Jonas Hassen Khemiri: Ett öga rött

Men idag jag har filosoferat fram det finns också en tredje blattesort som står helt fri och är den som svennarna hatar mest: revolutionsblatten, tankesultanen. Den som ser igenom alla lögner och som aldrig låter sig luras. Ungefär som al-Kindi som knäckte alla koder och skrev flera tusen grymma böcker om astronomi och filosofi men också om musik och matte. Förra terminen jag var nog mest knasaren men från nu jag svär jag ska bli tankesultan. 

Da Ett öga rött di Jonas Hassen Khemiri

 

Essere o non essere tankesultan nella Svezia moderna?

 Giovedì 31 gennaio ore 13. Su un tavolino posizionato nell’aula grande di Birka Folkhögskola sta seduto Jonas Hassen Khemiri. Non ha nulla di svedese, Jonas, fuorché l’altezza, monumentale e longilineo quando si alza in piedi; per il resto, carnagione olivastra, occhi e capelli medio-lunghi, entrambi scuri.

   Comincia a parlare lo scrittore di Ett öga rött, la cadenza veloce e stretta di Stoccolma. Lui, la sua persona e il giovane Halim, protagonista del romanzo, descrivono perfettamente il concetto di osvensk, “non svedese”, e il profondo e spesso insanabile paradosso che dietro questo termine si cela.

   Halim cresce con padre e madre arabi nel quartiere multietnico di Skärholmen, periferia sudovest di Stoccolma. Dopo la scomparsa della madre (che nel libro riusciamo solo ad intuire), il padre Otman ritiene più adatto trasferirsi a Södermalm, in “città”. E da qui comincia Halim a raccontarci, sottoforma di diario, la sua personale esperienza nel suo nuovo mondo, nella sua nuova scuola, distanti solo pochi chilometri dai precedenti. Niente immigrati, pochi a Södermalm, niente ora di arabo a scuola e solitudine per Halim. Il padre, immerso nella sua attività commerciale cerca di passare per un invandrare (immigrato) per bene e paradossalmente cerca di educare Halim, di insegnargli che è sbagliato tornare nel vecchio quartiere a parlare con la vecchia Dalanda; che in Svezia si parla svedese, che senza quella lingua finirà come Nourdine: un tempo brillante e celebre attore della scena teatrale londinese, ora venditore di kebap nel peggiore degli spot pubblicitari.

   E da qui comincia anche la battaglia personale di Halim. Battaglia dalle mille sfaccettature: politica innanzitutto, combattere il piano di “svennefierizzazione” degli immigrati, il famigerato Integrationsplanen culturale; attraverso il mezzo filosofico Halim vuole combattere il “radicalismo” dello stato svedese, che tutti vuol ridurre alla stregua di svennar (semplicemente svedesi). Molto filosoficamente, infatti,  si autonomina Tankesultan, ovvero sultano del pensiero.

   Ma è nella lingua che Halim, Tankesultanen, trova il mezzo principale per la sua battaglia. Ett öga rött è difatti principalmente un romanzo “linguistico”. Come lo stesso autore tiene a sottolineare, le lingue hanno giocato un ruolo estremamanete importante nella sua vita. In famiglia, padre arabo e madre svedese, lingua franca francese. Jonas pare sia riuscito proprio grazie al fatto di essere consapevole delle sue origini, della sua unicità, a diventare perfettamente svedese come gli altri, a “svennefierizzarsi”. Solo, con un certo tocco di esoticità in più, che è ciò che lo fa essere o sembrare osvensk – ciò che desta sorpresa e forse anche un po’ di delusione quando ci si aspetta che parli esattamente come scrive.

   Lo svedese di Halim spesso non ha determinazioni, non rispetta l’ordine della frase (tipica inversione della secondaria svedese) ed è infarcito di termini che uno stesso madrelingua farebbe fatica a comprendere. È la lingua delle periferie delle grandi città, di Stoccolma, è quel Rinkebysvenskaförortsvenska o Shobresvenska, simbolo di un’integrazione a metà. È simbolo della rabbia di Halim e della sua delusione; la delusione di vedere un padre rassegnato e dimentico della battaglia che bisogna portare avanti. Ma quale battaglia? Non è forse anche il pensiero di Halim, Tankesultanen (e anche qui la scelta della parola amplifica la dimensione del “noi contro loro”, e forse anche dell’“oriente contro occidente”), che sfocia in un radicalismo assolutamente senza senso? Combattere per creare un ghetto di pensiero nella sua scuola, nella sua casa, nella sua città, nella sua terra, la Svezia! Combattere per reinserire l’ora d’arabo, definita hemspråk nella programmazione scolastica. Tutto ciò senza aver nemmeno mai visto quella che crede essere la sua vera patria, senza aver la minima idea del perché, molti anni prima, i suoi genitori decisero di emigrare.

   Khemiri gioca e insiste sul conflitto di Halim contro se stesso, soprattutto emfatizzando la questione linguistica. Se la scrittura di Halim è sgrammaticata e ricca di slang e influenze mediorientali, i dialoghi in arabo col padre, con Nourdine, con la vecchia Dalanda, sono riportati in perfetto svedese; quasi un’ultima provocazione del protagonista: utilizzare la lingua tanto odiata e dimostrare di saperlo fare con abilità potrebbe essere appunto visto come un ulteriore tentativo di rovesciare il sistema dal suo interno, dopo esserne stati, secondo la sua logica, inglobati.

   Ultimo stratagemma di Khemiri è di inserirsi come personaggio all’interno della narrazione, diventando il nuovo vicino di Halim. Allo stesso modo vorrà anche avere una minuscola parte (il buttafuori al teatro Dramaten) nella riduzione cinematografica del libro. Per il resto, il romanzo è stralci di vita quotidiana di un giovane immigrato di prima generazione che cerca il suo posto e la sua identità immerso in infiniti e rivoluzionari pensieri, in risse e delusioni d’amore.

   Un romanzo magistralmente curato sotto il profilo linguistico, una vera e propria indagine e raccolta di esperienze diverse nella oramai attuale multietnicità stoccolmese.

   E infine la comprensione che quello che si sta esercitando, ciò che Halim sta esercitando, è puro e semplice razzismo, il tema più delicato da trattare in qualsiasi società civile. Ma in questo caso razzismo contro se stesso, come spiega lo stesso autore, e contro i suoi cittadini e compatrioti, svedesi.

Christian Gallucci, Università degli Studi di Milano 

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