Il giallista Kjell Eriksson in visita in Italia

Sabato 6 giugno 2009, nel Parco Storico di Villa Serra di Comago in provincia di Genova, il giallista Kjell Eriksson è stato intervistato nell’ambito della prima edizione del Festival “Tagli di Carta” e ha potuto così parlare della sua vita, della sua opera e della Svezia.

di Andrea Berardini e Davide Finco (Sezione di Scandinavistica, Università di Genova)

Sabato 6 giugno 2009, nel Parco Storico di Villa Serra di Comago in provincia di Genova, il giallista Kjell Eriksson è stato intervistato nell’ambito della prima edizione del Festival “Tagli di Carta” e ha potuto così parlare della sua vita, della sua opera e della Svezia.

Kjell Eriksson è nato a Uppsala nel 1953. Da giovane ha svolto diversi lavori manuali, ma il suo impegno principale è stato quello di giardiniere a partire dai primi anni ‘70. Vicino ai movimenti operai, nel 1981 cominciò a pubblicare articoli sull’organo di partito dell’associazione per i braccianti e i lavoratori agricoli. Nei suoi scritti rappresentò la vita di queste persone, i loro sogni, le loro gioie, le loro sofferenze. Quell’esperienza segnò i suoi primi romanzi, improntati a descrivere la condizione dei lavoratori contemporanei. In effetti Eriksson si richiama con orgoglio alla tradizione degli scrittori provenienti dal mondo del lavoro.

Nel 1993 ha esordito come romanziere con Knäppgöken (nome di un gioco di società, ma vuole anche dire “l’idiota”), opera ambientata negli anni ’80 sul tema delle malattie, sia fisiche sia sociali, dovute al lavoro; del 1995 sono sia Frihetsgrisen (Il maiale della libertà) sugli effetti collaterali dello sviluppo economico, sia un libro reportage. Nel 1999 ha pubblicato il suo primo romanzo giallo e si è trattato del primo di una serie giunta quest’anno al nono libro e che ha per protagonista Ann Lindell, detective sui trent’anni della squadra anticrimine di Uppsala.

Il terzo libro della serie, uscito nel 2001, si intitola Stenkistan (La cassa di pietra) ed è stato pubblicato in Italia da Marsilio alla fine del maggio scorso con il titolo Il giardino di pietra. Si tratta della prima opera di Eriksson tradotta in italiano.

L’intervista è stata condotta nel Parco Storico di Villa Serra di Comago. Ne presentiamo una sintesi, unita a domande del pubblico.

Abbiamo presentato brevemente la serie dei suoi gialli: ci potrebbe parlare più in dettaglio del suo primo romanzo tradotto in italiano?

Veramente vorrei parlare più in generale dei gialli e dei motivi del loro successo.

D’accordo.

Credo che il giallo sia un genere assolutamente esportabile, perché lettori di tutti i paesi possono riconoscersi nei drammi e nelle inquietudini di un kriminalroman e, d’altro canto, il romanzo giallo è uno strumento formidabile per analizzare e criticare la società, in altre parole per rappresentarla. Quando mi capita di presentare qualche libro all’estero, noto che la gente non mi pone mai domande tecniche sulle dinamiche degli omicidi: nessuno vuole sapere quale sia il miglior modo per uccidere qualcuno o per non lasciare tracce! Tutti invece sono interessati, nel mio caso, alla società svedese, ai suoi pregi e difetti, ai problemi che deve affrontare e che naturalmente in parte sono specifici e in parte condivisi con gli altri paesi europei.

I suoi romanzi sono tutti ambientati a Uppsala.

Sì, sono legato a questa città perché, oltre a esserci nato, vi ho abitato quasi tutta la vita, pur viaggiando molto per il mondo. Bisogna però tenere presente che l’Uppsala di cui parlo non è quella universitaria, famosa per essere la sede del primo Ateneo della Scandinavia (1476 nda), ma quella operaia, che si trova dall’altra parte del Fyris, il fiume che taglia la città in due. In questo senso Uppsala è una città divisa (en delad stad) sia geograficamente sia culturalmente. Pur avendoci vissuto quasi tutta la vita, devo confessare di non aver mai messo piede all’Università.

Come mai ha scelto una donna come protagonista della serie?

La scelta per me è stata una reazione all’aver scritto per anni, prima sul giornale e poi nei primi romanzi, di uomini rudi o anziani. E poi non ci sono molte alternative: escludendo un uomo, mi rimaneva una donna; a meno che non si pensi di far condurre le indagini da un cane…

Lei ci ha raccontato di ispirarsi alla tradizione degli scrittori provenienti dal mondo del lavoro.

È una tradizione cui sono orgoglioso di appartenere e che costituisce uno dei vanti della Scandinavia. Posso citarvi i nomi di Moa Martinson, Ivar Lo-Johansson e Jan Fridegård. Ho conosciuto da vicino, per motivi professionali ma anche per il mio impegno politico, le condizioni di vita degli operai e dei lavoratori agricoli. In Svezia la classe lavoratrice ha sempre goduto di grande rispetto. Per esempio non abbiamo mai conosciuto una forma di feudalesimo, come invece accadde nell’Europa continentale. Fin dal Medioevo i contadini hanno sempre avuto una loro rappresentanza “sindacale” e con la nascita di un parlamento hanno sempre avuto voce in capitolo. Devo ammettere che purtroppo la situazione è peggiorata negli ultimi cinquanta anni: l’industrializzazione e l’urbanizzazione crescente, unita a un aumento dell’immigrazione, hanno collocato la classe lavoratrice più in basso nella scala sociale.

Come ci ha spiegato, il giallo è un formidabile strumento per l’indagine sociale. Trova peculiarità nella società svedese rispetto a quella europea?

Credo che nel mondo contemporaneo molti temi siano del tutto condivisi, come i timori e le speranze legate allo sviluppo economico e tecnologico, la salvaguardia dell’ambiente, le conseguenze dell’immigrazione, i grandi cambiamenti nel mercato del lavoro. In ogni caso, per evitare la chiusura nel piccolo centro di Uppsala, i miei romanzi hanno sempre un’ambientazione internazionale: Il giardino di pietra si svolge anche in Spagna e nella Repubblica Dominicana. Altri sono ambientati, per esempio, in Italia o in Olanda. In questo modo, partendo da Uppsala, posso rappresentare le condizioni di vita di molte parti del mondo e dalla piccola città svedese posso estrarre un panorama europeo se non mondiale.

Ma lei ha visitato i paesi di cui parla?

Sì, per esempio a Malaga ho parlato con la polizia locale e alcuni dati concreti, persino un numero di telefono, presenti nel romanzo sono stati ricavati da quei contatti. In Italia sono venuto a cercare del buon vino in Val Policella, vicino a Verona, e ho chiamato un personaggio Laura rifacendomi a Petrarca, poeta famosissimo di cui però sapevo poco prima di cominciare a lavorare al romanzo.

Come ha cominciato a scrivere? Quando ha capito di voler fare lo scrittore e quando ha realizzato di essere diventato uno scrittore?

Io non ho mai voluto fare lo scrittore: ero soddisfatto del mio lavoro e avevo cominciato a pubblicare articoli per rappresentare la vita dei lavoratori. Ma a volte le cose capitano per caso. Mentre lavoravo in una centrale nucleare, contattai un giornalista perché venisse a farci visita e poi descrivesse la condizione degli operai. Ma il giornalista rifiutò perché la centrale era troppo lontana dalla sua zona; allora decisi di scrivere io stesso di quegli ambienti e ne venne fuori un testo tra il racconto e il reportage. Un giorno poi ricevetti una telefonata da Ivar Lo, il quale si complimentava con me e mi chiedeva altri scritti da pubblicare: fu come se un giovane appassionato di musica rock avesse ricevuto una telefonata da Bruce Springsteen che lo invitava a collaborare a un suo concerto!!

Cosa pensa di Stig Dagerman?

Ammiro molto Dagerman e anche lui si è posto costantemente in maniera critica rispetto alla società e al potere; ha scritto molte poesie in questo senso, mostrando una sorta di devozione nel suo impegno: pubblicò su un quotidiano una poesia ogni giorno, fino al suicidio.

Ci sono scrittori italiani che apprezza particolarmente?

Sì, sono rimasto piacevolmente colpito dalla lettura delle opere di Primo Levi.

Pensa che altri suoi lavori saranno tradotti in Italia?

Credo che altri miei gialli saranno tradotti, mentre non penso proprio di esportare i miei primi romanzi, perché sono troppo incentrati su particolari della vita degli operai che non credo possano interessare il lettore.