Halldór Laxness, Sotto il ghiacciaio

Halldór Laxness ha attraversato l’intero ventesimo secolo (1902-1998) ricevendo il Nobel circa a metà strada, nel 1955. Al 1968 risale questo romanzo, un unicum non solo nella sua sterminata produzione (che finalmente sta avendo una diffusione anche in Italia) quanto nel canone letterario tout court; tanto da meritare un saggio monografico di Susan Sontag intitolato Da un paese lontano, che Iperborea si concede il lusso di pubblicare come postfazione. La Sontag nota innanzitutto come Laxness mescoli e superi i generi letterari, in un’epoca ancora pioneristica del postmoderno.

Halldór Laxness, “Sotto il ghiacciaio” (1968), traduzione di Alessandro Storti, pp. 288, Iperborea, 2011.

di Alessandro Montagner

mont_ale@hotmail.com

Halldór Laxness ha attraversato l’intero ventesimo secolo (1902-1998) ricevendo il Nobel circa a metà strada, nel 1955. Al 1968 risale questo romanzo, un unicum non solo nella sua sterminata produzione (che finalmente sta avendo una diffusione anche in Italia) quanto nel canone letterario tout court; tanto da meritare un saggio monografico di Susan Sontag intitolato Da un paese lontano, che Iperborea si concede il lusso di pubblicare come postfazione. La Sontag nota innanzitutto come Laxness mescoli e superi i generi letterari, in un’epoca ancora pioneristica del postmoderno.

Il ghiacciaio del titolo è quello stesso Snæfell reso celebre da Jules Verne nel 1864 come origine del suo Voyage au centre de la terre e quindi, in senso lato, della fantascienza moderna. In un periodo cruciale tanto per l’immaginario quanto per il progresso della scienza, Laxness gioca a smontare il genere fantascientifico riportandolo alle sue origini di conte philosophique, per poi divertirsi a smentirlo e a sovvertirne le aspettative.

“Il Cristianesimo sotto il Ghiacciaio”, come recita il titolo originale, versa in condizioni disperate, stando alle voci che circolano: il parroco non adempie ai suoi doveri ecclesiastici e non fa manutenzione della chiesa, che al contrario è stata sprangata; pare abbia perfino consentito il seppellimento di un cadavere nel ghiacciaio, ovvero in terra non consacrata. È sposato ma non ha mai consumato il matrimonio, e pare conviva invece con un’altra donna. Il vescovo d’Islanda incarica quindi un giovane e svogliato studente di verificare queste dicerie inaccettabili; non avendo autorità in materia, il messo dovrà limitarsi a registrare quanto gli verrà raccontato dai parrocchiani con la massima fedeltà (come “quel fonografo, o come si chiama”, chiede il vescovo; “lo chiamano magnetofono”, risponde il giovane) e senza interpolazioni di sorta:

“Non verifichi niente! Se si dicono bugie, bugie siano. Se se ne saltano fuori con qualche superstizione, superstizioni siano! Non dimentichi che normalmente sono poche le persone che dicono più di una piccola parte di verità; nessuno dice gran parte della verità, figuriamoci poi la verità intera. Le parole sono fatti di per sé, vere o false che siano. Quando uno parla, si rivela, sia che dica il falso che il vero”.

Il giovane accetta, mettendo le mani avanti: “Non mi chieda di compiere grandi imprese. Anche perché mi si dice che non si compiono grandi imprese alle tariffe dei funzionari civili”. Nel suo resoconto, che poi è il libro stesso, egli fa riferimento a se stesso in terza persona, unicamente come “l’Emissario del Vescovo, EmVe per abbreviazione”. Il suo testo d’altro canto, in flagrante contravvenzione a quanto raccomandato dal vescovo, pullula di considerazioni personali e di osservazioni metatestuali.

Perché il viaggio iniziatico di EmVe sotto il ghiacciaio minerà alle fondamenta il suo ruolo paradigmatico di protagonista come giovane esploratore. Le sue domande saranno sistematicamente disattese o evase; il suo ruolo istituzionale ignorato, con effetti anche comici.

Il sottoscritto chiede se vi siano notizie nuove e inaspettate riguardo a Dio, qui sotto il Ghiacciaio. Il reverendo Jón sorride e mi chiede se io sappia cosa significa quella parola. Quando la domanda viene girata a lui, il prete spiega che quando era un giovane universitario, gli avevano fatto studiare l’antico alto tedesco. Allora è emerso che god, come chiamiamo Dio nelle lingue germaniche, in origine non è il nome di niente. Non è nemmeno un sostantivo. È il participio passato di un verbo che significa adorare; col passare del tempo si è sostantivato: god è ciò che viene adorato, das angebetene; «l’adorato». In un poema antico alto tedesco, si dice addirittura di Dio: “È il più eccellente degli uomini”. A noi Germani, a conti fatti, manca il concetto stesso di Dio; non sappiamo cos’è.

Il parroco, Jón Jónsson detto Primus, sembra avere sviluppato un’autentica avversione verso i propri doveri pastorali, tenendosi occupato come tuttofare per la comunità. Una comunità, come nota la Sontag, che è già oltre il cristianesimo, se non rimasta al paganesimo: convinta che il Ghiacciaio sia il centro del mondo, la gente del luogo trova naturale che un vecchio amico e rivale del parroco, Guðmundur Sigmundsson detto Godman Syngmann detto Mundi Mundasson, giunga dalla California per riportare in vita la sua amante e figlia adottiva nonché moglie di Jón Primus, che egli aveva precedentemente tramutato in salmone e conservato nel Ghiacciaio. Allo scopo Syngmann si servirà di tre bioinductors (“una parola che proprio non sono riuscito a trovare in diciassette vocabolari d’inglese, ma che dovrebbe far parte del gergo quotidiano dei santoni e dei superoccultisti della California”, osserva Emve): un californiano, in indiano e un nativo brasilianoin odore di cannibalismo, che si comportano come santoni buddhisti e usano una terminologia new age. Uno di loro suona il liuto con una tecnica addirittura preconizzatrice dei tintinnabuli di Arvo Pärt:

Questa musica è come una goccia che cade con tre diverse note, come gocce in una caverna oscura. Silenzio negli intervalli. Ma il silenzio è di durata variabile, e la nota dipende da quanto la goccia si è condensata prima di cadere dalla volta rocciosa nel buio. Questa goccia melodica è unica e basta a se stessa nell’universo mentre buca la pietra; sempre che non ci siano orecchie nelle vicinanze, ovviamente. Questa è musica nello stesso modo in cui l’eternità è autentica in un cranio umano disseccato. La musica che conosciamo è una gigantesca costruzione di monumenti ispirata da feste nazionali, messe pontificali, e altre assordanti esaltazioni della disperazione sul genere della Nona Sinfonia; ma è autentica?

Laxness non teme di contaminare la fantascienza positivista con la propria contemporaneità, inanellando in un ironico anticlimax riferimenti più o meno espliciti all’Età dell’Acquario, alla corsa allo spazio, alla fascinazione per il buddhismo, alla psichedelia (uno dei capitoli più importanti, Intergalactic Communication, ha un titolo degno di un’outtake di The Piper at the Gates of Dawn), perfino alla guerra in Vietnam.

Ma è il personaggio femminile il più affascinante e perturbante del romanzo, la misteriosa ed elusiva Úa: “Sorella della Solveig del Peer Gynt di Ibsen e della figlia di Indra del Sogno di Strindberg, Úa è la donna irresistibile che si trasforma: strega, puttana, madre, iniziatrice sessuale, fonte di saggezza. Úa sostiene di avere cinquantadue anni […] ma in realtà è metamorfica e immortale” (ipsa Sontag dixit). A lei è affidato il finale aperto, inatteso e meditabondo di questo capolavoro dai molteplici livelli di lettura.