Christian Jungersen: L'eccezione

Il thriller L’eccezione dell’autore danese Christian Jungersen è disponibile in traduzione italiana. Un romanzo avvincente e filosofico che obbliga il lettore a chiedersi qual è la differenza tra i meccanismi di esclusione e di odio che si sviluppano in un semplice ufficio e quelli che conducono ai genocidi. Il libro è stato tradotto in più di dieci lingue.

Tradotto da Anna Grazia Calabrese. 643 pagine. 19,50 Euro. Mondadori.

Il thriller L’eccezione dell’autore danese Christian Jungersen è disponibile in traduzione italiana. Un romanzo avvincente e filosofico che obbliga il lettore a chiedersi qual è la differenza tra i meccanismi di esclusione e di odio che si sviluppano in un semplice ufficio e quelli che conducono ai genocidi. Il libro è stato tradotto in più di dieci lingue.

Un vaccino contro il male

Presso il Centro danese di Documentazione sul Genocidio a Copenaghen lavorano quattro donne: Malene, Iben, Anne-Lise e Camilla. Malene e Iben, amiche di lunga data, sono sulla trentina, mentre Anne-Lise e Camilla hanno dieci anni di più. Il Centro ha il compito di raccogliere notizie sui massacri e trasferirle a ricercatori, politici, organizzazioni umanitarie e altri soggetti interessati, sia in Danimarca che in altri paesi. Il leader è Paul, un uomo dotato di grandi capacità strategiche. Spesso è fuori dal Centro per curare le sue relazioni con politici che possano garantire la sopravvivenza della piccola organizzazione costantemente minacciata di essere posta sotto la tutela di strutture più grandi o di essere liquidata senza troppi complimenti. Una volta, al telegiornale, Paul ha espresso in modo molto conciso perché il Centro a suo avviso dovrebbe continuare a esistere: ”Lo scopo del Centro danese di Documentazione sul Genocidio è quello di mettere a punto un vaccino contro le peggiori malattie politiche del passato. Il nostro obiettivo è rendere la società del futuro immune da queste malattie.”

Minaccie di morte

Un giorno Malene e Iben ricevono delle minaccie di morte via e-mail. Inizialmente sospettano che il mittente sia uno dei criminali di guerra che hanno smascherato nella rivista del Centro, ”Notizie sui genocidi”. Se i criminali di guerra di rilevanza internazionale ogni tanto effettuano ricerche sul proprio nome su Internet possono facilmente trovare il sito del Centro e i nomi dei dipendenti. Ad un certo punto temono che sia stato il serbo Mirko Zigić ad aver inviato loro le lettere minacciose dato che è l’unico su cui entrambe hanno scritto in rete. Mirko Zigić, un boia della guerra in Iugoslavia, è stato visto l’ultima volta presso un fast food a Monaco dove ha infilato una forchetta di plastica nella narice del commesso, uccidendolo subito. Secondo alcune voci si nasconderebbe da qualche parte in Scandinavia. Le mail, però, hanno lo stesso effetto di un fiammifero gettato in un mucchio di fieno, accendono i conflitti latenti del piccolo ufficio e Iben e Malene cominciano a pensare che l’autore sia qualcuno molto più vicino a loro, una persona invidiosa e malata.

Due amiche

Marlene viene descritta come ”una sorta di Barbie di sinistra dagli occhi grandi, pronta a suscitare e ad assecondare l’interesse degli uomini.” Quando cammina per strada gli uomini si voltano a guardarla. Anche se ha un fidanzato, esce ogni tanto con un ammiratore un po’ maturo di nome Gunnar, una volta famoso giornalista di sinistra. Malene sostiene che sia solo un caro amico, che non ci sia nessuna implicazione sessuale nel loro rapporto, ma secondo Iben l’amica lo tiene soltanto come riserva nel caso in cui il suo fidanzato dovesse andarsene. Malene è stata la prima ad essere assunta presso il Centro e svolge un ruolo dominante come capoprogetto. Da sei anni però soffre di artrite deformante. Può ancora vivere una vita abbastanza normale, ma il suo appartamento è pieno di piccoli attrezzi che rivelano la gravità della sua malattia. Malene cerca di non mostrare a chi le è vicino quanto difficile può essere la sua vita, ma ogni due mesi circa ci sono giorni in cui non è in grado di scrivere sul computer o di abbottonarsi i pantaloni. Il suo fidanzato è spesso in viaggio per lavoro, e quando non può muoversi per il dolore e deve andare all’ospedale, è Iben che l’aiuta.
Iben ha trovato il suo lavoro grazie a Malene. Quando la posizione di responsabile della documentazione era stata creata, Malene le aveva fornito tutte le risposte giuste da dare durante il colloquio e non aveva svelato ai colleghi che avevano uno stretto legame d’amicizia. Ora le scrivanie di Malene e Iben sono situate l’una di fronte all’altra e le due amiche – e colleghe – chiacchierano del più e del meno, scambiano confidenze e si incontrano nella piccola cucina per discutere sui problemi del giorno. Iben non è bella come Malene. È una ragazza intellettuale e ascetica, che ama guardare i documentari sugli animali in televisione e studiare libri sui genocidi, sulla biologia dello sviluppo e sulla psicologia sociale quando non riesce ad addormentarsi. Le letture notturne le forniscono le basi per gli articoli sulla psicologia del male che scrive per la rivista del Centro. Questi articoli sono inseriti nel romanzo e sono da considerare come uno sfondo teorico agli eventi narrati.

Teorie psicologiche

Iben si interessa soprattuto a un’idea, quella che dentro un individuo sono racchiuse identità diverse, ognuna con caratteristiche proprie. Iben scrive in uno dei suoi articoli: ”Forse dovremmo smetterla di considerare ciascun individuo come un’entità unica e cominciare invece a raffigurarci la psiche umana come un grappolo d’uva, dove ogni chicco ha i suoi tratti caratteriali, la sua visione del mondo e i suoi comportamenti. In tal modo la nostra coscienza, senza che noi stessi ce ne rendiamo conto, può essere guidata da un chicco o dall’altro. Pur non soffrendo necessariamente di un vero e proprio sdoppiamento della personalità, abbiamo simultaneamente dentro di noi più visioni del mondo in contrasto fra di loro. Tali immagini possono evolversi e assumere diverse sfumature nel corso degli anni, sebbene noi siamo del tutto presenti in una sola di esse e a malapena abbiamo la percezione delle altre.”
Questa teoria, ragiona Iben, aiuta a capire come mai molti dei boia possono riprendere a fare la vita normale dopo una guerra, come mai sono capaci di insediarsi nuovamente nei ruoli di marito e padre affettuosi dopo aver radunato la gente per esecuzioni capitali, violentato le donne e bruciato le case, e aiuta a capire come mai una collega può mandare una mail minacciosa senza nemmeno ricordarsene il giorno dopo.

La bibliotecaria e la segretaria

Il romanzo è scritto da quattro punti di vista diversi, quelli delle quattro donne. Con gli occhi di Anne-Lise, la bibliotecaria, il piccolo ufficio è tutt’altro che essere un luogo pacifico, è piuttosto una riflessione delle atrocità di cui si occupa il centro. Le sue colleghe lavorano nello stesso locale, ma Anne-Lise si trova isolata nella biblioteca a catalogare e passare documenti allo scanner dalla mattina alla sera, anche se al colloquio di assunzione le era stato promesso il contatto con gli utenti della biblioteca. Se tenta di raccontare qualcosa le altre non la ascoltano, e non la guardano quasi mai negli occhi. Se entra dalla biblioteca tacciono e quando mangia, girano le facce da un’altra parte per mostrare la loro sensazione di disgusto. L’atmosfera che regna al suo lavoro penetra anche nella sua vita privata: Anne-Lise piange in macchina, piange mentre prepara la cena, piange fra le braccia di suo marito, desiderando disperatemente di non aver mai lasciato il vecchio posto di lavoro. L’esclusione la trasforma lentamente, ma inesorabilmente: Anne-Lise diventa umile, insicura e torturata da fantasie di vendetta.
Probabilmente tutta questa situazione non si sarebbe mai verificata, se Camilla, la segretaria, non fosse stata una vittima del mobbing da bambina. La bibliotecaria e la segretaria hanno la stessa età, sono tutte e due sposate con figli, tra di loro, insomma, sarebbe potuta nascere una bella intesa. Camilla ha avuto voglia di aiutare la sua collega in centinaia di situazioni, ma ogni volta che le si è rivolta con gentilezza le altre hanno cominciato a trattare lei come trattano Anne-Lise. Inoltre Camil

la ha guadagnato con gli anni una filosofia di vita particolare: ”Solo da adulta Camilla ha capito che sopravvivere significa lasciarsi scivolare addosso la rabbia degli altri; in questo modo prima o poi troverà un altro bersaglio da colpire.” Per badare a se stessa, fa finta di niente quando Malene e Iben si comportano male con Anne-Lise.

L’ufficio è il mondo

Un paio di giorni dopo che Malene e Iben hanno ricevuto le mail minacciose, Anne-Lise dice loro per la prima volta che si sente tagliata fuori. Le giovani donne interpretano il suo pianto e il suo desiderio di avere più contatti con gli utenti della biblioteca come un’aggressione incomprensibile e dall’episodio nasce il sospetto che il mittente sia Anne-Lise. Nell’ufficio comincia una lotta feroce tra le quattro donne, una lotta che viene aggravata dal fatto che tutte e quattro temono di perdere il lavoro se il Centro dovesse essere unito ad un ente più grande. Nel giro di pochi mesi la forza psicologica di Anne-Lise viene testata in modo crudele e l’amicizia di Malene e Iben messa alla prova. Forse il loro legame non è così forte come pare, forse Iben è stanca di badare all’amica quando la malattia la rende immobile, e forse non le piace che l’amica tenga in riserva Gunnar.
L’eccezione è uno dei romanzi danesi più forti degli ultimi anni, un thriller filosofico che il lettore non riesce a lasciare prima che venga letta l’ultima pagina. Il romanzo si basa, come i libri della vecchia tradizione naturalista, su una ricerca profonda. L’autore Christian Jungersen (n. 1964) lavorava per L’International Association of Genocide Scholars mentre scriveva il romanzo, e dappertutto – nelle conversazioni tra le protagoniste, negli articoli che produce Iben per la rivista, nell’intero impianto narrativo – si sente che questo libro ha delle solide basi. Christian Jungersen è uno scrittore minuzioso, pignolo, il suo stile è freddo e oggettivo, tipico di un fotografo. Il romanzo è anche un ritratto finissimo di Copenaghen e dei tipi che la abitano. Leggerlo è  come girare per le strade della città.

Il male e la bontà

La forza di questo romanzo non consiste soltanto nella capacità di catturare il lettore, ma di portarlo a porsi molte domande durante e dopo la lettura. Gli articoli di Iben descrivono importanti esperimenti socio-psicologici, che possano gettare luce sugli autori di genocidi. Iben si riferisce, per esempio, al noto esperimento di Stanford durante il quale studenti equilibrati, maturi e responsabili nel giro di pochi giorni si sono trasformati in sadici, perché assegnatari di un potere illimitato. Una delle conclusioni da trarre dagli esperimenti descritti è che il genocidio più studiato della storia, L’Olocausto, è il risultato orrendo di alcuni aspetti bui propri della natura umana in generale, e che la storia può sempre ripetersi. Il romanzo obbliga il lettore a chiedersi se anche lui, se avesse vissuto nella Germania degli anni Trenta e Quaranta, o nella Ruanda degli anni Novanta, si sarebbe trasformato in un boia, e a chiedersi qual è la differenza tra i meccanismi di esclusione e di odio in un semplice ufficio e quelli che conducono ai genocidi. Sono pochi i libri che coinvolgono il lettore in questo modo, e il romanzo è quindi dotato di una grande forza etica.
L’eccezione non sarebbe il romanzo eccellente che è se le teorie contenute negli articoli non venissero contraddette dal romanzo stesso. Il fatto è che anche in società paralizzate dalla violenza e dalla crudeltà ci sono persone che rischiano la propria vita per salvare altre, persone che aiutano chi non è un familiare, ma semplicemente un altro essere umano. Ci sono persone che sono eccezioni. Alla fine di questo romanzo straordinario il lettore scopre che anche una delle quattro donne lo è.

Anna Wegener
annawegener@hotmail.com