Letture: Harry Martinson: Resor utan mål (Viaggi senza meta)

Nel corso di sei movimentati anni dopo la prima guerra mondiale il giovane Harry Martinson (1904-78) lavorò come mozzo e poi fuochista su diciotto navi, solcando i mari del mondo. Tra un imbarco e l’altro vagabondò anche a terra, svolgendo lavori occasionali. Da questa esperienza di vita nascono i racconti di viaggio di Resor utan mål (1932), una piccola perla del modernismo proletario svedese, non tradotta in italiano.

Nel corso di sei movimentati anni dopo la prima guerra mondiale il giovane Harry Martinson (1904-78) lavorò come mozzo e poi fuochista su diciotto navi, solcando i mari del mondo. Tra un imbarco e l’altro vagabondò anche a terra, svolgendo lavori occasionali. Da questa esperienza di vita nascono i racconti di viaggio di Resor utan mål (1932), piccola perla del modernismo proletario svedese, non tradotta in italiano.

Dire “modernismo proletario” vuol dire combinare due concetti non necessariamente conciliabili. Negli anni Trenta si affermano nelle letterature scandinave, e in quella svedese in particolare, diversi scrittori autodidatti, provenienti dagli strati sociali più bassi della popolazione, con alle spalle esperienze di privazione, sofferenza e lavoro fisico. Diversi di questi, come gli amati Vilhelm Moberg e Ivar Lo-Johansson, usano forme di rappresentazione legate al realismo sociale più tradizionale. Contemporaneamente, la lezione delle avanguardie europee del primo Novecento e della poesia finno-svedese porta altri scrittori a cercare un deciso rinnovamento, tanto nella poesia quanto nella prosa, per arrivare a forme più adatte a esprimere le inquietudini e le speranze del nuovo tempo. Harry Martinson ed Eyvind Johnson, che insieme vinceranno il premio Nobel nel 1974, portano in letteratura la propria esperienza di vita proletaria (assai dura per entrambi dai primi anni di vita) e al tempo stesso adottano una lingua che cerca di rappresentare la realtà attraverso strade nuove, sia attraverso il flusso di coscienza, sia con un uso ardito del linguaggio capace di creare immagini insolite. Si tratta di un modo nuovo di guardare e raccontare la vita, che mantiene il sapore aspro dell’esperienza rappresentata e tuttavia esprime la forte energia di giovani intellettuali alla scoperta del mondo.

Grazie agli scrittori proletari, aspetti meno noti della realtà sono raccontati da chi li ha vissuti in prima persona. Se lavorare è necessario e duro, imbarcarsi diventa per Martinson anche una scelta di vita espressa nella filosofia del nomadismo. Scegliere di essere nomade dona un particolare privilegio: significa infatti aprirsi alla vastità degli orizzonti; viaggiare il mondo per abbracciarlo, via mare, in tutta la sua molteplicità di genti, culture e paesaggi; rispondere positivamente, con una grande energia vitale, all’inquietudine per le sorti della terra tra le due guerre mondiali. La prosa moderna deve di conseguenza, per Martinson, essere “nomade”, perché è l’assenza di meta che permette allo sguardo di soffermarsi e conoscere in modo nuovo. Resor utan mål propone una narrativa geografica dove la toponomastica – il nominare i porti e le città del mondo – assume una funzione evocativa e magica, oltre che concretamente realistica. I diversi racconti, con la loro struttura episodica, sembrano rielaborare pagine di diario. Qui lo sguardo dell’autore ha il pregio di essere lirico ed esistenziale e, al tempo stesso, socialmente e politicamente accorto. Dalla prosa intima si passa fluidamente a una prosa saggistica capace di analizzare aspetti economici, storici, politici e sociali.

Per quanto il soggetto si ponga come ‘poeta’ e ‘individuo’, rivendicando la propria libertà di nomade, egli è ad esempio consapevole di essere un lavoratore i cui spostamenti sono determinati dal mercato mondiale delle merci, tanto nelle congiunture favorevoli quanto nei periodi di crisi. In un punto del libro, nel capitolo “S/S Poljana”, parlando di Stati Uniti, Martinson racconta di esperienze che sono vicine al contemporaneo fenomeno degli hobos, quei lavoratori stagionali, ultra-flessibili e senza fissa dimora, funzionali alla conquista della ‘frontiera’ verso occidente. Anche i marinai si spostano continuamente alla ricerca di lavoro da un porto all’altro e vengono infatti chiamati beachcombers. A volte, come fa anche Martinson, cercano lavoro a terra e iniziano a vagabondare a piedi.

L’indignazione sociale è un filo rosso della narrazione, in particolare per quel che riguarda il razzismo bianco nei confronti dei neri. Già l’incipit del libro, la poesia “På Kongo” (Sul Congo), sembra tornare ad atmosfere e motivi che ricordano Cuore di tenebra di Joseph Conrad. E se l’Africa rimane per il resto un continente complessivamente poco frequentato in Resor utan mål, la denuncia del razzismo nel mondo e l’identificazione con i neri d’America offrono pagine forti e intense del libro. Anche lo sguardo sulla prostituzione è sia intimo sia sociale: l’eros del marinaio conosce e cerca le prostitute, tuttavia il marinaio scrittore è anche consapevole dei meccanismi dello sfruttamento.

La ricerca del calore della donna si intreccia, nell’opera di Martinson, al doloroso motivo autobiografico dell’abbandono da parte della madre, che emigrò in America lasciando i figli in Svezia. Anche in Resor utan mål si aprono brevi squarci su questo capitolo, che sarà approfondito nei successivi romanzi dell’autore sulla propria infanzia e giovinezza Nässlorna blomma (Le ortiche fioriscono) e Vägen ut (La via d’uscita), rispettivamente del 1935 e 1936.

Vitalismo è un termine che può sintetizzare bene la visione del mondo espressa in Resor utan mål. Si tratta però di un vitalismo umanista e progressista che, pur consapevole della catastrofe irreparabile cui il mondo è andato incontro con la prima guerra mondiale, rifiuta le suggestioni dell’irrazionalismo, proponendosi piuttosto come un desiderio di abbracciare il grande mondo, credere nonostante tutto nel suo futuro e nella capacità degli uomini di conoscersi e convivere.

Massimo Ciaravolo

massimo.ciaravolo@unifi.it