Letture: Barabbas di Pär Lagerkvist: paradigma dell'animo umano

Il romanzo Barabbas, scritto nel 1950, è considerato il capolavoro dello svedese premio Nobel per la letteratura Pär Lagerkvist.

Lo scrittore svedese si immagina la storia, non presente nelle Scritture, di Barabba, ladro e assassino graziato da Ponzio Pilato al posto di Gesù, e ci accompagna in un viaggio nei meandri del sentimento umano.

Il romanzo è scritto in uno stile quasi pittorico, decisamente espressionista, in cui l’autore pennella scenari scarni, colori acidi, personaggi quasi deformi

Il romanzo Barabbas, scritto nel 1950, è considerato il capolavoro dello svedese premio Nobel per la letteratura Pär Lagerkvist.

Lo scrittore svedese si immagina la storia, non presente nelle Scritture, di Barabba, ladro e assassino graziato da Ponzio Pilato al posto di Gesù, e ci accompagna in un viaggio nei meandri del sentimento umano.

Il romanzo è scritto in uno stile quasi pittorico, decisamente espressionista, in cui l’autore pennella scenari scarni, colori acidi, personaggi quasi deformi, o comunque caricaturali (la grassona, il vecchio, la leporina, ecc.), che ricordano le linee nervose e i colori acidi di Kirchner e più in generale della scuola tedesca Die Brücke. A volte le immagini si fanno pesanti, angosciose, i colori cupi, le riflessioni tragiche e disperate, e vi si ritrova la pittura squisitamente nordica di Munch, personaggi che incombono sulla scena con la loro pesantezza più spirituale che corporea, disagi, allontanamenti e morte.

La modestia delle scene che Lagerkvist ci presenta fa però da sfondo ad un evento universale, la nascita del cristianesimo, e ad un fenomeno altrettanto universale, come l’indagine del rapporto tra l’uomo e l’infinito. Lagerkvist scava dentro ogni dubbio esistenziale, ogni afflato religioso umano, ogni crisi spirituale, senza per questo proporre una risoluzione, e dipinge tutto questo in pochi tratti, quelli essenziali. Dopo essere stato sul Golgota ed aver assistito alla fine del Redentore, Barabba cerca di indagare i miracoli di cui è stato testimone, come l’oscurarsi del cielo e il tremare della terra. Cerca la verità sull’uomo morto in croce, e nella sua ricerca dell’ultraterreno nel terreno, Barabba segue un proprio percorso interiore, che ce lo fa apparire sempre più umano. Eppure Barabba cerca la verità non credendo che essa sia la verità, egli non riesce mai a penetrare il mistero della redenzione, non riesce ad abbracciare una fede che non capisce come possa conciliarsi con la brutale realtà che fa da sfondo alla sua esistenza.

Barabba diventa, dopo la morte di Cristo, un outsider. È in bilico tra due realtà, escluso da entrambe. L’incontro con Lazzaro, che costituisce il vero momento di unione di Barabba con l’ultraterreno, si rivela così un momento in cui si ha un parallelismo tra questi due esclusi: se Lazzaro è un morto tra i vivi e un vivo tra i morti, incapace di vivere come un tempo ma anche di riposare in un sonno imperituro, Barabba si trova escluso dalla vita dissoluta che aveva sempre vissuto, ma si trova anche escluso dall’embrionale comunità cristiana, che lo caccia proprio perché causa del martirio del redentore.

Anche la compagnia che trova nel periodo della schiavitù non può dirsi una reale compagnia: quella con Sahak infatti è una convivenza coatta, una catena dolorosa che lacera la carne. Senza contare che la fede accesissima del compagno è ancora più significativa nel suo essere elemento tragico: Barabba è costretto a condividere la sua esistenza con qualcuno con cui non può condividere lo stesso ardore, che pure cerca disperatamente. Di fronte al governatore romano Barabba affermerà di non avere nessun dio, mentre Sahak verrà martirizzato per aver difeso la sua fede.

E mentre Barabba osserva il martirio del compagno soffre, non tanto della scena orribile davanti ai suoi occhi, che certo sconvolgerebbe chiunque, ma soffre intimamente, quasi in modo invidioso, di una sofferenza che a lui è preclusa, e ciò è simbolicamente rappresentato nella scena alla fine del libro, quella della sua esecuzione, in cui tutti i condannati sono disposti a coppie e, come se ‘tenesse il posto’ a Sahak, Barabba è solo, paradigma della profonda, tragica solitudine dell’uomo di fronte alla propria morte.

Barabba di fatto lotta con l’apparente assenza di Gesù, combattendo per una fede che non prova, in un perenne conflitto tra una vita senza dio, com’è quella che ha avuto fino al momento della rivelazione, e una vita in realtà ancora senza dio, ma che verso dio tende. Alla fine non sappiamo se Barabba ‘cede’ alla fede. Sappiamo solo che, immerso nell’oscurità, in questo buio che rappresenta l’ignoto dice nell’oscurità, come se parlasse con essa: «a te raccomando l’anima mia». E questo vaghissimo ‘te’ può essere il buio, quindi l’ignoto, quindi il rifiuto della fede, quanto Gesù, quindi l’opposto, la luce della redenzione.

Barabba è paradigma dell’uomo, della sua curiosità, della sua voglia di scoprire fino in fondo, di cercare, di capire. È un uomo che ammette il proprio agnosticismo, che attende, che rifiuta di morire per una fede che sa di non possedere ma che allo stesso tempo vorrebbe possedere; vorrebbe infatti poter abbracciare un ideale, una religione, una fede, un qualsiasi aggancio alla trascendenza, rappresentata da quel misterioso uomo che si è sacrificato al suo posto (senza contare che l’aura di mistero è data anche dal fatto che il nome di Gesù compare per la prima volta pronunciato dal governatore romano, colui che condannerà a morte Sahak e sbarrerà con una croce il nome di Cristo dal petto di Barabba), ma non può. Non può per onestà intellettuale, per scetticismo, per coerenza con la sua vita dissoluta, per mancanza di fiducia, a noi non è dato saperlo, ma con un candore estremamente saggio e profondo, Barabba ci comunica che non può.

Alla fine Barabba vede nell’incendio di Roma l’avvento del Messia, ed è con questa ultima illusione che prende una torcia e incendia le strade, in una sorta di ‘battesimo’ rovesciato. Finalmente Barabba agisce: ma l’azione verso la fede si trasforma nella sua distruzione, che lo vede morire proprio crocefisso, nella condivisione dello stesso destino di Gesù.

Irene Lami, Università degli Studi di Pisa 

irene_lami@hotmail.it