Janina Katz: Drengen fra dengang (Il ragazzo di allora)

La storia di Ania, e quella parallela dell’amico di infanzia Joachim, che dà il titolo al romanzo, è quella di ebrei polacchi nati alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, sopravvissuti allo sterminio per circostanze fortuite, ma senza infanzia, senza storia, senza più genitori, che non ricordano e dei quali non conoscono il destino – ovvero la storia di individui privi di quel fondamento su cui la maggior parte di noi costruisce la propria identità e il proprio romanzo personale. Joachim è, come Ania, un bambino “senza pelle”, anche lui spuntato dal nulla, sopravvissuto e solo. Crescendo, i percorsi di Ania e Joachim si separeranno e si incroceranno fino all’ultimo.

 

København, Vindrose, 2004, 239 pp., romanzo

Il racconto si compone di cinque sezioni, a loro volta suddivise in brevi capitoli di poche pagine, mediamente due o tre. Le sezioni sono: “Prologo”, “Quando i bambini giocano”, “Interim tedesco”, “Nelle grinfie della bontà” e “Crepuscolo”.
L’io narrante e protagonista si chiama Ania ed è nata nel 1939 a Cracovia. Il romanzo è il racconto della sua vita, costruito nel complesso con una progressione cronologica, ma a frammenti (il capitolo-frammento è l’unità narrativa di base) e con frequenti sfasamenti temporali, retrospezioni e anticipazioni.
La storia di Ania, e quella parallela dell’amico di infanzia Joachim, che dà il titolo al romanzo, è quella di ebrei polacchi nati alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, sopravvissuti allo sterminio per circostanze fortuite, ma senza infanzia, senza storia, senza più genitori, che non ricordano e dei quali non conoscono il destino – ovvero la storia di individui privi di quel fondamento su cui la maggior parte di noi costruisce la propria identità e il proprio romanzo personale. Joachim è, come Ania, un bambino “senza pelle”, anche lui spuntato dal nulla, sopravvissuto e solo. Crescendo, i percorsi di Ania e Joachim si separeranno e si incroceranno fino all’ultimo.
Gli eventi decisivi sono numerosi e densi, ma narrati con grande leggerezza, grazie alla struttura a mosaico. Ania vive con Lidia, che fino a un certo punto crede sua madre e che è invece la zia, anche lei sopravvissuta alla Shoah. Lidia è medico, comunista, donna decisa e generosa ma severa e poco affettuosa con Ania, alla quale racconta il meno possibile del passato, e, quel poco, sempre in termini leggendari. Ania vive l’infanzia e la giovinezza senza la reale percezione e la consapevolezza della tragedia appena trascorsa. La guerra e lo sterminio degli ebrei si colorano di tratti leggendari, diventano frammenti di racconto, cose origliate, bisbigliate dagli adulti al riparo dei bambini, e dai bambini non bene intese.
Negli anni Cinquanta e Sessanta il regime comunista polacco aveva evidentemente delle maglie larghe, che permettevano ai giovani di vivere i loro anni di spensieratezza e trasgressione; questa è almeno l’impressione che si ricava dal racconto. Ania vive da bambina una relazione particolarmente forte con un altro bambino, Henio, anche lui un figlio acquisito dal dentista Markowski, entrambi ebrei sopravvissuti e inquilini nello stesso appartamento di Lidia e Ania. Lidia e Markowski hanno una relazione, e così anche i loro due bambini, che ogni notte dormono assieme abbracciati, accarezzandosi. Il tema della diaspora che fa seguito alla Shoah è introdotto dalla partenza per Israele di Markowski, che comporta per Ania la dolorosa separazione da Henio. Da adulti si ritroveranno per un breve frangente, tornando ai loro strani riti amorosi. E si separeranno per sempre dopo avere fatto per la prima volta “veramente” l’amore.
Anche l’amico Joachim, frequentato negli anni della giovinezza, appassionato di pianoforte e musica jazz, lascerà la Polonia. Egli conosce la radiosa, affascinante ragazza danese Bente, studiosa di polacco, e parte con lei per la Danimarca. Il bambino senza passato e famiglia intraprende qui una strada – quella della costruzione di una propria famiglia – che è agli antipodi del percorso di Ania. Questa differenza di percorsi sostanzia sia il contenuto sia la forma del racconto. La voce di Ania ripercorre infatti la propria vicenda esistenziale con una serietà che non rinuncia all’umorismo, all’ironia e al sarcasmo. E’ una modalità di riso e di sguardo sul mondo probabilmente molto ebraica, e in cui si sente il nerbo e il carattere della narratrice protagonista, al di là della manifesta inconsistenza e precarietà della sua vita. Ania non vuole rimuovere il passato e non vuole costruirsi la famiglia felice e perfetta, come Joachim. Per questa scelta paga evidentemente un prezzo alto. Nella sua apparente indolenza, Ania è alla ricerca del proprio passato e delle proprie radici. Il sarcasmo sottile con cui ad esempio è rappresentata Bente, sicura di sé, bella e risolta, è una marca stilistica e umorale del romanzo, e in fondo di tutta la rappresentazione della danesità (vd. la sezione “Nelle grinfie della bontà”).
Lidia – nonostante la sua fede comunista (anche questa letta da Ania con ironia nonché con affetto) – si deve rendere conto che l’antisemitismo le impedisce di continuare a vivere in Polonia. Decide così di espatriare negli anni Sessanta, andando in Svezia, a Stoccolma. Ania, giovane donna, la segue nel viaggio. In realtà si è già sposata con il filosofo cattolico Kornel; il permesso di espatrio è per lei temporaneo, estivo, anche se diventerà definitivo.
Lidia, come Ania capirà più avanti nel romanzo, vuole scrollarsi di dosso il passato, vuole anche lei rimuovere i traumi, e quindi allontanarsi da Ania (allontanare Ania da sé). La convince a provare fortuna in Germania e ad appoggiarsi a un’altra amica ebrea polacca espatriata, Marta. Ania cede a questa volontà, senza capire perché, ma provando nuovamente la ferita dell’abbandono. Lidia si sposerà poi con un uomo svedese. In Germania ovest (siamo nella sezione “Interim tedesco”) prende forma quella precarietà esistenziale, quel vagare senza costrutto, quel vivere di espedienti di Ania, espressione tipica della sua angoscia. Anche le relazioni sempre sbagliate con diversi uomini disegnano una sorta di coazione a ripetere: Ania è abbandonata o abbandona con la sensazione, da un lato, della propria inadeguatezza rispetto alle aspettative maschili (Ania delude sempre chi la ama, per questo deve essere abbandonata), dall’altro con l’implicito orgoglio della propria specificità, della propria storia e del proprio percorso di ricerca.
Perché nella sua “colpevole” inconcludenza (rispetto alla comune etica del lavoro e della responsabilità) Ania è alla ricerca. Un leitmotiv, apparentemente secondario ma credo decisivo, è l’attitudine linguistica di Ania: le piace studiare le lingue, imparare bene il tedesco, l’inglese, infine il danese. E Ania è appassionata di storia, legge tutto quello che può sulla seconda guerra mondiale. Il bisogno di conoscere la verità sui propri genitori prende forma molto lentamente, a frammenti, ma in modo decisivo.
Sempre grazie al contatto con l’amico di infanzia Joachim, ora padre e marito felice, ma che ha rinunciato alla sua passione per la musica e il jazz, Ania si trasferisce in Danimarca, a Copenaghen. Non è facile per Ania abituarsi al clima e all’umore di quel paese. Ma si adatta, impara la lingua. Convince un professore di storia ad affidarle un dottorato di ricerca sulla vicenda degli ebrei di Cracovia nella seconda guerra mondiale. Ma nel momento in cui deve produrre e finalizzare, Ania è inconcludente; ella mente al professore, che alla fine la bolla come imbrogliona e profittatrice. Ania vive anche alcune crisi nervose che la portano in ospedale, poi trova lavoro in biblioteca, dove resta per diversi anni.
Ania danese ha contatti sporadici ma regolari con la sua zia/madre Lidia, ora svedese. A un certo punto Ania chiede a Lidia di raccontare che cosa accadde davvero ai propri genitori negli anni dello sterminio. La verità, un possibile racconto dei fatti accaduti, prende forma poco a poco. Questo è un filo che tiene viva l’attenzione del lettore, nonostante il carattere episodico della vita di Ania e della sua costruzione autobiografica. Il percorso di scavo nel passato privato di memoria è aiutato dalla lettura: Levi, Borowski e molti altri racconti sulla Shoah. Ania cerca anche lì le tracce della propria storia, cerca di avvicinarsi all’indicibile. Il marito danese di Ania, Frants, da cui poi Ania si separerà, dice agli amici con superiorità accondiscendente: “La seconda guerra mondiale è la passione di Ania”.
Ania (p. 207) mette in dubbio la versione di Lidia (secondo cui Lidia stessa sarebbe riuscita a fuggire da Auschwitz con la nipote Ania, riparare in Ungheria, essere protetta dal consolato

spagnolo, andare in Spagna e infine tornare in Polonia, sempre con Ania). Lidia, messa alle strette, deve raccontare ad Ania la verità. Lidia, in quanto comunista, ruppe già qualche anno prima con i genitori e la sorella. Sfuggì al trasporto per Auschwitz (dove morirono i genitori e la sorella, la madre di Ania) e con Ania andò in Ungheria, corrompendo un nobile polacco. Poi Lidia e Ania sarebbero state tra gli ebrei “ungheresi” salvati dal console spagnolo, in realtà italiano, Giorgio Perlasca (chiamato nel romanzo Enrico Perlasca). Nel lager di Plaszow è ucciso il padre di Ania, da eroe, perché si rifiuta di eseguire alcuni ordini dei tedeschi. Non è dunque vero che la madre ha abbandonato Ania ad Auschwitz (nelle sue rappresentazioni mentali, Ania deve sempre cercare di capire come e perché la madre la ha lasciata sola).
Ma una serie di successive scoperte arricchiscono questa verità sempre provvisoria e in costruzione. Leggendo un libro, Ania scopre che il padre era nel lager un Ordnungsdienstmann, “uomo del servizio d’ordine”, in pratica un kapò, che fu ucciso nel 1943 perché permetteva l’uscita dal lager di alcuni prigionieri. Appartiene dunque a quella categoria che Primo Levi definisce della “zona grigia”, tra le vittime e i carnefici.
Muore Lidia, e dopo un anno muore anche Joachim, e con loro la possibilità di condividere il passato nel racconto, di ricercarlo insieme (ma come si è visto Lidia e Joachim evitano quel percorso, cercano altre strade). Joachim si era intanto separato da Bente – da cui ha avuto quattro maschi, ormai adulti e anche loro apparentemente felici (almeno tre di loro). Va a New York e scrive lettere entusiaste ad Ania: vive a Greenwich Village, ha riscoperto la musica, l’amicizia, la gioia. Tornato in Danimarca, è investito da un camion e muore. Non viene detto, ma il lettore può immaginare un suicidio
La verità più sconvolgente arriva dopo la morte di Lidia. Ania va a trovare il vedovo a Stoccolma; nelle carte private della zia trova una vecchia foto di una bambina; il nome Ania è scritto sul retro e la foto è datata 1938, dunque prima della nascita della protagonista del romanzo. La nostra Ania per altro non si riconosce nei tratti di quella bambina. Capisce ora che la zia perse una figlia, e che si illuse di poterla sostituire con un’altra Ania, ovviamente sempre e comunque inadeguata a quel ruolo di figlia. Ania non ha mai saputo dell’esistenza della cugina Ania.
Infine rimane Ania, il suo progetto di ritorno a Cracovia per riconciliarsi con il passato e con tutte le persone morte. E rimane il suo racconto: in uno splendido danese, ma un danese “straniero”, la veste linguistica di un’anima errante ebraica, cosmopolita e apolide, polacca ma recisa dalla sua Cracovia. Questo lungo percorso di erranza, si può intuire (se attribuiamo al romanzo di finzione un senso autobiografico), conduce Ania/Janina alla scrittura, alla conquista della lingua e, con la lingua, alla ricerca nella memoria, nella propria tormentata identità e nella più grande ferita del XX secolo.
Si tratta di un romanzo notevole, in cui sono centrali i temi del ricordo, di un impossibile recupero della memoria dei primi e decisivi anni di vita, della costruzione di una propria identità attraverso la narrazione autobiografica, del costante senso di sradicamento e mancanza di punti fermi nell’esistenza. Ma è un grande romanzo soprattutto per la lingua, lo stile, la composizione, la comicità quale espressione di un istinto vitale che non può e non vuole cedere di fronte al dolore e alla condizione di vittima. E’ una narrazione sulla Shoah “di seconda generazione”, la generazione dei figli. L’indicibile è sfiorato ed evocato, resta inafferrabile, eppure sempre presente. Questa sopravvissuta ebrea polacca incontra “noi” occidentali: come appare il nostro mondo alla luce di quella esperienza?

Massimo Ciaravolo
massimo.ciaravolo@unifi.it