

gotiche, che traccia ritratti borghesi incastonati con precisione certosina in

strutture di riflessione filosofica, e che ha la capacità di narrare storie

scure e tenebrose, eppure allo stesso tempo innocenti. Come la migliore dei

cantastorie, Blixen ci immerge in mondi diversissimi l’uno dall’altro, ci culla

incantandoci con l’effetto magico della parola, facendoci appassionare a questi

brevi quadri impressionistici.

Tra le varie riflessioni condotte

emerge un’immobilità non angosciata né depressa ma pacata e serena, brillante e

allo stesso tempo statica come la pittura fiamminga del XVII secolo.

La ricerca dell’armonia non deve

essere fatta nel ‘lontano’, quanto piuttosto nella condizione di partenza: è

dal nostro mondo che dobbiamo scoprire la vita, cercando nuove realtà ma pur sempre

all’interno della nostra. E sono i piccoli segnali che avvengono nel momento in

cui si sta per partire a farci capire che dobbiamo restare, per quanto tutto

questo avvenga senza frustrazione.

Il nostro mondo ci conduce a

un’armonia di gioia e di dolore, a un bilanciamento di equilibri che solo nel

loro insieme ci avvicinano alla compiutezza.

Il mondo inoltre deve essere

vissuto senza farsi condizionare dalla cultura, che è di per sé insufficiente,

ma facendo invece attenzione alle piccole cose, perché è in esse che si trova

la vera essenza della vita.

E non si tratta di un fanciullino

pascoliano che gioisce della semplicità con occhi altrettanto semplici, anzi:

si riesce a gioire della semplicità solo quando si acquisisce la saggezza

necessaria, attraversando un faticoso percorso intellettuale al quale si accede

non con l’ingenuità, ma con profondi pensieri.

A questo messaggio si accompagna,

d’altro canto, l’altrettanto ricorrente figura dell’outsider (rimarcata a volte dal travestimento), che non riesce a

collocarsi alla perfezione nel mondo in cui è. Quindi se da un lato si

riconosce che la serenità sta nel nostro mondo, dall’altro ci sono figure che,

anche se spesso incapaci di grandi rivoluzioni, hanno comunque fremiti di fuga,

spesso repressi sul nascere.

La realizzazione dell’analisi di

Blixen parte dall’attenzione alla costante antropologica, e non alla variante

storica, ed è forse anche per questo che si parla di epoche

diverse, classi sociali diverse e luoghi diversi (anche se quasi sempre è il

paesaggio danese lo sfondo delle vicende, tinteggiato con colori nostalgici e

rievocato anche in altri luoghi): la sicurezza viene dal sapere che il mondo,

anche se cambierà in modo superficiale, sarà poi nel profondo sempre lo stesso.

La riflessione di uno dei

personaggi (Adam, ne Il campo del dolore)

può aiutarci nell’afferrare una chiave di lettura: “I sentieri della vita […]

gli apparivano come un viluppo ingarbugliato, un disegno complesso e tortuoso;

né lui né alcun altro essere umano aveva il potere di dominarlo o di dirigerlo.

In quell’arabesco si intrecciavano la vita e la morte, la felicità e il dolore,

il passato e il presente. […] E da questi elementi contrastanti nasceva la

concordia.”

Si deve tenere ben presente però che

in Racconti d’Inverno le chiavi di lettura sono molteplici e talvolta

sovrapposte, e, a seconda dell’ottica che prendiamo in considerazione, l’accento

posto su un particolare aspetto della condizione umana può variare la

percezione dell’intero significato.

Una curiosità: nel racconto Le

Perle compare il grande scrittore norvegese Ibsen, che scambia alcune

battute con la protagonista.

Karen Christentze Dinesen nacque nel

1885 a Rungstedlund, vicino alla città di Hørsholm, nel nord della Danimarca.

Meglio conosciuta come Karen Blixen, si firmò anche con altri pseudonimi, tra

cui Isak Dinesen, Osceola e Pierre Andrézel. Nel 1913 partì per l’Africa con il

suo fidanzato, con il quale si sposerà, ma da cui poi divorzierà dopo soli

sette anni. Per motivi economici fu costretta a tornare in Danimarca nel 1931,

ma per sei anni avrebbe continuato a pensare con nostalgia alla sua esperienza,

cosa che la portò a pubblicare nel 1937 il libro di memorie che l’ha resa

celebre, La mia Africa, la cui famosa

e premiata riduzione cinematografica ha contribuito ad accrescerne il successo.

Karen Blixen  morì a Copenaghen nel 1962.