Billströmska Folkhögskola 23 luglio – 11 agosto 2018

Mi chiamo Alessandro Niero, ho quasi 21 anni e studio tedesco e svedese all’università Ca’ Foscari di Venezia. Ho cominciato a studiare svedese perché sentivo il bisogno di dare una svolta alla mia formazione, iniziando a occuparmi di qualcosa di poco conosciuto, di nicchia che dir si voglia, ma non per questo da considerarsi poco pregevole o limitante. La verità è che studiando lo svedese non si impara soltanto una lingua fatta di grammatica e vocaboli, bensì si ha accesso ad un universo tutto nuovo, ad un microsistema estremamente affascinante che prende il nome di Scandinavia. Si tratta di un universo che non ha eguali al mondo, fondato, da un lato, su un legame viscerale con la tradizione del passato, ma, dall’altro, su un atteggiamento progressista, attento ai diritti di ogni essere umano e aperto al mondo, nonostante le sfide odierne lo mettano particolarmente a dura prova. Il microsistema Scandinavia, tuttavia, non può essere compreso fino in fondo se non lo si vive in prima persona, perché, per lo meno in Italia, di questo mondo si recepisce solo un’eco piuttosto vaga.
Per questa ragione ho deciso di condividere la mia personalissima esperienza in Svezia, che risale all’estate scorsa (23 luglio – 11 agosto 2018), quando mi è stata data la possibilità di frequentare un corso della durata di tre settimane in una folkhögskola (“scuola superiore popolare”) sull’isola di Tjörn, vicino a Göteborg. Tjörn è un’isola che non difficilmente si potrebbe definire incontaminata: il numero degli abitanti si aggira intorno ai 15.000 e sull’isola dominano i boschi piuttosto che le città. La Billströmska folkhögskola, presso cui ho trascorso tutte le tre settimane del mio soggiorno in Svezia, è situata al centro dell’isola, in un paesino di nome Kållekärr. Non nascondo di avere inizialmente provato una certa preoccupazione, che si rifletteva in pensieri come: “Come farò a sopravvivere per tre settimane in un posto che si trova al centro di un’isola sperduta a un’ora da Göteborg?” Ripensando a quei momenti, ora mi viene da sorridere, perché allora non sapevo che l’esperienza che stavo per intraprendere si sarebbe rivelata una delle più straordinarie della mia vita.
Nelle tre settimane di permanenza a Tjörn ho avuto la possibilità di dedicarmi a una gran varietà di attività: innanzi tutto, vale la pena nominare il corso di lingua: ogni giorno avevamo dalle due alle tre lezioni di lingua, ognuna della durata di 80 minuti e ciascuna seguita da una pausa-caffè (fika) di 30 minuti. Il corso era di livello B2-C1: non è stato facile all’inizio frequentare le lezioni insieme a persone che studiavano svedese da molti più anni di me e che, conseguentemente, sapevano parlarlo molto meglio di me, però, man mano che i giorni passavano, mi accorgevo che lo scarto iniziale si riduceva sempre di più. Questo perché, in realtà, si può imparare moltissimo dai compagni di corso, in particolare da quelli più bravi, specialmente quando si lavora in gruppo. Fondamentale è, ovviamente, la motivazione e la voglia di mettersi alla prova. È facile, purtroppo, sentirsi scoraggiati di fronte alle difficoltà, tanto più quando il lavoro da fare per raggiungere il livello degli altri è considerevole. Il segreto, però, è prendere tutto ciò non come un ostacolo da superare, ma come una possibilità irripetibile per migliorare. Anche se mi sono dovuto confrontare con olandesi e tedeschi che padroneggiavano lo svedese ad alti livelli, non mi sono tirato indietro, anzi ho cercato di apprendere il più possibile da loro, chiedendo loro spiegazioni quando non capivo, e, soprattutto, non curandomi del fatto se stessi passando per ignorante o meno: a mio avviso, per poter lavorare sulle proprie lacune, è necessario superare l’imbarazzo iniziale che ci porta ad evitare di manifestare apertamente quando non si sa una cosa. Questo è stato il miglior insegnamento che ho tratto dal corso di lingua, che comunque devo riconoscere essere stato organizzato molto bene, con dei professori estremamente competenti, comprensivi e umani. Al corso si alternavano incontri con importanti figure del mondo letterario e accademico svedese (il linguista Bo Ralph, la scrittrice Jessica Schiefauer, etc…) come anche lezioni di approfondimento che andavano ad occuparsi specificatamente di un aspetto della società svedese (lezione sullo scenario politico svedese, visita all’unità dell’immigrazione/Migrationsenheten, ecc…).
Il corso di lingua, però, è soltanto una parte di quel che per me sono state le tre settimane in Svezia. L’aspetto più importante è stato, senza ombra di dubbio, il clima di interazione che si era venuto a creare tra tutti quelli che insieme a me studiavano a Billströmska. Non ci sono parole per descrivere l’intensità dei legami che ho costruito sull’isola e la forza del ricordo di quei momenti che dal giorno del ritorno in Italia porto con me. Ho infatti avuto la fortuna, o meglio, l’onore di conoscere delle persone straordinarie che provenivano da tutto il mondo (Paesi Bassi, Polonia, Svizzera, USA, Germania e molti altri Paesi ancora), con cui ho condiviso tantissimi momenti di gioia e divertimento: dalle escursioni sulle colline, alle gite al mare, ai viaggi in bicicletta, alle serate/nottate passate a scrivere gli uppsatser (temi) che dovevamo consegnare i giorni seguenti. Si era venuta a creare un’intesa reciproca, un’irrefrenabile gioia nell’incontro, nello stare insieme e nel passare del tempo gli uni con gli altri che davvero sembrava di vivere in un universo parallelo, metaforicamente nella classica bolla di sapone che però prima o poi necessariamente esplode. Così è stato, infatti, anche per la meravigliosa parentesi di Billströmska, quando, giunta l’ora di tornare ognuno a casa, sembrava che un mondo si fosse improvvisamente infranto in mille pezzi. Mi piace pensare, però, che ognuno abbia portato con sé un pezzettino di quel mondo, così da non dimenticare mai che, anche se per poco, quel mondo è veramente esistito.
Ci sarebbe molto altro da raccontare, ma credo che sia giusto lasciare il quadro incompleto, in modo tale che chi legge possa nutrire ancora delle aspettative, delle fantasie, come anche avere delle incertezze, delle paure legate ai momenti prima della partenza. Perché prima di un viaggio importante è giusto avere delle aspettative e dei timori. Mi auguro che il racconto della mia esperienza possa essere una fonte di incoraggiamento, una sicurezza in più per chi un giorno intraprenderà questa meravigliosa avventura. Auguro a costoro di cambiare profondamente e di guardare al mondo con uno sguardo tutto nuovo.
Concludo con un distico di Karin Boye, una poetessa svedese, che racchiude in poche parole quello che spero di essere riuscito a trasmettervi col mio racconto:

Bryt upp, bryt upp! Den nya dagen gryr.
Oändligt är vårt stora äventyr.
Alessandro Niero