Letture: Canto del Sogno (Draumkvede)

Come gli altri canti popolari scandinavi, il Draumkvede norvegese ha una preistoria orale lunga secoli, risalente al medioevo cristiano, e una storia scritta più recente che comincia solo nell’Ottocento romantico, quando i folkloristi raccolsero e trascrissero il ricco patrimonio di poesia anonima e orale (principalmente canti popolari e fiabe), per cercarvi le testimonianze più autentiche della cultura e dell’identità nazionale. Nell’utile introduzione al Draumkvede, Tommaso Pisanti ne descrive la complessa questione filologica: è pressoché impossibile determinarne il testo definitivo, visto che, da metà Ottocento agli anni Venti del Novecento, le edizioni che si sono succedute si sono basate su frammenti, raccolti in zone diverse e ‘cuciti’ assieme nel tentativo di creare di volta in volta un testo unitario e organico.

Come gli altri canti popolari scandinavi, il Draumkvede norvegese ha una preistoria orale lunga secoli, risalente al medioevo cristiano, e una storia scritta più recente che comincia solo nell’Ottocento romantico, quando i folkloristi raccolsero e trascrissero il ricco patrimonio di poesia anonima e orale (principalmente canti popolari e fiabe), per cercarvi le testimonianze più autentiche della cultura e dell’identità nazionale. Nell’utile introduzione al Draumkvede, Tommaso Pisanti ne descrive la complessa questione filologica: è pressoché impossibile determinarne il testo definitivo, visto che, da metà Ottocento agli anni Venti del Novecento, le edizioni che si sono succedute si sono basate su frammenti, raccolti in zone diverse e ‘cuciti’ assieme nel tentativo di creare di volta in volta un testo unitario e organico. Si va dunque da edizioni con una ventina di strofe ad altre con oltre cento. Il testo scelto da Pisanti, e da lui tradotto integralmente  e con competenza, è un Draumkvede di 52 strofe, contenuto nell’edizione del 1927 dei Samlede Skrifter di Moltke Moe.

Il Canto del Sogno presenta gli stilemi tipici della folkevise quale “forma semplice”: essenzialità, stilizzazione e cantabilità attraverso rime e ripetizioni. Tutte le forme di poesia popolare “semplice” tendono a stilizzare, ovvero a ridurre la vastità, la profondità e la complessità dell’esperienza umana in un filo narrativo elementare e lineare. La stilizzazione non è però solo un impoverimento; è anzi proprio tale procedimento a permettere di contenere la molteplicità dell’esperienza umana in forme, appunto, semplici da memorizzare e tramandare. Si tratta così di una narrazione in versi dai temi universalmente riconoscibili ma per lo più svuotati di contenuti emotivi o intellettuali.

La ricchezza e la complessità dell’esperienza trasposta nel Draumkvede riguarda tuttavia qualcosa che normalmente tocca molto le emozioni e l’intelletto dell’uomo cristiano medievale. Si tratta infatti di un viaggio nell’aldilà e di una visione dei destini ultimi. Il canto narra di Olav Åsteson e del suo lungo sonno, che dura dalla vigilia di Natale all’Epifania. Nella introduttiva sezione I (strofe 1-6) la narrazione è in terza persona: dopo il lungo sonno Olav va nei pressi della chiesa per raccontare quanto gli è accaduto. Dalla sezione II (strofe 7-15) Olav assume la funzione di narratore in prima persona della propria esperienza. Durante quel sonno egli è passato nell’aldilà e lo ha potuto osservare. Racconta di avere avuto spaventose visioni infernali, ma di avere anche intravisto parte del paradiso. Olav è un cavaliere, viaggia a cavallo e percorre vie fantastiche, attraverso strade che si perdono e che sono illuminate dalla luna. Il suo passaggio entra di volta in volta in contatto con gli elementi: l’aria, l’acqua (o il ghiaccio), la terra (o il fango) e il fuoco. Nelle sezioni III e IV (16-23, 24-28) si racconta di una landa di spine, di un grande ponte da attraversare e di tre animali “rabbiosi e maligni” da oltrepassare lungo la strada (cane, serpente e toro); ma si dice anche della Madonna, che indica a Olav il luogo del Giudizio. E della sala del Giudizio parla la sezione V (29-37); qui avviene uno scontro tra le schiere del Bene (da sud) e quelle del Male (da nord). Nella sezione VI (38-45) sono descritte diverse anime di dannati e la forma della loro punizione infernale. Nella sezione VII (46-51) sono invece evocati i buoni, che grazie alle loro azioni saranno ricompensati nell’aldilà con l’eterna beatitudine. Nella strofa 52 il narratore esterno conclude il racconto su Olav Åsteson.

Pisanti osserva come questo testo si inserisce bene nell’ampia tradizione di letteratura visionaria che in diverse forme circola nell’Europa medievale. Anche la Commedia di Dante, in modo atipico, fa parte di questa tradizione, e dunque, nel presentare il Draumkvede al lettore italiano, il curatore ricorda la Divina Commedia, anche se ovviamente non esiste parentela, né strutturale né genetica, tra le due opere.

Il Draumkvede è certo umile se confrontato al capolavoro della letteratura italiana e universale, ma in quanto folkevise nordica, e proprio in virtù della sua visione dei destini ultimi, è un testo che presenta indubbiamente aspetti particolari e interessanti per tutti coloro che studiano le lingue e le culture nordiche.

Massimo Ciaravolo