Il paradiso dei conigli – racconto di Inger Edelfeldt

Sua madre era stata malata a lungo. Nessuno aveva detto che sarebbe potuta morire; non il padre, non il fratello.

Ma da tempo la consapevolezza si era insinuata in lei come un dolore cocente all’addome.

Quando lo venne a sapere non pianse nemmeno. Restò solo seduta e si guardò dal di fuori: ecco una tredicenne la cui madre è morta. Ora appartiene alla razza degli estranei; ogni parola che dice sarà pronunciata da un’orfana, e ogni suo gesto desterà il pensiero: così si muove un’orfana. Sarà per sempre un ricordo del fatto che le madri possono morire. In tal modo rimarrà fuori.

Alcuni amici della madre la vennero a prendere in macchina. Si sarebbero presi cura di lei per un paio di giorni.

“Kaninernas himmel”, da Inger Edelfeldt, Den förunderliga kameleonten. Stockholm: Norstedts, 1995

traduzione dallo svedese di Serena Gallucci, Università degli Studi di Firenze

 

Sua madre era stata malata a lungo. Nessuno aveva detto che sarebbe potuta morire; non il padre, non il fratello. Ma da tempo la consapevolezza si era insinuata in lei come un dolore cocente all’addome.

Quando lo venne a sapere non pianse nemmeno. Restò solo seduta e si guardò dal di fuori: ecco una tredicenne la cui madre è morta.  Ora appartiene alla razza degli estranei; ogni parola che dice sarà pronunciata da un’orfana, e ogni suo gesto desterà il pensiero: così si muove un’orfana. Sarà per sempre un ricordo del fatto che le madri possono morire. In tal modo rimarrà fuori.

Alcuni amici della madre la vennero a prendere in macchina. Si sarebbero presi cura di lei per un paio di giorni.

Molto tempo dopo avrebbe capito che era perché suo padre non ce la faceva ad averla vicino quando lui era debole. Voleva piangere, andare in giro da solo per la casa e piangere. Anche suo fratello era stato mandato via, a casa del suo migliore amico.

Lei invece non aveva voluto incontrare la sua migliore amica. Aveva paura che quello che era successo l’avrebbe spaventata, come se fosse stata lei stessa contagiata dalla morte. Forse più avanti si sarebbero potute rincontrare.

Ma ora era sola, e non poteva essere altrimenti.

Sedeva sul sedile posteriore della macchina degli amici della madre. Nessuno parlava.

C’era la nebbia; veli bianchi rendevano l’ambiente intorpidito e senza confini, come se il mondo reale se ne fosse andato lasciando solo qualche frammento, di modo che lo si potesse ricordare.

Viaggiarono attraverso terreni coltivati. I campi si perdevano nella nebbia, come spiagge senza mare.

Vide dei cavalli, stavano là, sull’attenti, immobili; due cavalli chiari e uno scuro. Avrebbero potuto essere di granito. Antichi come pietre runiche, si delineavano nella foschia bianco latte.

Era così che il mondo appariva ora. Era diventato così, senza linee definite, congelato nel movimento. Lei stessa viaggiava senza corpo attraverso questo mondo; era diventata solo un pensiero, un tremito che soffiava tra la vegetazione, non umana, senza inizio né fine.

Nulla la poteva ferire; era già lontana.

Loro non lo sapevano. Probabilmente stavano pensando a delle bugie per consolarla. Per questo non parlavano.

Non sapevano che non le serviva nulla.

Quando la macchina svoltò tra i pini, tra delle casette di legno, cominciava già a imbrunire.

Dissero: ora entriamo, vieni.

Là c’era la casa, una di quelle in cui entrano gli esseri viventi.

No, non ci poteva entrare. E neanche aveva voce per parlare.

Si girò verso il cancello allontanandosi.

Come mai poté andarsene da sola? Forse sapevano che dovevano lasciarla andare.

Camminò lungo la strada, passando accanto a case estive chiuse per l’inverno.

Le finestre erano illuminate solo qua e là. Erano come schermi televisivi. Le persone si muovevano, preparavano il caffè, sedevano al tavolo.

C’era ancora la nebbia, satura del primo blu dell’imbrunire. C’era silenzio, come se una nevicata stesse attendendo pazientemente il proprio momento. Non c’era freddo; era un altro genere di neve.

Camminò lungo le vie dritte senza sapere dove fosse diretta.

All’improvviso fu certa che in una delle case c’era una persona morta. In una qualsiasi delle case abbandonate. Là giaceva qualcuno che non era stato scoperto e che era stato lì tutto l’inverno; una crisalide in decomposizione che non sarebbe mai stata rotta da una farfalla.

Sua madre sarebbe giaciuta sotto terra. Sapeva cosa accade ai corpi umani.

Non importa, cercava di dirsi. Il corpo è solo un involucro.

Ma era troppo tardi. Non era più al di fuori dell’umano. Si impossessò di lei come un’ondata di dolore: lutto, odio, un disgusto inaspettato.

LA MANO DI TUA MADRE NELLA TUA, LO SGUARDO DI TUA MADRE NEL TUO, TU IN TUA MADRE, TUA MADRE IN TE. IL MONDO DI CALDA PELLE ACCANTO A CUI STAVI SDRAIATA.

Non è stato risparmiato.

Il pianto si  levò in lei come un essere estraneo.

Si addentrò ulteriormente nella nebbia e nel leggero crepuscolo, quasi senza sapere dove fosse, quando si trovò di fronte a un confine.

Qui le casette di legno finivano. Un sentiero l’aveva condotta attraverso un giardino estraneo e si trovò di fronte a una di quelle recinzioni che non è solo un simbolo, ma anche un diniego tangibile. Un cancello saldo le chiudeva il passaggio.

Dall’altra parte si alzavano pini fitti e abbastanza bassi. Da lì proveniva un profumo aperto e un canto d’uccello melodioso e sereno, saturo di significato e stranamente tentennante.

Appoggiò la mano sulla robusta maniglia, anche se sapeva che il cancello doveva essere chiuso.

Il cancello si aprì. Le fu concesso di entrare.

Nessun uccello volò via. Nulla cambiò al suo arrivo.

Ferma sotto i pini, ascoltava il canto, le sue cadenze lente. In esse c’era un piacevole assaggio, come quando un bimbo solo preme i tasti del pianoforte e si meraviglia dell’armonia in ogni nota.

Capì di trovarsi in una riserva; che non aveva nulla a che fare con questo luogo, ma che non era indesiderata.

Tra i pini si vedeva la brughiera. Cespugli bassi di ginepro spuntavano a fatica al di sopra dell’erba corta. In loro c’era un movimento, come se stessero veleggiando.

Capì che il mare doveva trovarsi laggiù, nascosto dalla nebbia, ed era il mare – lo stesso mare che ora taceva immobile come un mostro addormentato – era proprio il mare che li aveva messi in fuga, nessuno uguale agli altri, alcuni in forma animalesca, altri come onde o persone accovacciate; tutti verso la stessa direzione. La riva erbosa non aveva fine, nella nebbia poteva essere infinita, un continente d’erba a sé stante, popolata da questi esseri di ginepro.

Avanzò sull’erba. Nello stesso momento fu come se qualcosa le facesse visita; in questo continente isolato qualcosa le parlò, la benedisse. Un brivido la attraversò con la promessa: tutto è integro e uguale.

La ragazza non capì, ma quel qualcosa la trattenne.

Ora mi avrà?, pensò. Ma ciò non la spaventava.

Quindi lasciò la presa; successe quando lei spostò lo sguardo.

In quel momento vide nel crepuscolo e nella nebbia i bianchi fuochi fatui che erano le code dei conigli.  Gli animali erano rimasti immobili ma ora si muovevano con balzi silenziosi tra i ginepri.

Li osservò immobile. Uno dopo l’altro alzavano le fiammelle delle loro code e saltellavano via lentamente, in linea con la pace beata di questo posto.

Se la riva erbosa e i pini fossero esistiti per sempre, allora valeva lo stesso per i conigli.

E all’improvviso capì che qui venivano le nostre anime; prendevano posto nei conigli.

Era come se solo la membrana più fragile le impedisse di lasciare il suo corpo immobile, radicato, ed entrare in uno di essi; un piccolo cucciolo di coniglio che si stringeva alla mamma, cercava il suo occhio nero, si rispecchiava in esso, vi leggeva un cenno di partenza e la seguiva nella nebbia, nel Paradiso dei Conigli.

Spaziò con lo sguardo sulla brughiera. Si era fatto impercettibilmente più buio. Il crepuscolo faceva tremolare l’aria nebbiosa come se fosse di fuliggine fine.

Dal limite della stretta pineta un uccello solitario chiamava: Sei umana. Presto sarà buio.

È tempo di rientrare.

(“Kaninernas himmel”, da Den förunderliga kameleonten. Stockholm, Norstedts, 1995)

traduzione dallo svedese di Serena Gallucci, Università degli Studi di Firenze