Fare l’Erasmus a Bergen. Esperienze e consigli

3 agosto 2004. Una data decisamente importante per chi scrive. Ricordo ancora quel giorno. Sveglia la mattina presto e via in macchina verso Orio al Serio, dove mi aspetta l’aereo per Londra. Da qui un altro aereo mi avrebbe portato in quel di Bergen, Norvegia. La prima sensazione che ho avuto appena atterrato è stata di stupore, infatti non sono stato accolto dalla classica pioggia berghense;ma da un caldo e luminoso sole. La cosa sarebbe comunque durata ben poco, una settimana circa. Per prima cosa, come ogni buon studente erasmus, mi sono recato allo studentato per prendere possesso della mia stanza. Una quindicina di chilometri dall’aeroporto ed eccomi a Fantoft, lo studentato. Orrida costruzione in cemento figlia degli anni Sessanta. Tre blocchi, di cui uno alto diciotto piani, che ben poco hanno a spartire con la meravigliosa natura circostante. Primo mito sulla Norvegia sfatato, anche qui si sono costruiti eco-mostri negli anni passati. Però devo ammettere che lo studentato è almeno funzionale. E l’accoglienza buona, ovviamente non ci si può aspettare che ti attendano a braccia aperte e col sorriso sulla bocca, siamo pur sempre nel Nord, ove la tristezza e la malinconia la fanno da padrone per lunghi tratti dell’anno. Sono uno dei primi erasmus ad arrivare e quindi lo studentato è un po’ vuoto, ma meglio così. Mi viene assegnata la stanza D824. Sono nel blocco CD, quello di 18 piani, all’ottavo piano, lato sole. Sono stato fortunato ad avere la vista sul Løvstakken, una delle sette colline che circondano Bergen, in quanto da questa parte si prende il sole. Il mio dirimpettaio per esempio non prenderà mai il sole direttamente, e questo rende il suo inverno ancor più lungo e cupo. Tempo due giorni e lo studentato si anima, un continuo arrivo di nuovi studenti. A pieno regime circa mille persone vivono nel vari blocchi. Il mio blocco è quasi esclusivamente riservato agli erasmus, diciamo che siamo un po’ ghettizzati, in questo studentato che è anche il più lontano dal centro. Nel giro di una settimana si prende piena confidenza con il “mondo Fantoft”. Fantoft è un vero è proprio mondo, con studenti da ogni angolo della terra che qui si trovano per passare un periodo delle propria vita, che per molti rimarrà indelebilmente impresso nelle pagine più belle del cuore. Iniziano le prime feste, che saranno una costante per tutto l’anno accademico. Socializzare a Fantoft è la regola, è praticamente impossibile isolarsi dal resto. E alla fine si avrà l’agenda piena di contatti da luoghi che prima si conoscevano solo sul mappamondo, come Nuova Caledonia, Nepal, Ecuador, Iraq, ecc. Ovviamente nei primi giorni si devono anche espletare le prime pratiche burocratiche. Per prima cosa ci si reca allo Studentsenter, in centro città, ove si fa richiesta delle propria tessera studenti e ove vengono fornite informazioni su tutto quello che serve sapere per sopravvivere nell’antica capitale norvegese. Dopo la tessera studenti, che arriva in una settimana e dà accesso a tutti gli edifici universitari sparsi per la città, si deve fare richiesta di permesso di soggiorno alla polizia, registrarsi all’anagrafe e in posta. Operazioni semplici e la burocrazia snella aiuta nel compito. Tutto perfetto, quindi? Più o meno, diciamo che per noi italici abituati alla nostra burocrazia contorta ci pare tutto così perfetto, così semplice. Però anche in Norvegia si possono avere delle difficoltà, e la prima arriva quando si vuole aprire un conto in banca, necessario se non si vuole dilapidare un sacco di pecunia utilizzando la propria carta di credito italiana. Per aprire un conto in banca bisogna infatti avere il personnummer norvegese, il corrispettivo del nostro codice fiscale. Peccato che tale codice arrivi solo dopo 23 mesi che si fa richiesta all’anagrafe e il conto in banca è una delle prime cose che è necessario avere. Basta però andare in una qualsiasi banca e si scopre che esiste un trucco per aggirare l’ostacolo. Ogni banca può infatti fornire un personnummer provvisorio adatto ad aprire il conto bancario, basta presentare un documento di identità valido (il passaporto è molto meglio della carta di identità in questo caso). Un paio di settimane e si ha dunque anche un conto in banca, con tanto di bancomat o carta di credito, che tra le altre cose vale come documento di identità, essendoci stampata la propria foto e la propria data di nascita. 

Il primo impatto con l’università è ottimo, segreterie aperte e personale disponibile, pronto a dare ogni tipo di informazione necessaria (anche in inglese, per chi non avesse dimistichezza col norvegese). La facoltà umanistica (H-F Fakultet) è accanto alla St. Johannes kirke, anche detta la chiesa rossa, per il suo tipico colore dovuto ai mattoni con cui è costruita. La chiesa sovrasta il centro della città essendo posta su una piccola collina, da cui si ha una ottima veduta sia delle montagne che circondano Bergen, sia sul fiordo e sull’arcipelago. Cosa chiedere di meglio? L’approccio alla città è stato dei migliori, come già ho detto, sono stato accolto da un bel sole, che ha reso Bergen ancor più bella del solito. Il centro non è molto esteso, in due-tre ore lo si gira tranquillamente. Gli abitanti sono circa 230.000 e ci sono circa 20.000 studenti all’università. Bastano pochi giorni per rendersi conto di come la città sia giovane e in perenne movimento: tantissimi concerti (di ogni genere), diversi eventi culturali, un teatro con sempre qualcosa di interessante e tanti bar e pub dove poter far conoscenza della “norvegesità”. La prima cosa con cui si deve imparare a convivere è però la pioggia. A Bergen piove, sempre. Le statistiche non mi sono mai piaciute perché spesso sono prive dell’esperienza umana, prive di sentimento. Però se una statistica viene fatta col cuore, allora inizia a piacermi. La mia statistica è che a Bergen piove sui 250 giorni all’anno. Pioggia che raramente è violenta come siamo abituati noi con i nostri temporali, ma è più sottile, leggera, infida. Da gennaio a dicembre. Soprattutto in autunno è incessante, se non ricordo male il record è di 90 giorni consecutivi di pioggia. Preparatevi ad essere umidi per gran parte dell’anno, e non pensiate che gli ombrelli servano a molto. Infatti tira spesso molto vento e gli ombrelli vengono divelti con facilità. Molto meglio munirsi di giacca anti-pioggia (e anti-vento) nonché di copripantaloni anti-tutto. Typisk bergensk è infatti andarsene in giro bardati come se si dovessero affrontare le bianche distese ghiacciate dell’Antartide. Probabilmente ce l’hanno nel DNA di andarsene in giro così vestiti. Posso quindi dire che a Bergen il motto carpe diem va preso alla lettera, se un giorno c’è il sole, fate in modo di uscire e godervelo! E non è raro che anche il proprio capo al lavoro conceda delle ore libere per godersi il sole… Alla pioggia comunque ci si abitua, anche perché non si può rimanere in casa per settimane di fila. Una cosa a cui non ci si abitua è invece l’oscurità invernale. Premesso che Bergen non è oltre il Circolo Polare, ma solo al 61° parallelo, anche qui le giornate invernali sono cortissime. Quattro o cinque ore di luce, sempre accompagnate da grigie nuvole, fan sì che l’umore volga il più delle volte verso i lidi della depressione. Purtroppo qui la depressione è dilagante a tutti i livelli e il fatto che per duetre mesi la luce scarseggi fa capire uno dei perché sia così. Tutto negativo quindi per quanto riguarda la situazione ambientale? Assolutamente no! Piove e d’inverno c’è poca luce, ma in primavera il clima è più clemente e la luce è fin troppa. Le giornate primaverili ed estive sono bellissime e lunghissime. Ovviamente quando il sole splende. E con il sole si possono ammirare le bellezze della natura che circondano Bergen. La prima tappa del buon viandante in città è il Fløyen, una delle sette colline che si trovano intorno alla città. Si sale a piedi o con la funicolare, la “vetta” è a circa 300 metri sopra il livello del mare ed è una delle mete preferite dai berghensi stessi quando vogliono rilassarsi e fare un po’ di jogging. Dal Fløyen si gode una spettacolare veduta sulla città e sull’arcipelago antistante. E da qui partono una serie di sentieri che si dirigono nella selvaggia natura norvegese, ce ne sono per tutti i gusti. Il bello di Bergen è che in mezz’ora si lascia la modernità alle spalle e ci si immerge nella natura incontaminata. Se invece si sente il bisogno di socializzare, allora è meglio non allontanarsi dal centro. Fondamentalmente i locali, bar e pub, sono racchiusi nel raggio di due chilometri e, come ho già accennato, c’è la possibilità per tutti di trovare qualcosa che faccia al proprio caso. Socializzare durante le serate, soprattutto del fine settimana, non è affatto difficile. I berghensi (e i norvegesi in generale) sono gioviali, se hanno dell’alcol in corpo. Da sobri sono molto distaccati, quasi da sembrare antipatici, ma fa parte del carattere chiuso ed introverso tipico degli abitanti delle lande nordiche. Quindi, armarsi di pazienza se si vogliono fare delle amicizie in università, per esempio. Molto più semplice partire da una serata al pub per conoscere qualcuno. Bergen è poi una città multiculturale, con una università ricca di studenti stranieri (non solo in scambio, ma anche regolari) e con una forte immigrazione. L’integrazione è buona; certo ci sono a volte resistenze da parte degli autoctoni, ma è assolutamente normale. Più che di discriminazione si potrebbe parlare, per la Norvegia, di forte senso di appartenenza ad una Nazione relativamente giovane (indipendente dal 1905). I norvegesi sono orgogliosissimi della propria “norvegesità” e lo dimostrano sempre quando possono, per esempio riempiendo la città di bandiere rosso-bianco-blu durante le feste più importanti. A noi tutto questo sembra folkloristico, ma guai a fare dei commenti sul loro nazionalismo, se la prendono parecchio. Culturalmente Bergen è attivissima. Il teatro ebbe come direttore un giovane Ibsen, per esempio, e ha sempre un programma vario e di tutto rispetto. Musicalmente la città è probabilmente la migliore di tutta la Norvegia, con frequentissimi concerti e ottimi festival (come il Natt Jazz) di ogni genere, dalla musica classica al metal passando per il jazz e il blues. Ovviamente non mancano i cinema (con un bel festival ai primi di ottobre) ed i musei, non molti a dire il vero, ma di buona qualità, soprattutto quello di arte moderna. 

Essere studenti a Bergen 

La cosa più interessante per gli studenti è che si ha diritto a sconti su praticamente tutto ciò che riguarda la cultura. Sconti che poi si trovano anche nel settore dei mezzi di trasporto, autobus e treni in particolare. Essere studenti in Norvegia è un privilegio e  la categoria è ben protetta dallo Stato. Per quanto riguarda l’università posso dire che è dotata di tutto quello che noi studenti italici sogniamo, come una biblioteca enorme e accessibile a tutti, dotata di un servizio di prestito libri automatizzato, diverse mense sparse per i vari edifici (utilizzabili anche da chi non è studente), svariate sale lettura e studio, aule informatiche sovradimensionate e accesso agli edifici anche nei giorni festivi (tranne Natale, S. Stefano, Pasqua e pasquetta) dalla mattina alle 7.00 alle 24.00. Lo studente straniero che affronta per la prima volta un periodo di studio all’estero non si trova spaesato quassù. Si cerca di mettere a proprio agio tutti, in tutti i modi possibili. Oltre a ricevere svariate informazioni dalle varie segreterie universitarie, si è anche aiutati da altri studenti, solitamente norvegesi, ad affrontare i primi giorni nella nuova città. Questi studenti si chiamano fadder (mentor in inglese) e sono a completa disposizione dei nuovi arrivati per la prima settimana, poi sono sempre reperibili come tutor per il resto del semestre. L’organizzazione generale è ottima e non ricordo di particolari lamentele da parte degli studenti. Bastano poi un paio di settimane per capire come funzionano le cose all’Università di Bergen. I corsi sono per la maggior parte di 40 ore, qualcuno arriva a 60 ore e gli esami sono per la maggior parte scritti (anche sotto forma di essay da scrivere a casa) e parte integrativa orale. Le lezioni solitamente danno ampio spazio anche alla discussione tra studenti e docenti. In generale la mole di testi da studiare è leggermente inferiore a quella che si ha in Italia ed anche la modalità di valutazione all’esame è differente. È molto difficile raggiungere voti d’eccellenza ma è anche quasi impossibile fallire un esame. La cosa migliore rimane l’accesso alle biblioteche che ci rende parecchio invidiosi della ottima situazione dei paesi nordici. 

Lati negativi 

Ovviamente vi sono anche dei lati negativi, che non intendo relegare in secondo piano. Una prima difficoltà è prettamente linguistica. Gli studenti di norvegese in Italia hanno appreso la lingua nella variante dialettale dell’Østland, precisamente della zona di Oslo. Per quanto riguarda lo scritto hanno poi avuto a che fare praticamente solo con il bokmål. A Bergen si parla bergensk, che non è di rapidissima assimilazione, avendo delle caratteristiche peculiari dei dialetti del Vestland, come la “r” uvulare e l’utilizzo di diversi termini presi dal nynorsk. Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi alla lingua parlata in città. Soprattutto si deve fin da subito rendersi conto che ognuno in Norvegia utilizza il proprio dialetto e molto spesso è difficile destreggiarsi tra le centinaia di varietà di norvegese. A complicare ulteriormente la situazione, il fatto che molti dei testi utilizzati sono scritti in nynorsk. Ovviamente ciò non è del tutto negativo, in quanto ci si deve confrontare fin da subito con tutte le varietà possibili di norvegese e pertanto ci si abitua presto ad una duttilità linguistica fondamentale in questa nazione. Un’altra difficoltà è legata all’aspetto economico. La Norvegia è la nazione più cara d’Europa e col Giappone la più cara del mondo. Soprattutto il cibo rappresenta una voce importante nel capitolo spese. I costi sono in generale più elevati che in Italia e tutto quello che può considerarsi come non essenziale, come per esempio uscire al pub o al ristorante, ha dei costi a dir poco proibitivi per le tasche di uno studente italiano. Solo gli affitti possono essere equiparati a quelli di una città come Milano, che però proprio economica non è. Probabilmente la difficoltà maggiore rimane però l’abituarsi al tempo berghense. Non fa particolarmente freddo, nemmeno in inverno. Il punto è che piove praticamente sempre, soprattutto in autunno e la cosa può creare dei seri problemi di adattamento. La corrente del Golfo arriva quotidianamente e rende il clima assolutamente mite, con temperature che in inverno difficilmente scendono sotto gli zero gradi. Di contro, in estate si arriva solo qualche volta a superare i 25°, sempre per il fatto che il cielo è perennemente coperto. La combinazione pioggia e giornate corte in autunno e inverno posso portare alle soglie della depressione lo straniero non abituato, quindi consiglio di arrivare preparati mentalmente a lunghi periodi da passare senza vedere i raggi del sole. Un’ultima nota negativa sono i collegamenti da e per Bergen. L’aeroporto internazionale di Bergen non offre collegamenti diretti con l’Italia. Si può scegliere di volare con compagnie come SAS e KLM (olandese) via Oslo, Copenaghen o Amsterdam a prezzi però non economici. Se si vuole puntare al risparmio si può optare per combinazioni Ryanair più Norwegian o Widerøe. Viaggiare all’interno della Norvegia non è invece troppo costoso, ci sono molti collegamenti tra le principali città via aereo a prezzi a volte ridicoli. Il sistema ferroviario è limitato alle sole tratte Oslo – Bergen, Oslo – Trondheim – Bodø e Oslo – Kristiansand. Estesissimo è invece il servizio con autobus di linea, che rappresenta il modo più norvegese di muoversi attraverso le frastagliate coste e il montuoso entroterra di questa magnifica landa nordica. 

In conclusione posso dire che Bergen ha sugli studenti che qui vi capitano uno strano effetto. La quasi totalità si lamenta giornalmente delle cattive condizioni atmosferiche ma alla fine molti di loro rimangono in città oltre la fine del periodo di studi. Alcuni addirittura arrivano a trasferire la loro sede di studi qui. Anche il sottoscritto non è riuscito ad abbandonare Bergen, tant’è che oramai sono passati tre anni e mezzo dal mio arrivo alle porte dei fiordi norvegesi. La valutazione del soggiorno berghense non può quindi che essere positiva. 

Fabio Pasini 

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