Ida Jessen: Den der lyver (Quello che mente)

København, Gyldendal, 2001, romanzo, pp. 292

   Christian è un medico sulla quarantina che assieme a sua moglie Nina si trasferisce nel piccolo paese di Hvium, nella provincia di Viborg. Siamo nella Danimarca profonda dello Jylland settentrionale, nella regione una volta desolata e povera dello Himmerland immortalata nei racconti di Johannes V. Jensen, ora luogo di una sonnolenta e quasi immobile società del benessere, borghese anche quando è impiegata nell’agricoltura.

   Christian ha rilevato uno studio medico prima tenuto da un dottore più anziano, Sander, che si è ritirato. La moglie Nina segue il marito e, poiché studia musica, diventa l’organista della parrocchia del paese. Christian condivide lo studio con l’altro medico del paese, Køpp, pure più anziano, sposato con Hege, una norvegese. Køpp e Hege diventano la prima coppia di “amici” del protagonista e di sua moglie, anche se Nina non li sopporta, intuendo prima del marito la falsità, l’opportunismo e la curiosità sottilmente morbosa che porta la coppia di provincia ad accogliere i nuovi arrivati.

   Christian e Nina arrivano a Hvium in un momento di crisi del loro rapporto, che essi non sono più riusciti a mettere in sesto dopo l’evento traumatico che li colpì quattro anni prima, quando Nina diede alla luce un bimbo già morto. Christian, che è il personaggio principale e l’oggetto dell’indagine psicologica del romanzo, si presenta tuttavia come uomo all’apparenza spigliato e sicuro di sé, attivo e votato all’azione, consapevole di piacere e di riscuotere successo; molto coscienzioso e professionale come medico, capace così di guadagnarsi presto la fiducia dei paesani. Christian sembra volere superare quel trauma, buttarsi nella vita attiva. Ed egli si trova bene nella nuova situazione, mentre Nina sta male.

   Poco per volta Christian viene a sapere di Sander: un medico dedito più alle bevute e alle battute di caccia che alla salute dei suoi pazienti. Trova poi nello studio il giornale dei pazienti con gli appunti di Sander, dal quale evince che costui dedicava un’attenzione particolare alle pazienti donne. Una rete di rapporti misteriosi, sottilmente omertosi e falsi lega dunque, dietro la tranquilla facciata, gli abitanti della provincia. Tuttavia Christian non presta molta attenzione a questi indizi e continua a muoversi con un certo agio nella sua nuova cerchia.

   Una notte Christian e Nina subiscono una misteriosa irruzione nella loro casa. Nessun oggetto di valore è rubato, ma lo studio di Nina è messo a soqquadro, e Christian scopre con stupore, dai tanti fogli sparsi, che la moglie scrive poesie. Queste poesie, dice Nina reticente, appartengono alle esperienze del suo passato, e di più non vuole rivelare. Qualche tempo dopo Nina lascia Christian per sempre. Non dà spiegazioni – è finita e basta. E Christian, nonostante le proteste inizialmente forti, si abitua presto alla vita da scapolo, senza troppi rimpianti e domande sul suo matrimonio. Nina si trasferisce nel capoluogo Viborg.

   Uomo piacente, Christian “si guarda intorno” e inizia un’appassionata relazione con Ragna, moglie e madre di tre figli, proprietaria di un’azienda agricola. La relazione però finisce presto. Christian è da subito imbarazzato dalle dichiarazioni d’amore della donna e la “scarica” definitivamente quando questa si permette di mandargli per lettera, al suo studio medico, un racconto tra il porno e il kitch che non fa che raffigurare in modo mascherato i loro stessi amplessi. Tutta la posta di Christian è letta dalla segretaria Carmen, e Christian appare qui come l’uomo razionale e con “la testa sulle spalle”: che cosa sai tu, Ragna, di me? Come ti permetti? Ecc.

   Altro evento misterioso che comincia a perseguitare Christian: una serie di telefonate anonime dove chi telefona non risponde e rimane per minuti alla cornetta. Alla fine Christian scopre che si tratta di Marianne, ragazza ventenne che egli aiutò una volta durante un incidente stradale e che ora si rivolge a lui per avere nuovo aiuto. Marianne è la fidanzata del figlio maggiore di Ragna, e costui la picchia e la violenta. Da Marianne, Christian viene anche a sapere che il suo predecessore Sander usava violenza sulle sue pazienti, anche su Marianne stessa. Christian dà alla ragazza buoni consigli e le promette sincero supporto. La lascia dormire a casa propria, ma la ragazza tenta di uccidersi ingerendo la morfina che Christian aveva in un cassetto. Viene salvata da Christian in extremis.

   Un rapporto di amicizia più sincero Christian lo costruisce con Carmen, con la quale pure “flirta” tutto il tempo. Invitato una volta a casa della segretaria, scopre che essa ha un figlio, un bambino di nome Christian, timido e poco brillante, con un ritardo dello sviluppo. Nel corso della seconda parte del romanzo Christian scoprirà che Carmen è malata di tumore al cervello, e l’uomo si prenderà cura – anche qui con le migliori intenzioni – del piccolo Christian.

   Ma oramai la posizione di Christian nel paese è senza scampo. Egli è vittima della più classica janteloven della provincia danese (quella descritta da Aksel Sandemose nel 1933): la legge secondo cui nessuno deve mai credere di essere qualcuno o qualcosa di speciale, di diverso dagli altri. Egli ha voluto evidentemente ficcare il naso in troppe cose scomode e ora il paese, compatto, lo scarica, diffondendo la falsa voce secondo cui egli inviterebbe, drogherebbe e violenterebbe le sue giovani pazienti a casa.

   Un Christian sconvolto e, forse, cambiato, chiede aiuto verso la fine del romanzo a sua sorella, la quale risulta anche essere la voce narrante del testo. Questo è l’unico procedimento innovativo per quanto riguarda la tecnica narrativa, per altro nel solco sicuro della tradizione: finché essa non è coinvolta nell’azione, la voce narrante è tipicamente esterna al racconto e assume il punto di vista di Christian; contemporaneamente può dire “io” ed essere personaggio del racconto, interlocutrice del fratello e dunque incapace di leggere nei suoi pensieri e nelle sue emozioni – fuori cioè dal ruolo di voce narrante potenzialmente onnisciente. Successivi atti di intimidazione invitano Christian ad andarsene – degli ultimi di questi è testimone anche la narratrice, che è andata a Hvium per prestare aiuto al fratello. Anch’essa invita il fratello a lasciare quel posto.

   Il finale del romanzo mostra un Christian risollevato, ma non si capisce bene se egli resterà o partirà…

   Il dubbio che sorge nel lettore è se Christian capisca, maturi veramente qualcosa. È un personaggio sfuggente. Non un “uomo senza qualità”, anzi, con molte qualità non solo professionali ma anche morali e umane. Christian sembra però pur sempre alla deriva, un uomo che si muove sulla superficie delle cose, con un’inquietudine e un vuoto che la sua spigliatezza e impeccabile deontologia professionale mascherano soltanto. In questo senso è un ritratto ben riuscito – anche stilisticamente – della crisi del nostro tempo, e della crisi degli uomini in particolare. Ma troppi misteri rimangono sospesi e non chiariti, in un romanzo che pure si caratterizza pregievolmente per uno stile asciutto e serio e per la tensione “giallistica” che porta il lettore a volere scoprire la verità. Il lettore può solo intuire: ad esempio che il rapporto tra Christian e Nina fosse già logoro e non richiedesse altra spiegazione; o che dietro la “messa la bando” di Christian ci sia la vendetta di Ragna amante scaricata. Ma che cosa faceva e chi era in realtà Sander? Qual era il passato di Nina? Chi ha fatto irruzione nell’appartamento? Che ne è di Hege e Køpp? Ha qualche sviluppo il rapporto con Carmen? E soprattutto: che cosa pensa di fare e quale nuova consapevolezza su di sé ha infine maturato Christian?

   Il romanzo sfocia in un “non-finale”, che può deludere le aspettative del lettore, ma chè è evidentemente voluto. Rimane una rappresentazione efficace e tesa del tipo di ovattata vita-prigione che si può vivere nella provincia danese (o in qualsiasi altra provincia del Benessere) – un romanzo realistico nello stile e nella volontà di descrivere conflitti riconoscibili di persone contemporanee.

Massimo Ciaravolo

massimo.ciaravolo@unifi.it