Herman Bang, La casa grigia

A tre anni di distanza da La casa bianca, Herman Bang pubblicò la seconda parte delle memorie romanzate in cui rivisitava i suoi anni formativi, precedenti agli esordi letterari. Il piccolo William, alter ego dell’autore, è ora un giovane uomo e vive con la famiglia nella capitale, nel palazzo in Amaliegade n. 7 noto come la casa grigia: il candore dei Hvide è ormai solo nel nome. Il palazzo, a due passi dalla residenza reale di Amalienborg, appartiene al vecchio patriarca, il nonno paterno Ole Hvide.

Herman Bang, La casa grigia (1901), traduzione di Hanne Jansen e Claudio Torchia, pp. 192, Iperborea 2012.

di Alessandro Montagner

mont_ale@hotmail.com

A tre anni di distanza da La casa bianca, Herman Bang pubblicò la seconda parte delle memorie romanzate in cui rivisitava i suoi anni formativi, precedenti agli esordi letterari. Il piccolo William, alter ego dell’autore, è ora un giovane uomo e vive con la famiglia nella capitale, nel palazzo in Amaliegade n. 7 noto come la casa grigia: il candore dei Hvide è ormai solo nel nome. Il palazzo, a due passi dalla residenza reale di Amalienborg, appartiene al vecchio patriarca, il nonno paterno Ole Hvide.

La narrazione lo segue quasi come una macchina da presa nell’arco di una giornata, dalla prima mattina fino a sera, in un unico piano sequenza quasi ininterrotto; laddove La casa bianca per contro ‘montava’ i ricordi d’infanzia di William nel corso di un intero anno solare. E questo escamotage cinematografico colpisce tanto più in un attore fallito e poi regista teatrale di successo come Bang, che fu amico di Eleonora Duse e Sara Bernhardt, e ottenne la fama per i suoi adattamenti ibseniani oltre che per i romanzi trasposti a loro volta in pellicole spesso molto apprezzate: è il caso della rilettura che Carl Theodor Dreyer diede nel 1924 di Mikaël, considerata un caposaldo del cinema gay.

“Sua Eccellenza” Ole Hvide è il personaggio centrale del romanzo, come Stella, la madre di William, lo era stata del precedente. Al cambio di prospettiva corrisponde anche un diverso tono narrativo: se la casa bianca risuonava della voce di Stella, che ancora prega una delle cameriere di cantare per lei, la casa grigia scricchiola “come se emettesse lamenti nel silenzio”.  Ole è il rappresentante di una generazione che ha “indovinato un intero secolo” solo per doverne testimoniarne la decadenza; una nobiltà ancora circondata di camerieri in livrea e simile, nel suo cieco anacronismo, all’anziano barone dalla “strana figura da diciassettenne raggrinzito”. Una generazione che costringe i propri figli ad una rovinosa carriera agraria perché le sconfitte belliche del diciassettesimo e diciannovesimo secolo, sfociate nella cessione della Scania alla Svezia e dello Schleswig-Holstein alla Prussia, avevano sottratto alla Danimarca le sue regioni più sviluppate.

“Sei nato tardi”, dice Ole, amaro e disincantato, al giovane nipote William, quando questi gli fa visita per avere notizie dei suoi scritti, che nessuno più legge.

Non è un caso che, in un romanzo che scandisce con precisione il trascorrere delle ore, gli orologi di casa Hvide siano fermi; né che i padroni di casa si muovano tra ombre che paiono spettri del passato. Così Sua Grazia, moglie di Ole, torna nei sogni ai balli di gioventù e agli accompagnatori ormai morti da tempo, ripetendo nel sonno “Weimar, Weimar”; mentre il giovane rampollo Fritz Hvide ha “una bellezza antica, la bellezza di un monumento funebre”: un monumento alla grandezza della Danimarca, ormai tramontata.

Il giovane Fritz è omonimo del padre di William, il quale avrà in serata un chiarimento definitivo con la moglie Stella, in una pagina struggente che racchiude alla perfezione la tecnica dell’autore di indagare “magistralmente le dinamiche del quotidiano, […] agendo in sostanza sul territorio del non detto e del rimosso” e delineando i moti dell’animo senza descriverli, ma mostrandone piuttosto gli effetti.

Nel ricevere la visita di un’amica di giovinezza che da vent’anni è marescialla a Vienna, Stella rievoca i ricordi dei tempi andati, come già era solita fare quando viveva nella casa bianca; ricordi appassiti a loro volta come i petali dei fiori che cadono uno ad uno sulla tavola a cui siedono le due donne. Ma le nubi temporalesche, metaforiche o meno, si sono raccolte fin dal mattino, e la fine di quel mondo non sarà poetica. Avrà anzi l’aspetto storpio, malato e ripugnante del commendatore Glud, un cinico usuraio cui la nobiltà è infine costretta a rivolgersi, apponendo il proprio sigillo sulla ceralacca che cola sui contratti come sangue.

Al termine della cena, nella quale si è discusso del Grundtvigianesimo e — appropriatamente — dell’Amleto, il brindisi finale, con l’ultima bottiglia di tocai stravecchio, dona riflessi sanguigni allo stemma dei Hvide intagliato sui bicchieri.

La casa bianca mostrava con gli occhi dell’infanzia la grazia di un mondo che in verità era già decaduto; intenzionalmente più prosaica, La casa grigia offreun punto di vista adulto e disincantato, e tuttavia riesce ad essere a suo modo ancor più poetica e struggente nelle delicate immagini di una magistrale e potente simbologia.