Incontrare la Danimarca alla folkehøjskole

Il mio incontro con la lingua danese è stato piuttosto casuale. Non avevo assolutamente programmato di studiarla, figuriamoci di partecipare a un corso intensivo di tre settimane direttamente in Danimarca! Ma cominciamo, come deve essere, dall’inizio.

Sono una studentessa di Lingue, Letterature e Studi Interculturali presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. Le mie lingue principali sono inglese e giapponese. Ho iniziato a frequentare l’universo delle lingue nordiche meno di un anno fa, dovendo scegliere una terza lingua. Ed è stato un colpo di fulmine. Così ho deciso di non interrompere le lezioni di danese con la fine del primo semestre, ma ho voluto continuare per tutto l’anno accademico 2009-10. Infine, dietro suggerimento della mia lettrice, ho provato a chiedere una borsa di studio, che mi è stata concessa. Tale borsa di studio offriva la partecipazione al corso, vitto, alloggio presso la scuola e due escursioni totalmente gratuite; inoltre all’arrivo mi è stata consegnata una piccola somma di denaro per le spese correnti (circa 80 €).

Così in luglio sono partita alla volta di Helsingør, dove si trova la folkehøjskole presso cui ho studiato. Questa scuola è unica nel suo genere perché si rivolge a studenti provenienti da tutto il mondo: cerca infatti di unire l’ambiente democratico tipico di una folkehøjskole alla comprensione e al rispetto delle differenze culturali. Per questo motivo la lingua ufficiale della scuola è l’inglese, anche se le lezioni di lingua e alcune conferenze si sono svolte in danese.

Una giornata tipica prevedeva generalmente le lezioni di danese al mattino, fino all’ora di pranzo, seguite poi nel pomeriggio da svariati incontri e conferenze che potevano spaziare da approfondimenti sulla lingua (sintassi, ortografia, pronuncia) alla cultura (arte, design, cinema, musica) alla società con i suoi pro e contro (welfare state e flexicurity, la piaga dell’abuso di alcol) alla politica (principalmente l’ascesa del Partito Popolare Danese). Durante queste ore ho avuto la possibilità di ascoltare gli interventi, tra gli altri, di un attore (Lars Bom), di uno scrittore (Søren Ulrich Thomsen) e di alcuni giovani politici. Dopo cena, invece, c’erano diverse opportunità per divertirsi oppure passare un po’ di tempo in tranquillità: vedere un film nella sala tv, andare al falò in riva al lago o giù in città a bere qualcosa, oppure darsi alle danze nella party room.

La scuola ha inoltre organizzato due escursioni, la prima nello Sjælland settentrionale e la seconda a Copenaghen, a cui ho partecipato. Ciò non significa, ovviamente, che noi studenti non potessimo farne delle altre a nostro piacimento! Da Helsingør, ad esempio, è molto semplice arrivare col traghetto a Helsingborg, in Svezia, altrimenti è possibile andare alla spiaggia (l’acqua è bellissima) o visitare tutta l’isola dello Sjælland grazie a un efficientissimo sistema di trasporti. Andare a Copenaghen è abbastanza facile perché c’è un treno ogni 20 minuti circa, ma volendo non è neanche un problema arrivare fino a Roskilde o a Malmö. Devo dire che rispetto all’Italia si ha quasi la sensazione di essere condotti per mano a destinazione! E in effetti a volte è proprio così perché la popolazione locale non si risparmia certo nell’aiutare, nel fornire indicazioni in perfetto inglese o addirittura nel fare strada.

Quello che mi ha colpito di più dei danesi è infatti la disponibilità: ad esempio per loro non è assolutamente un problema pagarti il biglietto della metro perché sei a corto di monete, come è successo a me all’aeroporto appena arrivata. Né si fanno scrupoli di alcun genere a lasciar entrare in casa loro trenta perfetti sconosciuti giusto per mostrare l’arredamento o la disposizione delle stanze. Anzi, siamo stati perfino incoraggiati dall’insegnante a spiare direttamente nelle case dalle finestre! D’altro canto, si avverte anche una certa distanza quando si ha a che fare con i danesi: per esempio, se provi a comunicare nella loro lingua, dopo un paio di frasi tendono a passare all’inglese, e questo può diventare un po’ frustrante.

In ogni caso, nella scuola l’atmosfera era piuttosto differente da qualsiasi cosa io abbia mai provato. La presenza di quasi trenta nazionalità diverse per un totale di circa cento studenti ha certamente contribuito a creare un clima vivace e rilassato. È incredibile quanto mi sia sentita subito a casa, come se fossi stata sempre lì. Come mi ha detto una ragazza un giorno, “siamo tutti una grande famiglia”. Penso che questo sentimento abbia molto a che fare con l’istituto della folkehøjskole in sé e per sé: mangiare in mensa, dormire, ridere, lavare la biancheria, studiare e insomma passare tutto il giorno assieme credo che renda le persone più vicine e disponibili a conoscersi. L’età, il sesso, l’etnia, la religione: non ci sono barriere di alcun tipo. Anche la scuola come edificio, fisicamente, influisce su questo fattore: la maggior parte del complesso è al piano terra, non c’è un “sopra” e un “sotto”; a mensa gli studenti e gli insegnanti mangiano tutti insieme, ci si siede l’uno accanto all’altro senza alcun tipo di distinzione. Non si usano forme di rispetto quando ci si rivolge a insegnanti o persone più anziane, ma ci si chiama tutti per nome. Libertà di essere se stessi e rispetto degli altri formano un connubio perfetto nelle folkehøjskoler.

Facendo un bilancio di tutta questa esperienza, devo ammettere che gli aspetti positivi superano di gran lunga quelli negativi, che peraltro si riducono al fatto che tre settimane sono un periodo troppo breve. L’opportunità di imparare una lingua nel suo paese d’origine insieme a studenti di tutte le età e estrazioni e provenienti da più o meno tutto il mondo è veramente qualcosa che lascia un segno. Non si riduce solo a un ampliamento delle proprie conoscenze o a un miglioramento nell’utilizzo della lingua, ma ti dà la possibilità di imparare a conoscere meglio gli altri e soprattutto te stesso.

Flavia Bartelloni

furu87@virgilio.it