Hævnen, una vendetta deludente

Premetto, non sono il genere di persona che scrive solamente per distruggere od osannare un film; inoltre nei film di Susanne Bier, come ad esempio Den eneste ene ed Efter brylluppet, ho ritrovato tanta buona analisi e personaggi non scontati. Quest’ultimo, ad esempio, se volessimo andare con un’accetta a dividere per leitmotiv una certa tipologia di cinema nordico, rientrerebbe a pieno titolo in un insieme che comprenderebbe anche il capostipite del DOGMA 95, Festen di Thomas Vinterberg…

Hævnen, una

vendetta deludente

di Matteo Tarsi, Università d’Islanda, Reykjavík

mat17@hi.is

Dedico questo breve pezzo a Jørgen Krogh, recentemente scomparso. È stato il mio lettore di danese nonché fine intenditore di cinema e spesso noi studenti abbiamo attinto negli anni alla sua videoteca personale.

 Premetto, non sono il genere di

persona che scrive solamente per distruggere od osannare un film; inoltre nei

film di Susanne Bier, come ad esempio Den eneste ene ed Efter

brylluppet, ho ritrovato tanta buona analisi e personaggi non scontati.

Quest’ultimo, ad esempio, se volessimo andare con un’accetta a dividere per leitmotiv una certa tipologia

di cinema nordico, rientrerebbe a pieno titolo in un insieme che comprenderebbe

anche il capostipite del DOGMA 95, Festen di Thomas Vinterberg e, per

citarne un altro, Arven, secondo capitolo della trilogia sulla società

danese di Per Fly. Ero molto curioso quindi di vedere l’ultimo capolavoro

del cinema danese che a Copenaghen è rimasto nelle sale per mesi e mesi,

così ho aspettato che uscisse anche in Italia (con il titolo: In un mondo

migliore). Il risultato? Una tragedia. Non mi riferisco al film ma alla mia

reazione allo stesso. Hævnen (letteralmente “vendetta”, lo citò così per

brevità) ha a mio avviso almeno due macropunti critici. Primo: usa uno schema

già usato da Susanne Bier in Efter brylluppet, ovvero, banalmente,

quello del buon danese eroe umanitario lontano da casa che salva vite fuggendo

in una realtà totalmente altra da quella che dovrà affrontare tornando in

patria; secondo: il buonismo e la stereotipicità dei ruoli, quindi dei

personaggi. Se vale il detto squadra che vince, non si cambia si può

anche sorvolare sul primo punto in quanto è proprio il secondo a rendere il

film un (bel) po’ stomachevole. Vale la pena di sintetizzare un attimo il quadro

iniziale: due ragazzi Elias (Markus Rygaard), vittima del bullismo scolastico,

e Christian (William Jøhnk Juels Nielsen), appena diventato orfano di madre si

trasferisce in Danimarca con il padre (Ulrich Thomsen). Il padre e la madre di

Elias (Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm) stanno passando un momento critico nel

loro matrimonio che porterà apparentemente al divorzio. Anton (Mikael

Persbrandt) lavora come medico in un campo profughi in Sudan, dove la violenza

(specialmente contro le donne) non manca mai.

Lo svolgimento della storia è

semplice: Elias, stereotipo del bambino brutto e, quindi, preso in giro e

maltrattato dai suoi coetanei prepotenti, fa amicizia con Christian, nuovo

arrivato nella scuola, orfano di madre, difficile per lui ambientarsi (è

naturale) ma non sembra averne molta voglia, anzi, incarna lo stereotipo,

decisamente made in USA, del bambino perbene che “va a messa la

domenica, aiuta i più deboli e solidarizza con gli emarginati”. A seguito di un

diverbio (poi finito alle mani) tra Anton e il padre di un altro bambino, i due

pensano bene di escogitare la vendetta, ossia (sic!) far saltare in aria la

macchina di quest’ultimo. Nell’operazione però qualcosa va storto e per salvare

due joggers vicini all’automobile Elias interviene, ma rimane ferito. A

Christian viene inizialmente impedito di andarlo a trovare in ospedale con una

scusa piuttosto diffamante (viene detto che Elias è un criminale psicopatico)

ma alla fine (trionfo del buonismo) tutto si risolve e persino i genitori di Elias

tornano a stare insieme (per aspera ad astra si direbbe…).

Il buonismo danese (siamo un

popolo buono, lavoriamo tanto e bene, salviamo la vita alle persone, non siamo razzisti…) e

quello americano (ragazzini quintessenza del perbenismo borghese capaci di

premeditare un omicidio che subiscono una catarsi e si pentono di ciò che hanno

fatto con la saggezza di un sessantenne), si sposano perfettamente in un finale

per nulla sorprendente. Forse che dopo aver venduto almeno tre sceneggiature

agli americani (Den eneste ene, Brødre, Elsker dig for evigt) la Bier ha

visto bene di mettere un po’ più di America nel suo ultimo film?

 Susanne Bier (Copenaghen,1960) ha

studiato arte all’Università Ebraica di Gerusalemme, poi Architettura a Londra.

Si è in seguito laureata alla Scuola Nazionale di Cinema a Copenaghen. In un mondo migliore ha

vinto sia il Golden Globe che l’Oscar 

per il miglior film straniero nonché il premio per la miglior regia agli

European Film Awards 2011.