«E la neve cadeva». Il disincanto d’amore ne Il gioco serio di Hjalmar Söderberg

Il gioco serio di Hjalmar Söderberg (Iperborea 2000, trad. e postfazione di Massimo Ciaravolo)

L’apertura idilliaca del romanzo, in una sera d’estate sull’isola, tra baci e parole sussurrate nel pergolato, tra i due giovani amanti Arvid e Lydia, farebbe presagire un amore romantico, vissuto nell’innocenza e nella spensieratezza delle prime emozioni d’amore. In realtà, l’amore, quel gioco che, tuttavia, ha le sue conseguenze – perciò “serio” –, tra i due non sarà mai vissuto appieno e con quella felicità che dovrebbe essere segno distintivo di questo sentimento. Come già in Smarrimenti, sua opera d’esordio, Söderberg mette in scena, in quest’ultimo suo romanzo, tutte le contraddizioni, i disinganni e le delusioni delle storie d’amore. Al sole d’agosto e al cielo stellato che accompagnano le promesse dei due:

Lydia gli cinse le braccia al collo e gli sussurrò all’orecchio: «Io credo in te. Credo in te. E posso aspettare (p. 24)

segue il rigido inverno a Stoccolma che, con la sua neve, che Söderberg rimarca quasi ossessivamente nel primo incontro tra i due nella redazione del giornale dove Arvid lavora, copre ogni dolore passato, dando, però, solo l’illusione di una rinascita della speranza:

Una volta entrati, chiuse piano la porta. La stanza era nella penombra. La neve, fuori, continuava a cadere. Rimasero in silenzio, entrambi imbarazzati. Finché non si strinsero in un bacio. Lungo. Lei era bagnata di neve. […] «Cerco un posto. Più o meno qualsiasi cosa. “Tuttofare”. Non ho nessuna particolare formazione. I lavori di casa sono l’unica cosa che so fare.». Tacquero entrambi. E la neve cadeva. […] «[t]i ricordi che ci siamo visti per caso, a Djurgården, un giorno d’autunno? Eri in compagnia di un signore» […] «Sì. È un vecchio amico di famiglia.» Tacquero. E la neve cadeva. […] «Sei arrabbiata con me perché te l’ho chiesto?» Lei sorrise con le lacrime agli occhi: «No». Tacquero entrambi. C’era sempre buio. E la neve cadeva. […] Lydia… Lydia… Lydia… […]«Vuoi essere il mio angelo custode?». Il crepuscolo s’infittiva. E la neve cadeva. […] Fuori i fiocchi bianchi danzavano, scintillavano e cadevano, cadevano. (pp. 67-69)

Infatti, di lì a poco, la diciottenne Lydia sposerà, in quello che appare da subito un matrimonio di convenienza, l’ultracinquantenne amico di famiglia Roslin, mentre Arvid sarà condotto alle nozze, con l’inganno, da Dagmar, con la quale comincerà un’apatica e “regolare” vita matrimoniale, priva d’amore. A questo punto del romanzo, sembra che i due protagonisti non potranno mai più vivere la loro storia d’amore, entrambi intrappolati in unioni di comodo. Tuttavia, una sera al teatro, Arvid rivede Lydia dopo dieci anni, e la vecchia passione sopita, riesplode tra i due:

Le loro mani si cercarono e si trovarono. Rimasero in silenzio. Poi Lydia chiese a voce molto bassa: «Sei felice?» Arvid tacque per un secondo. «Nessun essere umano è felice», rispose. «Ma bisogna pur vivere come meglio si può.» «Sì», disse Lydia. «Sì, bisogna». (p. 138)

Da quel momento i due iniziano una storia clandestina, Lydia si trasferisce a Stoccolma, abbandonando il tetto coniugale, e Arvid inganna la moglie, con la scusa di passare le sere con un amico. Anche il primo incontro nel nuovo appartamento di Lydia è segnato da un cielo limpido e stellato:

Comparivano le stelle, una ad una. A ovest, vicino alla nuvola viola, brillava Venere, e a sud, oltre Kungsholmen, splendeva il rosso Marte. Lydia sedeva tenendo stretta tra le due mani la sua mano destra. «Dimmi una cosa», domandò. «Com’è andato il tuo matrimonio?» Lui rispose, un po’ evasivo: «Come la maggior parte dei matrimoni. L’uomo ha bisogno di una donna e la donna di un uomo.» (p. 175)

Forse, finalmente, è arrivato il loro momento. Forse, quel piccolo appartamento, accanto al cimitero, potrà essere la loro nuova isola di gioia. Un’altra estate avanza, e i due vivono il loro amore lontano da tutti. Fino al giorno in cui Arvid riceve una lettera dalla moglie, il padre sta morendo, deve raggiungerla nella casa di famiglia. Il dovere rompe l’incanto, Arvid lascia di nuovo Lydia, e lei si concede a un altro, per solitudine, per il senso d’abbandono. L’estate finisce, insieme ai bei tramonti, torna l’autunno e l’inverno, i due non si vedono più, comunicano solo per iscritto, con lettere cariche di astio e rancore. Ma Arvid è inquieto, è agitato nei sogni, vaga per la città, e una sera si ritrova di nuovo sotto casa di Lydia. Avviene un altro “primo incontro”, in cui la neve che cade è per l’ennesima volta simbolo della voglia di dimenticare i torti del passato, di coprire tutto il dolore, per ripartire:

Sedettero alla finestra, mentre la neve continuava a cadere. […] «[a]desso lasciamo che nevichi sopra tutto quanto» «Sì», disse lui, «lasciamo che nevichi.» Sedevano guancia a guancia guardando fuori. La neve cadeva, cadeva.  […] Cominciava a imbrunire. E la neve cadeva e cadeva. Lydia si alzò, gli carezzò lievemente i capelli, gli tolse il libro dalle mani e lo posò sul tavolo. «Vieni», disse. Entrò in camera. Accese le due candele allo specchio. E lentamente, in silenzio, cominciò a sciogliersi i vestiti. (pp. 230-231)

Dopo questi incontro i due cominciano di nuovo a vedersi, ma qualcosa si è rotto. Lydia, seppur dolce e remissiva nei confronti di Arvid, cede a un nuovo amore, che avrà tragiche conseguenze, e inizierà una storia con un altro uomo, nella ricerca spasmodica di un amore assoluto. Dagmar scopre il tradimenti del marito, ma per la paura di rimanere sola lo perdona e gli chiede di restare con lei. Ma a questo punto le maschere sono cadute. Arvid, non potendo più fingere, lascia Dagmar e parte, Lydia si avventura in un nuovo e, probabilmente, inutile amore. E alla fine resta solo “l’inguaribile solitudine dell’anima” dei protagonisti.

Luca Taglianetti