L’ospite silenziosa di Cora Sandel

Pubblichiamo – scaricabile a fondo pagina – la traduzione a cura di Camilla Storskog e Thomas Malvica e delle studentesse Alessia Battisti, Dalila Brocchi, Marianna Gusmeroli, Ioana Ivanov, Elena Mongera, Asja Panicacci, Elisa Rota, Annalisa Trevisan, Ambra Ventura.

Den stillferdige gjesten (1949) di Cora Sandel – Introduzione di Marianna Gusmeroli

Fu Harald Grieg, allora direttore della casa editrice norvegese Gyldendal Norsk Forlag, a proporre per primo a Sara Fabricius di scrivere un romanzo. Era il 1922. Fabricius, pittrice nata a Kristiania nel 1880, si era da poco trasferita in Svezia dalla Francia dove aveva vissuto per più di tredici anni. Sposata con lo scultore svedese Anders Jönsson e madre di un bambino, aveva condotto a Parigi ed in Bretagna una vita difficile, cercando di sostenere la famiglia con brevi testi e reportage pubblicati su giornali norvegesi. La rivista Mot Dag, redatta da Sigurd Hoel, accolse le prime novelle di Fabricius, che vennero pubblicate in forma anonima ed immediatamente attirarono l’attenzione di Grieg. Nel 1926, a più di quarant’anni, Fabricius pubblicò il suo romanzo d’esordio, Alberte og Jakob, sotto lo pseudonimo di Cora Sandel.
Benché Sandel sia oggi conosciuta soprattutto per i suoi romanzi, il genere della novella le fu sempre congeniale. Le prime novelle nacquero, durante il periodo passato in Francia, come strumento di sostentamento per la sua famiglia; più tardi le avrebbe definite “novelle per la pagnotta”. Eppure già nel 1923 partecipò e vinse al concorso letterario indetto dalla rivista Arena, presentando una novella dal titolo
Nr. 31. In tutto, nel corso della sua vita Sandel scrisse più di ottanta novelle.
È nella raccolta del 1949 dal titolo Figurer på mørk bunn (“Personaggi su fondo scuro”) che Sandel pubblica Den stillferdige gjesten (“L’ospite silenziosa”). In questa novella, il ricorrente contrasto tra comunità compatta e bigotta da un lato e avviker (“emarginato”) dall’altro è incastonato nello scenario della Seconda guerra mondiale. Sullo sfondo buio del 1938, dell’Anschluss e della precaria neutralità della Norvegia – che sarebbe stata occupata dalle truppe naziste solo due anni dopo – Sandel dipinge le figure quasi caricaturali dei clienti di una pensione norvegese in mezzo a cui si inserisce una nuova arrivata, una giovane rifugiata austriaca. Nel rispetto dello stile impressionistico, ove è anzitutto lo sguardo dello spettatore a definire il soggetto, l’azione narrativa è presentata attraverso il filtro della percezione soggettiva – in questo caso quella della maggioranza: è una accurata selezione di reazioni ed ‘impressioni’ a costruire la narrazione dell’arrivo della rifugiata; i margini dell’evento, invece, rimangono sfocati, perché l’ospite è stillferdig (“silenziosa”, “riservata”) e la sua libertà di esprimersi nella narrazione è limitata. Così i numerosi piccoli avvenimenti che segnano la quotidianità dei personaggi – conflitti amorosi, partite a bridge, il passaggio di gestione della pensione – sembrano accalcarsi per rubare spazio all’imponente spettro della guerra, dell’antisemitismo e del riarmo navale. Allo smascheramento del bigottismo provinciale, pertanto, Sandel unisce in Den stillferdige gjesten la critica all’indifferenza e alla superficialità politica.