Jon Fosse: Melancholia I – II

Finalmente appare in Italia un’altra poderosa opera di Jon Fosse, merito del coraggio della casa editrice Fandango e della sontuosa e impeccabile traduzione di Cristina Falcinella, che è autrice anche della precisa e puntuale “Postfazione” al romanzo, alle cui informazioni ho attinto per scrivere questo brano.

Inutile la presentazione di Jon Fosse, già conosciuto dal pubblico italiano grazie ad una raccolta teatrale e alle numerose rappresentazioni delle sue opere nei teatri della nostra penisola. Se la sua opera teatrale non è passata inosservata anche soltanto da una sottile fetta del pubblico italiano, totalmente sconosciuta è la sua produzione narrativa che comprende anche delle incursioni nella letteratura per l’infanzia. Questo può dirsi fino ad oggi. Melancholia I – Melancholia II, il dittico di Jon Fosse edito per i tipi di Fandango, ha già avuto ottimi pareri in Francia, dove l’autore norvegese è già molto conosciuto e dove è divenuto quasi un personaggio letterario di culto.

Protagonista non assoluto del romanzo è il pittore romantico norvegese Lars Hertervig che, dopo aver svolto gli studi sotto la guida di Hans Gude a Düsseldorf, comincia a soffrire di problemi psichici e viene ricoverato in un ospedale psichiatrico. Verrà reintrodotto nella società ma, distrutto, vivrà di stenti e di elemosina fino alla morte. Il dittico ha una struttura non totalmente semplice, quattro parti che si intrecciano fra loro nel tempo e nella ricostruzione. La prima parte è ambientata nel 1853, a Düsseldorf: il ventiseienne Lars si è innamorato, ricambiato, di Helene Winckelmann, la quindicenne figlia della padrona della casa in cui abita. Per questo viene sfrattato dallo zio della giovane. Lars si dirige verso il bar degli artisti, ritorna verso casa, non deciso ad abbandonare l’alloggio e la ragazza. Non si presenta all’incontro con il maestro Gude, il quale quel giorno doveva valutargli un quadro a cui stava lavorando. Centoottanta pagine strazianti, esacerbanti. Una scrittura ridotta all’osso nella sua struttura sintattica ma continuamente ripetitiva, attaccata ad alcune ossessioni fino alla noia. Helene è ormai un ricordo e forse proprio da quel fatto, il distacco da lei, inizia a creare in lui la malattia mentale. Un racconto in realtà molto semplice e straordinaria è l’intuizione di Cristina Falcinella nella traduzione del romanzo, che sicuramente non si prestava ad una traduzione in lingua italiana. La seconda parte di Melancholia I si svolge al manicomio di Gaustad, la vigilia di Natale del 1856. Troviamo un Lars Hertervig lacerato, distrutto e visionario. Tutto è spiegabile a partire da una sua affermazione, che ricorre moltissime volte nel testo: “ Tutte le donne sono puttane. È colpa loro se non posso diventare un pittore. Perché io non ho fatto nulla di male”. È un uomo che pur essendo stato amato, è convinto che le donne lo abbiano abbandonato e, come nel caso di Helene, abbiano fatto di tutto per levarselo dai piedi. E a partire da questo risvolto psicologico ne deriva il problema della masturbazione, l’unico modo per essere amati, almeno da sé stessi (perché come diceva Woody Allen “Non condannate la masturbazione. È fare del sesso con qualcuno che stimate veramente!”). E Lars Hertervig ama davvero se stesso. È convinto di essere il solo pittore che sa dipingere sul serio, ma ora non può dipingere perché deve guarire. Un maniaco del successo e della carriera, un personaggio che dentro di sé si sente un grande, ma che in realtà vive in un manicomio, neanche libero di dipingere e di badare a sé stesso. Un uomo che sognava in grande ma che si è lasciato distruggere dai capovolgimenti della vita. Con la terza parte di Melancholia I scompare la voce narrante di Lars Hertervig, narratore di se stesso, ed entrano in scena i posteri, i suoi parenti e i suoi discendenti. Prima è la volta di Vidme, discendente del pittore, che in una sera dell’autunno 1991 va alla ricerca della propria fede perduta. Dopo aver visto il quadro “Borgøya” di Hertervig, rimane completamente affascinato dalla sua forza espressiva e il suo animo viene scosso fino a portarlo a chiedere un dialogo con un pastore della chiesa nazionale di Norvegia, dal quale si era allontanato. Non riuscirà ad affrontare il passo della conversione, ma quel quadro ha mosso in lui qualcosa… Melancholia II è invece interamente ambientato nell’autunno 1902, dopo la morte di Lars Hertervig. Protagoniste dell’ultimo atto sono le due sorelle del pittore, Oline e Alida. Il racconto si snoda tra passato e il presente, l’infanzia e la vita della famiglia Hertervig e la quotidianità del presente. Davvero efficace è l’intento di Fosse di affrescare la quotidianità di una donna anziana in un paese della costa norvegese, costa che Jon Fosse conosce davvero bene ed è la sua autentica patria. Attraverso le ricostruzioni delle due donne veniamo a sapere dell’infanzia di Lars, preludio già delle sue future ossessioni mentali che vengono ricordate dalle vecchie attraverso numerosi flashback.

Jon Fosse, dopo aver visionato parecchio materiale documentario inerente Lars Hertervig, decide di non scrivere un racconto biografico ma un racconto avente il punto di vista interno all’oggetto della narrazione stessa. La storia dunque non legittima la letteratura, che è invece solamente una forma d’arte. Storia e realtà si intrecciano: vero è che fuggì da Gaustad, leggenda è lo sfratto di Düsseldorf, totale finzione è il personaggio di Oline. Un racconto pervaso di psicologia ma anche, e soprattutto di arte. L’arte del grande pittore malato, ma anche dell’arte della scrittura di Jon Fosse, eccellente nello scrivere un dramma musicale, la cui sintassi è basata su variazioni sul tema e sul ritmo martellante delle semplici e cortissime frasi. Una soggettività che riemerge a più riprese e attraverso occhi diversi, tempi storici diversi. Ogni personaggio entra nella psicologia di Lars Hertervig e aiuta a delimitarne pensieri e parole. Ma c’è un altro protagonista: il silenzio. Il silenzio che distrugge Hertervig, distrugge le sue aspirazioni e crea quelle strutture sociali già note al pubblico italiano grazie alle opere teatrali di Jon Fosse.

Un romanzo della modernità più assoluta. Un romanzo che in realtà parla di noi. Dopo aver riposto il volume nella mia libreria di casa non può che balenarmi in mente: “La pazzia è una forma di normalità.” Comprendiamo nel modo più completo il pazzo Lars Hertervig e ci è pure simpatico. Forse perché anche noi, in fondo in fondo, saremmo da rinchiudere in un manicomio…

Fabrizio Meraviglia

fabrizio.meraviglia@studenti.unimi.it