Intervista a Nikolaj Frobenius

Il filo esistenziale tra romanzo storico e romanzo autobiografico

 MC: Ti sei affermato con un romanzo storico, Latours katalog del 1996 (ed. it. Il valletto di De Sade, 2000, 2004). Se confrontato con la tradizione svedese e danese, il romanzo storico norvegese è stato un genere meno coltivato, nonostante i grandi romanzi sul medioevo norvegese di Sigrid Undset negli anni Venti. È stato più difficile o più facile non avere una forte tradizione nazionale di romanzo storico cui riferirsi? E come è stato lavorare con una materia storica non norvegese?

 NF: È vero che la Norvegia è un regno più giovane; altrettanto vero però è che, proprio per questo, il ‘racconto nazionale’ sulla Norvegia e la definizione stessa della norvegesità  hanno da sempre caratterizzato il nostro dibattito culturale e letterario. Io appartengo sicuramente a una generazione meno interessata a questa riflessione sulla norvegesità, ma a pensarci bene l’ambientazione dei miei romanzi è sempre norvegese, se si eccettuano proprio i due romanzi storici, Latours katalog sul marchese De Sade e il mio nuovo romanzo su Edgar Allan Poe Jeg skal vise dere frykten (Vi farò vedere la paura), che uscirà ad agosto.

 MC: Quali possibilità ha oggi secondo te il romanzo storico?

 NF: Cammino in questi giorni per le città italiane, vedo i turisti stranieri e vedo me stesso turista. Nel romanzo storico cerco di evitare l’esperienza effimera, ‘turistica’ e da museo della storia – la storia come aneddoto e fotografia istantanea. Si tratta di un genere letterario usato e abusato, e dunque rischioso e sospetto. Ma mi sembra interessante cercare di innovarlo, usando sì le fonti storiche ma utilizzando anche la finzione e l’immaginazione per interrogare il passato alla luce del presente o, inversamente, per usare il passato come una sorta di cavallo di Troia che si insinui nel presente per interpretarlo. Nell’incontro e scontro tra presente e passato ci sono possibilità conoscitive, percorsi di indagine. Oltre all’esattezza documentaria, cerco nel romanzo storico un’autenticità emotiva ed esistenziale, anche attraverso l’uso dell’immaginazione e della finzione. Il fascino nei confronti di De Sade, raffinato conoscitore del dolore e padre del sadismo, deriva dal fatto che è uno scrittore stigmatizzato e visto normalmente in modo negativo. Proprio perché De Sade è un’icona così negativa ed eccessiva, si misconosce spesso l’elemento esuberante, avventuroso e anche umoristico della sua scrittura. Questo interesse si è incontrato a un certo punto con un’esperienza quotidiana nuova. Erano i primi anni Novanta ed era scoppiata la Guerra del Golfo; mi sono trovato – come tutti – a seguire il terrore della guerra in diretta tv, comodamente seduto in poltrona, in un bozzolo protetto, in un’oggettiva situazione di insensibilità e assuefazione al dolore altrui. Nel romanzo ho così affiancato a De Sade un personaggio, il suo servitore Latour, che in un certo senso è agli antipodi del marchese, poiché è patologicamente incapace di sentire dolore. Non ho voluto quindi rappresentare due mostri, ma riflettere attraverso questi personaggi su qualcosa di universalmente umano. Umberto Eco scrive che il nostro presente, strapieno di informazioni, ci allontana irrimediabilmente dal passato. Sarà poi vero? Esiste anche una vitale letteratura storica che usa la distanza prospettica come una possibilità conoscitiva sul presente, sulla nostra condizione di uomini.

 MC: Come ti sei imbattuto in Latour? È un personaggio inventato o ha un fondamento storico?

 NF: Studiando le biografie su De Sade sono arrivato alle ipotesi di uno studioso, secondo cui i molti nomi di servitori del marchese – e suoi interlocutori epistolari durante i periodi di prigionia – sarebbero da ricondurre a un unico individuo, il quale si serviva di molti nomi e identità per depistare gli avversari. Uno di questi interlocutori si chiamava Latour. Mi sono servito di questa ipotesi e così il mio Latour è diventato un nuovo personaggio di finzione incorporato nella storia di De Sade: egli è legato a doppio filo al suo padrone, ma è, come dicevo, agli antipodi; si mette a studiare anatomia e vuole scoprire dove si trova il centro del dolore nel cervello umano, e per questo diventa un serial killer.

 MC: Puoi raccontare qualcosa sul tuo nuovo romanzo biografico e storico dedicato a Edgar Allan Poe?

 NF: Dopo Latours katalog decisi di allontanarmi dal romanzo storico. Il lavoro di ricerca e di documentazione è infatti molto faticoso. Ma dopo qualche anno ho sentito la mancanza proprio di quel tipo di lavoro da ricercatore e ‘detective’, che infine si rivela gratificante nelle sue svolte imprevedibili e ti dà la possibilità di crescere. A Edgar Allan Poe sono tornato dopo le appassionate letture giovanili, e da qui è cominciato un lavoro di ricerca. Il romanzo tratta del forte e controverso rapporto tra lo scrittore americano e l’editore e critico letterario Rufus Griswold. Siamo negli Stati Uniti durante gli anni Quaranta dell’Ottocento, quando, anche nel mondo editoriale, si era in una condizione di wild West: Non esistevano diritti d’autore; per affermarsi bisognava essere duri e cinici; era una situazione di caos, ambizioni in lotta e spietata concorrenza. Poe si ammala e muore giovane, e nel suo testamento nomina Griswold curatore ed editore della sua opera omnia. Griswold non solo scrive una necrologia infamante e piena d’odio nei confronti del collega e rivale, ma impiega gli anni che gli restano da vivere in un sistematico lavoro di distruzione e falsificazione dell’opera di Poe. Quali furono i suoi moventi? Come si può spiegare il controverso rapporto di ammirazione e invidia/odio nei confronti di Poe? Tra questi due personaggi  realmente esistiti ho inserito ancora una volta un personaggio di finzione, plasmato sui racconti del terrore dello stesso Poe.

 MC: Perché ti piacciono i personaggi con una fama negativa come De Sade e Poe?

 NF: Quel tipo di negatività è stata per me liberatoria, perché provengo da un retaggio familiare illuminato, progressista e socialdemocratico. Mio padre era architetto, con una visione aperta, radiosa e ottimistica del futuro, e così, in qualche modo, ingenua e fuorviante. La mia battaglia contro la visione idilliaca cominciò nell’adolescenza, con la musica punk dei Sex Pistols, anche loro icone negative e in un certo senso la matrice dei miei De Sade e Poe.

 MC: Arriviamo così al tema del tuo romanzo autobiografico Teori og praksis…

 NF: Sì, da una parte la teoria e dall’altra la pratica: la mia vita di bambino e ragazzo a Rykinn, città satellite di Oslo, dove la mia famiglia si trasferì perché mio padre architetto era convinto che lì si stava costruendo la nuova Norvegia libera, aperta e democratica. La prima parte del romanzo aderisce all’idillio, trattando del paradiso della mia infanzia. È naturalmente anche fantastico avere dei genitori con un enorme carisma positivo, che credono e ti insegnano che il mondo e gli uomini siano fondamentalmente buoni,  con un padre che ti inventa un menù natalizio a base di banane dall’antipasto al dolce. Tuttavia l’utopia e l’idillio hanno, per me adolescente, presto mostrato delle crepe. La forte fede in quel progetto impediva alla generazione dei genitori di vedere la realtà di forte disagio giovanile che caratterizzava quella periferia satellite. Si credeva nell’integrazione di diverse componenti sociali; tutte le strade della città portavano nomi idilliaci che facevano riferimento alla natura – fiori, bacche, piante ecc. – ma i giovani hanno conosciuto una realtà di bande rivali, droga, criminialità, razzismo, emarginazione e vuoto. Rykinn, uno dei più grandi progetti urbanistici degli anni Settanta in Norvegia, è diventata una città con una cattiva fama. Per questo il punk dei Sex Pistols ha potuto dare voce alla mia ribellione; era un urlo ‘negativo’ ma pieno di vitalità. Mio padre ora è molto anziano, e il peso della sua radiosa autorevolezza progressista me lo porterò sempre dietro. Nel mio romanzo esagero i suoi tratti negativi, lo deformo. Ma mio padre, dopo avere letto il libro, lo ha stretto al petto guardandomi commosso. E allora ho dovuto ammettere che ha definitivamente vinto lui! La mia ribellione non riuscirà mai!

 MC: In una forte scena introduttiva al tuo racconto autobiografico appari come lo scrittore affermato che torna al liceo di Rykinn per incontrare gli studenti. Cerchi di spiegare alla classe perché critichi il welfare state norvegese e la sua pianificazione urbanistica funzionalista, ma incontri un muro di incomprensione. Perché può essere così difficile criticare quel modello sociale?

 NF: Quel tipo di critica si è verificata anche dopo l’uscita del romanzo, nell’appassionato dibattito che ha suscitato – una cosa che ritengo di per sé positiva. Le opinioni si sono divise; alcuni condividono il mio punto di vista critico, mentre per molti altri c’è pur sempre un senso di appartenenza al luogo, qualcosa che crea identità. Non dimentichiamo che le periferie urbane sono l’anello socialmente debole del progetto del welfare state e dunque la mia critica può comprensibilmente suscitare irritazione, nel senso che rischio di apparire come l’intellettuale che, calato dall’alto o dal di fuori, arriva a puntare il dito contro il modo di essere e di vivere di molte persone. Può urtare e sembrare arrogante.

 MC: Perché scrivere un’autobiografia a quarant’anni?

 NF: Anche qui, come nel caso del romanzo storico-biografico, c’è un po’ una sfida a una certa convenzione, a una moda che tende ad abusare di un genere letterario e dunque a renderlo sospetto. Ho voluto ‘giocare’ con l’autobiografia cercando comunque di innovarla. Da una parte sembra esserci qualcosa di davvero presuntuoso e addirittura comico in tutte queste autobiografie che invadono il mercato editoriale: chi ci crediamo di essere, noi scrittori o personaggi pubblici? Osserva anche tutti i talkshow televisivi dove ‘ci si confessa’; osserva la presunta vita vera del Grande Fratello. L’altro aspetto problematico è naturalmente quello della costruzione narrativa e letteraria della propria storia. Quanto può aderire il ricordo di un evento all’evento ‘reale’? Il ricordo si trasforma per l’azione del tempo e nel momento in cui si cala nelle strutture preformate della narrazione. E tuttavia: ho voluto usare il racconto autobiografico per un autentico bisogno di comprensione di me, della mia vita, della mia famiglia e dell’ambiente dove sono cresciuto. E in questa ricostruzione storica e autobiografica ho cercato di analizzare e comprendere, oltre alla mia vita, un certo modello sociale norvegese.

 MC: Tornando ai Sex Pistols di Nikolaj adolescente, mi viene in mente il tuo collega scrittore norvegese Lars Saabye Christensen, autore tra l’altro del romanzo generazionale Beatles (1984). In visita qui da noi lo scorso anno, Saabye Christensen ha detto di appartenere a una generazione di scrittori il cui primo sogno era di diventare rock star…

 NF: C’è del vero, anche se io e la mia band eravamo musicalmente troppo scarsi, e ce ne rendemmo conto presto. Quando si trattava di picchiare duro sulla chitarra elettrica distorta riuscivamo, ma se cercavamo qualcosa di un pochino più evoluto tecnicamente, non ci avvicinavamo neanche alle migliori formazioni punk di Oslo.

E una volta, mentre mi esibivo a un concerto punk picchiando appunto duro sulla chitarra, con il pubblico che si scalmanava, in fondo al locale chi vedo? Proprio colui che non doveva essere lì: mio padre che, con la sua barba e la sua pipa, annuiva in segno di approvazione verso il figlio ribelle che cercava la propria strada…

Massimo Ciaravolo

massimo.ciaravolo@unifi.it