Il campo santo di Assisi e Orione sopra Assisi – due racconti di Johannes Jørgensen

Il mio vecchio amico Barabbao, che imparò il danese come se fosse la sua lingua materna, grazie a un quotidiano danese si teneva informato su tutto ciò che accadeva in Danimarca e vi partecipava con maggiore interesse e con ardore più profondo di molti danesi in patria. Il suo maggiore cruccio erano i progetti di disarmo danesi; nelle nostre lunghe conversazioni serali accanto al fuoco mi ripeteva più volte sempre i medesimi argomenti. “I sostenitori del disarmo”, diceva, “dicono che Lei e io siamo militaristi, che vogliamo strappare i figli alle loro madri e inviarli sul campo di battaglia come cibo per i cannoni. Ma è vero esattamente l’opposto – che sono le madri senza senno a volere che i propri figli vadano in guerra senza armi e che si lascino trucidare senza alcuna possibilità di scampo.

“Il campo santo di Assisi”

Il mio vecchio amico Barabbao, che imparò il danese come se fosse la sua lingua materna, grazie a un quotidiano danese si teneva informato su tutto ciò che accadeva in Danimarca e vi partecipava con maggiore interesse e con ardore più profondo di molti danesi in patria. Il suo maggiore cruccio erano i progetti di disarmo danesi; nelle nostre lunghe conversazioni serali accanto al fuoco mi ripeteva più volte sempre i medesimi argomenti. “I sostenitori del disarmo”, diceva, “dicono che Lei e io siamo militaristi, che vogliamo strappare i figli alle loro madri e inviarli sul campo di battaglia come cibo per i cannoni. Ma è vero esattamente l’opposto – che sono le madri senza senno a volere che i propri figli vadano in guerra senza armi e che si lascino trucidare senza alcuna possibilità di scampo. Perché non soltanto saranno inermi, questi poveri giovani, ma saranno anche senza protezione, poiché non ci saranno fortificazioni! Secondo Lei, si può essere così idioti?” “Caro Barabbao”, ero solito rispondergli, “in danese non si può dire ‘idiota’, è una parola troppo volgare e non si usa fra persone colte. Del resto io la penso esattamente come Lei, e non poca gente in Danimarca condivide la nostra opinione. Ma non siamo abbastanza e, soprattutto, non abbiamo abbastanza fiato nei polmoni per farci sentire. E se anche ci riuscissimo – ha mai visto un ragionamento sensato avere la meglio su uno slogan carico di pathos?” “Forse Lei ha ragione”, rispondeva Barrabao. “Ma al Suo posto io non mi darei per vinto. Non è necessario vincere ma è necessario lottare.”

Barabbao morì un anno e mezzo fa. Non furono in molti ad accompagnarlo alla tomba. Ora riposa laggiù, al campo santo di Assisi, il cimitero costruito sopra un promontorio che, dalla montagna sovrastante la città, si protende sulla valle del fiume Tescio – la valle del Tescio, che con le sue ripide pareti di roccia ricorda la valle di Josafat vicino a Gerusalemme, e il verde torrente si contorce laggiù in profondità, fra le pareti rossastre come il Cedron sotto le montagne di Moria e sotto il muro intorno alla spianata del tempio, Haram esch Sherif.

Dalle mie finestre qui ad Assisi ho una vista sulla pianura fino alle cime dall’altra parte e, se il cielo è limpido, fino ai monti Sabini a sudest (a 60 chilometri di distanza) e fino alle montagne toscane a sudovest (a 70 chilometri). Vi sono ovunque campi verdeggianti, bianche stradicciole, case, chiese, dolci pendii, morbide linee blu ondeggianti lungo l’orizzonte lontano, pace serafica.

Per guardare giù nella valle del Tescio devo salire sulla montagna, al di sopra di dove abito – su, dove si ergono ancora le imponenti mura e le torri merlate della vecchia rocca dei tempi del Barbarossa. Vicino alla torre più lontana del castello la roccia precipita ripida, e giù in fondo, sul promontorio proteso verso la valle del Tescio, sta il cimitero con i suoi cipressi e le sue bianche tombe di marmo. Sull’estremità del pendio vi è un resto di vecchio muro dove ci si può sedere, se l’erba è bagnata di pioggia o di rugiada. E se è il crepuscolo, se è notte, si può vedere giù nel cimitero una luce accesa accanto all’altra. Piccole tremolanti lampade ad olio – o lampadine elettriche che ardono incessantemente – su ciascuna tomba vi è una di queste luci, simbolo di quella luce perpetua che la Chiesa nelle sue preghiere invoca per coloro che si sono addormentati nella pace del Signore: Lux aeterna luceat eis, “dona a loro la luce perpetua”.

E una di queste piccole luci, lo so, arde presso la tomba di Barabbao. E mentre io sto seduto quassù, sopra il vecchio muro, che forse risale al tempo degli Svevi, forse al tempo dei romani o degli etruschi, e guardo verso l’Orsa maggiore, che brilla bassa sopra le vette a Nord, insistentemente mi ritornano in mente le parole del morto: “Non è necessario vincere ma è sempre necessario lottare.”

(1929)

“Orione sopra Assisi”

C’è un giovane artista danese che per molto tempo ha vissuto qui ad Assisi, e che di recente mi ha scritto per chiedere novità della città che ha amato, e dalla quale ora è escluso. Vorrebbe avere notizie dei vicini e dei dirimpettai – “di certo sul muro intorno al giardino di fronte gironzolano sempre dei gatti al sole, e nello stesso momento gatti d’ombra camminano per terra”. Non a tutti può venire in mente questa domanda – uno deve aver visto questi gatti in equilibrio sul muro del giardino e deve avere osservato come l’ombra li seguiva trotterellando giù, nei sentieri del giardino – “gatti d’ombra”. Solo un artista può avere una trovata del genere!

Ma ci sono altre cose che l’esule vuole sapere. Altre cose – e più grandi. Racconta come durante una recente passeggiata serale per via Bredgade, alzò lo sguardo e vide Orione stagliarsi in alto sopra i tetti. Orione – “lì arde Sirio, lì Orione” – il poeta e canzoniere svedese si era applicato in astronomia e, nonostante tenesse sul tavolo un bicchiere di punch, non aveva perso il contatto con le stelle. Un poeta danese – senza l’aiuto del punch – ha osservato che Orione “siede come un tirante d’argento nel muro blu scuro del cielo notturno”. Per il resto, il nome di Orione rientra fra quelli famosi oggigiorno? Orione ha qualche significato per la maggior parte dei viandanti notturni per le vie di Copenaghen? Una volta, a chi sta scrivendo, fu rimproverato che i suoi libri erano pieni di nomi di fiori e di stelle “di cui il comune lettore non sapeva nulla”. Il mio corrispondente in patria si intende di entrambe le cose, forse più di stelle, perché vuole sapere qualcosa di più circa Orione, il cacciatore celeste, e del suo cane Sirio, il grande cane (Orione ha anche un piccolo cane, di nome Prokyon, che però non ha nessun ruolo proprio, deve solo tenere il passo con il suo compagno più grande). Sirio invece – beh, lui ha certamente importanza anche da solo. Conosco alcune persone che durante le loro passeggiate serali – da qualche parte in Svezia – verso l’autunno scrutavano sempre verso est per vedere se Orione stesse avanzando. Sì – ora ha la spalla destra sopra l’orizzonte – è Betelgeuse, una grande stella rossa. È l’inverno che si avvicina. E tuttavia non potrebbe essere pieno inverno prima che anche Sirio, splendente e d’argento, fosse a lato del cacciatore. Allora non si avrebbero più dubbi – allora sarebbe proprio inverno.

Ma adesso Orione e i suoi cani sono in cammino verso ovest, un giorno, durante il mese di luglio, saranno dietro il sole e lo aiuteranno a riscaldare la Terra – avremo così i giorni della canicola. Il mio corrispondente di Copenaghen non si accontentava di vedere Orione sopra i tetti di via Bredgade – voleva sapere la sua posizione rispetto al paesaggio di quaggiù che lui conosceva, e chiedeva se io lo vedessi a destra o a sinistra del monte Subasio. “Metti il soprabito ed esci sul balcone”, scriveva. Feci come desiderava – e vidi che Orione stava parecchio a destra del monte.

Questo avrei potuto comunicarglielo in una lettera – ma mi è venuto in mente che proprio in questo interesse locale, un interesse locale che si estende addirittura fino al cielo stellato, c’è la prova di quello che volevo appunto dire – che Assisi ha due facce. Fin dai tempi antichi, del resto, la città si è sentita come divisa – quassù la città alta (Assisi di sopra), laggiù – beh, come tradurre Assisi di sotto? C’è quasi qualcosa di sprezzante in questa espressione, che nella bocca della gente è rafforzata in Assisi scolaficcia, l’Assisi dove sbucano le fogne (scoli).

Nel Medioevo questa divisione della città era ancora più marcata – si era semplicemente nemici. Quassù si era del partito dei Nepi, nome della famiglia nobile più importante del quartiere, laggiù si era del partito dei Fiumi (la famiglia Fiumi esiste ancor oggi). Questa guerra civile poteva assumere dimensioni così tremende che nemmeno il ventesimo secolo è riuscito a inventare qualcosa di più raccapricciante. Cosa si deve dire altrimenti di quanto narra un cronista del tempo: “I cittadini del quartiere San Rufino (il quartiere del Duomo) si vantavano che, dopo aver fatto prigionieri alcuni di Porta San Francesco (nella parte bassa della città), tagliarono loro il collo, fecero dei cadaveri un magnifico piatto di carne e lo inviarono ai familiari degli assassinati, i quali, non sapendo cosa fosse, lo mangiarono.” Nemmeno il ventesimo secolo è riuscito a fare altrettanto!

Ai nostri giorni il contrasto fra le due parti della città non assume forme così drastiche. Un contrasto tuttavia c’è. C’è un’Assisi che ora non esiste più, ma che c’era prima della guerra, e che sicuramente arriverà ancora, quando le ferrovie e gli aeroporti potranno portare di nuovo turisti. È l’Assisi delle miss inglesi e americane – con a nice cup of tea sulle terrazze degli hotel con vista sulla pianura soleggiata, sulla “verde Umbria”, con il tratto bianco della strada maestra che addita verso Santa Maria degli Angeli con la cupola sopra la Porziuncola di San Francesco. È l’Assisi delle agenzie di viaggio e dei viaggi organizzati – è l’Assisi con gli affreschi di Giotto sulla vita del Santo – una volta la pensione completa era 45 lire, oggi 1500 – lungi da me dire qualcosa di male su questa Assisi!

Ma c’è un’altra Assisi – Assisi alta – Assisi di sopra, come nel Medioevo. Quassù vivono gli artisti – quelli che non vogliono soltanto godersi Assisi come un’atmosfera, ma vogliono vivere Assisi. Qui Chresten Skikkild aveva il suo atelier dove insegnava ai ragazzi italiani e agli artisti danesi la scultura e l’arte di intagliare il legno; qui Ernst Norlind vagabondava per le strade con il suo mantello svolazzante e la sua barba da profeta, dipingeva ritratti o saliva sulla montagna per vivere come un eremita – su questo ha scritto uno dei suoi libri più belli. Anche il mio corrispondente di Copenaghen aveva lì la casa e lo studio che ha dovuto lasciare, e che Orione sopra i tetti di via Bredgade gli fa ricordare.

È la vecchia Assisi. Dove c’era il tempio di Giove ora si innalza il Duomo, e l’anfiteatro romano non è che una rovina, raramente visitata da qualche turista smarrito. È il quartiere povero della città – con vie piccole e strette che si snodano irregolari qua e là fra antichi palazzi con porte gotiche ad arco acuto e decadenti facciate in calce bruna. Dalle aristocratiche porte escono vacillanti vecchietti con il bastone, donne di età indefinibile, con il fazzoletto sulla testa e lo scialle sulle spalle si recano adagio a una messa mattutina, sotto lo scialle una pentola di coccio con la brace perché in chiesa fa freddo. Quassù abbiamo più sole di quelli laggiù – nei giorni in cui le nuvole sono fitte e coprono la valle e si addensano sulla città, noi siamo pieni di sole, e le massaie e le ragazze di laggiù devono salire da noi per stendere il bucato sull’erba soleggiata nel punto più in alto, sotto la vecchia fortezza. Abbiamo il sole – ma abbiamo anche il vento. La gelida tramontana che terribile scivola giù dalle cime innevate del monte Subasio e del Col Caprile. E uscendo dalla porta alta della città, non vediamo la verdeggiante pianura con i ridenti paesi e il letto quasi sempre secco del fiume Chiagio, che pare una strada bianca tra boschetti di ulivi e campi di grano. Guardiamo giù nella valle selvaggia del Tescio. Laggiù in fondo scorre il torrente di un color verde irlandese, sotto antichi ponti, tra scoscese pareti di roccia violetta. Un sentiero segue il fiume – la via che sale agli Appennini. Fu lungo questo sentiero che Francesco d’Assisi, sul dorso di un asino che frate Leone conduceva per le briglie, tornò ad Assisi per l’ultima volta. Veniva dal monte della Verna, dove – come dice Dante – era stato segnato con “l’ultimo sigillo di Cristo” – con le stigmate…

(1947)

*

Johannes Jørgensen (1866-1956) è approdato al cattolicesimo dopo una

giovinezza travagliata e insofferente ai problemi religiosi. Rejsebogen (1894) e Pilgrimsbogen (1905)

documentano il suo progressivo avvicinarsi alla Chiesa di Roma e sono

testi assolutamente interessanti, in quanto mostrano alcune poetiche

descrittive che verranno utilizzate in tutte le sue opere successive.

Ho scelto di tradurre Assisis Campo Santo e Orion over Assisi (1947), due novelle apparse nella raccolta postuma Orion over Assisi og andre efterladte arbejder (1959), in quanto rappresentano bene quello che nella mia tesi di laurea (Orion over Assisi. Il paesaggio umbro nell’opera di Johannes Jørgensen,

2010) ho definito come “l’idillio umbro”, ovvero un piccolo quadro

descrittivo della città di Assisi e della pianura che la circonda.

L’edizione da cui sono state tratte le novelle è: Johannes Jørgensen, Orion over Assisi og andre efterladte arbejder, red. af Carl Bergstrøm-Nielsen, København, Gyldendal, 1959.

Fabrizio Meraviglia, studente dell’Università degli Studi di Milano