Black metal norvegese

Metallari in Accademia?

Non è un mistero che il cosiddetto black metal abbia riscosso un grande successo tra gli studenti di scandinavistica delle Università italiane. Possibile che un sottogenere della categoria heavy metal, fortemente in odore di estremismi (religiosi, politici e sociali) abbia funzionato da catalizzatore per decine di giovani italiani e li abbia avviati agli studi nordici? E cosa c’entra la Scandinavia, potrebbe chiedersi il neofita, non ancora al corrente che il massimo boom del genere ha avuto luogo proprio in Nordeuropa, e soprattutto in Norvegia?

Può sembrare curioso, ma il fenomeno esiste ed è di larga portata, pure nei limiti numerici del mondo degli scandinavisti. La punta dell’iceberg risale a pochi anni fa, quando una troupe televisiva norvegese si recò all’Università “La Sapienza” di Roma e intervistò alcuni studenti di norvegese – tutti rigorosamente vestiti di nero. Ed è difficile bollare la cosa come mera passione giovanile o senso di appartenenza a una subcultura. Sven Otto Scheen, lettore di norvegese a Roma all’epoca del programma, mi spiegò che i ragazzi erano estremamente interessati al nazionalromanticismo norvegese e alle opere di Knut Hamsun. Un’esperienza simile l’ho avuta come insegnante di norvegese all’Università di Torino. Questi ragazzi fanno sul serio, insomma.

Fondato a metà degli anni Ottanta, il black metal è rimasto a lungo un genere undergound, per via della proposta musicale piuttosto estrema (ritmi velocissimi, chitarre ultradistorte, uso costante della voce «urlata», registrazione spesso al limite dell’ascoltabile) e delle tematiche trattate (ispirate in gran parte al satanismo, all’occultismo e, specialmente in Scandinavia, alla mitologia nordica). Proprio in Scandinavia, e soprattutto in Norvegia, il genere ha conosciuto un periodo molto prolifico tra il 1991 e il 1993, il che ha fatto sì che anche in altre parti del mondo si cominciasse a sentirne parlare. Alla popolarità del black metal, soprattutto all’estero, hanno contribuito anche alcuni eventi criminosi, tra cui l’omicidio di uno dei leader della scena norvegese, Øystein Aarseth della band Mayhem, da parte del rivale Varg Vikernes, fondatore e unico membro di Burzum (il resto dei reati va dall’incendio di diverse chiese alla profanazione di tombe e alla detenzione di esplosivi). Mentre i media norvegesi stigmatizzavano duramente tali fatti, il black metal conosceva un interesse crescente in Europa e oltreoceano.

Solo dopo alcuni anni, probabilmente necessari a digerire l’indignazione, la Norvegia si è accorta della risorsa, musicale e commerciale, che il black metal offriva al paese. Quando, verso la fine degli anni Novanta, i media hanno scoperto che la band Dimmu Borgir era uno dei gruppi norvegesi più venduti all’estero, hanno incominciato a guardare al black metal con occhi nuovi. Sono arrivati i primi inviti alla televisione e alla radio, così come i concerti e i festival (il più famoso è l’Inferno di Oslo, giunto alla sua ottava edizione). Nel frattempo, Oslo ha cominciato a riempirsi ogni estate di turisti metallari, in cerca dei luoghi e dello spirito dei loro gruppi preferiti. Curiosamente, la maggior parte di tali turisti provengono da Italia, Spagna e Francia, e molti sono nostri studenti.

Sembra però che la Norvegia si sia accorta un po’ tardi del suo black metal. Molti dei musicisti sono cresciuti, hanno lasciato la musica per dedicarsi a casa e lavoro, e le nuove generazioni faticano a bissare i successi dei loro predecessori. Mentre il mito continua ad autoalimentarsi, soprattutto all’estero, lo status dei norvegesi come maestri del genere sembra essersi un po’ appannato. I locali di Schweigaardsgate 56 a Oslo, dove il fondatore dei Mayhem Aarseth aprì Helvete (“inferno”), negozio specializzato e punto di incontro di tutta la scena, continuano ad essere visitati dai turisti stranieri; ma ora, al civico in questione ci sono una panetteria, un parrucchiere in stile Anni Cinquanta e un ottimo ristorante etnico. Neppure i fondatori sembrano molto interessati a risollevare le sorti del genere: Vikernes, a cui di recente è stata negata la libertà vigilata, ha più l’aspetto di chi voglia lasciarsi il passato alle spalle che di un redivivo alfiere della black flame. Anche la recente trovata del tour dei luoghi del black metal, organizzato durante l’Inferno festival di quest’anno, è stata accolta con molto scetticismo dagli addetti ai lavori. Infine, il black metal non ha sviluppato una scuola critica locale (con l’eccezione di Svein Egil Hatlevik, cronista musicale del Morgenbladet, intervistato a questo link). La letteratura sul genere è rimasta fondamentalmente a livello di fanzine, e tralasciando il saggio Lord of Chaos, (D. Søderlind/M. Moynihan, Feral House, 2003), che si mantiene su toni un po’ troppo da tabloid, l’unica monografia di qualche pregio è stata pubblicata in Inghilterra dal ricercatore Keith Kahn-Harris (Extreme Metal, Berg Publishers 2007).

Gloria e decadenza del black metal norvegese, potremmo dire. Ma gli studenti italiani non ci fanno caso e continuano ad appassionarsi alla musica – e alle lingue e alle letterature scandinave. Il fenomeno è spesso oggetto di discussione, di alzate di sopracciglia e di risatine represse, nonché di domande stupite da parte della quasi totalità dei norvegesi che incontro. Ma anche senza esprimere giudizi estetici, religiosi, ideologici e giuridici, forse gli scandinavisti potrebbero guardare al black metal come a una risorsa pedagogica. Finché ci saranno studenti capaci di avvicinarsi alla scandinavistica grazie al black metal, esso avrà svolto un’importante mediazione culturale. Forse non del tutto voluta dai suoi fondatori, ma non per questo meno fondamentale.

Giuliano D’Amico